We. The Revolution Recensione | Giudice ed imputato

Qui si fa la rivoluzione

Recensione
A cura di Daniele Spelta - 10 Aprile 2019 - 8:58

La maestra mi chiese di Massimiliano Robespierre. Le risposi che i Giacobini avevano ragione e che Terrore o no, la Rivoluzione Francese era stata una cosa giusta”. Nonostante la schiettezza degli Offlaga Disco Pax e della loro Robespierre, gli anni finali del XVIII secolo francese e, più in generale in tutta Europa, sono stati un periodo tutt’altro che facile, incendiati dall’insorgere del popolo e macchiati dal sangue delle teste decapitate degli stessi regnanti.

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We. The Revolution, titolo creato dal team polacco Polyslash, catapulta il giocatore proprio nel bel mezzo della Rivoluzione che imperversa fra le vie di Parigi e lo mette negli scomodi panni di Alexis Fidèle, giudice di un tribunale popolare che fa da metafora e fulcro catalizzatore delle correnti che spezzano la rivolta, dei giochi di potere fra Girondini e Giacobini e in cui si inseriscono e sovrappongono la vicende familiari del protagonista stesso. Quelle che una volta erano delle semplici decisioni riguardante l’applicazione di un codice di leggi astratto sono diventate ora dei veri dilemmi dietro cui giacciono interessi politici e in cui occorre essere abili a districarsi per cercare da un lato di scalare le gerarchie del nuovo direttorio e dall’altro di non finire vittima di qualche cospirazione di palazzo.

Più facile a dirsi che a farsi: We. The Revolution mette infatti costantemente in discussione la morale di chi sta dall’altra parte dello schermo, sospeso tra la voce della propria coscienza e la necessità di assecondare la volontà delle fazioni che stanno cercando di occupare lo spazio vuoto lasciato dalla morente monarchia. Non esistono il bianco e il nero sul banco degli imputati e i verdetti costringono sempre a scelte complesse e in cui è facile sentire il mormorio dei nemici che crescono sentenza dopo sentenza. L’etica di We. The Revolution è che non ne esiste alcuna,  forse tutto quello che avviene altro non è che un triste gioco e noi altro non siamo che marionette mosse da invisibili mani. Quello che si consuma nelle aule del tribunale riverbera per tutta la città e determina il corso della Storia, quella con la S maiuscola: i colpevoli non sono solo fabbri che forse hanno raggirato e derubato i propri clienti, ma sin dal primo atto il corso degli eventi assume la forma di una spirale da cui sarà impossibile uscire e che travolgerà lo stesso re Luigi XVI, sua moglie Maria Antonietta, i ministri della corona e i vertici della Rivoluzione. Qualche licenza poetica c’è e la Rivoluzione qui raccontata scivola nella fiction, ma in fin dei conti non ci sono reali pretese didattiche e va quindi bene così.

WeTheRevolution1La città è una polveriera pronta ad esplodere, l’atmosfera oppressiva e paranoica che si respira in quei giorni di rivolta e gli intrighi di palazzo mantengono sempre alto l’interesse sul corso degli eventi, che però non sempre si svolgono con i giusti ritmi. Alle volte si ha infatti l’impressione che alcuni personaggi, anche quelli che ricoprono ruoli determinanti ai fini del racconto, siano solo delle comparse su un palcoscenico in cui l’avvicendarsi delle figure non lascia il tempo a queste ultime di esprimere il loro valore. L’apparizione del re in persona, o della sua consorte, vengono vanificate dalla rapidità con cui il sipario cala su di loro, mentre al contrario sono evidenti alcuni passaggi sfruttati solo per allungare il brodo ma che non conferiscono alcun valore aggiunto al lato narrativo.

Questa sensazione di trovarsi al cospetto di alcune sezioni non indispensabili non riguarda solo il procedere della storia, ma vale anche per alcune meccaniche di gioco. È difficile inquadrare We. The Revolution in un solo genere videoludico: l’opera di Polyslash contiene in sé stessa numerose sfaccettature, che spaziano dall’avventura testuale investigativa fino ad arrivare ad uno strategico. Il centro dell’azione resta comunque il processo, dove il giocatore viene messo al cospetto di casi via via più complessi, in cui creare connessioni logiche fra le prove, i moventi, i testimoni e le circostanze, in modo tale da ottenere il maggior numero possibile di domande da porre all’imputato. La giustizia non abita più in quell’aula scossa dal terremoto della Rivoluzione e le sentenza devono tener sempre conto anche del volere della giuria, ma soprattutto dell’umore del popolo comune, dei rivoluzionari, dell’aristocrazia e della famiglia del protagonista.

WeTheRevolution2Restare in equilibrio sospesi fra le tre fazioni è un compito arduo e se non si sta attenti si corre il rischio di veder rotolare la propria testa, ma proprio questa ricerca costante della giusta via mette a riposo la propria morale, soppiantata da un mero utilitarismo in cui l’unico interesse è vedere le barrette che corrispondono al sostegno dei tre gruppi restare in una zona verde. Poteva essere un pericoloso criminale sulle cui spalle pesavano efferati omicidi oppure una donna in difficoltà rea solo di essersi difesa, ma le loro colpe sparivano davanti alla necessità di ottenere il favore di una delle tre fazioni e poco importava se stavo mandando al patibolo un probabile innocente o, al contrario, rilasciando un assassino solo perché sulla sua giacca spiccava una coccarda blu, bianca e rossa.

Il determinismo meccanico raggiunge il suo apice durante i processi brevi, qualche semplice riga di testo sulla base del qual decidere il futuro di un anonimo imputato, una mera pedina da spendere per ottenere qualche pacca sulla spalla da una parte della città di Parigi. Queste fasi non riescono comunque ad intaccare una qualità della scrittura complessivamente buona soprattutto per i primi due atti – in totale ce ne sono tre – e che spicca durante i processi chiave, momenti in cui traspare con forza l’insensatezza della folla, la manipolazione del volere popolare e l’esplosione di una rabbia tenuta sopita troppo a lungo all’ombra di Versailles. Alle volte bastano alcune trovate per trasmettere un messaggio e We. The Revolution è ricco di questi colpi di genio, come la teatralità di una ghigliottina insanguinata che funge da sipario e dietro cui si celano i silenziosi volti distorti dei cittadini parigini.

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We. The Revolution non si consuma esclusivamente dentro le mura del tribunale, ma tutta una serie di minigiochi concorrono allo sviluppo della trama, alla gestione degli equilibri, all’influenza del protagonista e alla sua scalata ai vertici di un sistema politico dove risaltano i nomi di Danton o di Robespierre in persona. Parigi è una città pericolosa, dove è fin troppo facile calpestare i piedi alla persona sbagliata o finire travolti dalla stessa rivoluzione: la capitale francese diventa così una scacchiera su cui muovere le proprie pedine ed espandere la propria sfera di potere, fino ad arrivare ad fase strategica di certo non fra le più complesse e affidata al solito sistema “rock, paper & scissors”, ma in cui comunque serve un piano attento e ben curato per sfruttare al meglio le abilità dei diversi agenti e per contrastare l’avanzata dei partiti avversari.

In We. The Revolution ci sono davvero tante cose da fare, dal gioco d’azzardo al tempo speso in famiglia e, fra le tante attività messe a disposizione, è quasi ovvio ci siano dei punti meno riusciti, come ad esempio proprio i minuti passati a tavola tra moglie e figli che, a parte qualche scambio di battute, si concretizzano ancora una volta nella mera scelta di un’azione per ottenere dei bonus nei confronti delle già citate fazioni. Se si tolgono quelle aggiunte che sanno fin troppo di superficiale, i veri snodi che portano avanti la narrazione sono affidati a degli intrighi e sono magistralmente ricreati attraverso una serie di quesiti e di azioni in cui ogni singola decisione pesa come un macigno. Queste sezioni sono senza ombra di dubbio le più riuscite, si respira davvero l’aria pesante e sanguinolenta da cospirazione, in cui è difficile capire chi siano gli amici e chi siano al contrario i nemici e dove occorre leggere attentamente gli atteggiamenti, gli umori e le inclinazioni di chi potrà rivelarsi un prezioso alleato nei vicoli oscuri di Parigi, esaltando in tal modo quel meccanismo di “risk & rewards”. Peccato che queste fasi, pur nella loro assoluta centralità, siano quasi relegate in secondo piano e oscurate da una routine fatta di processi dal valore altalenante e da tutta una serie di minigiochi che sì, aumentano la varietà del gameplay, ma alla lunga finiscono con il risultare ripetitivi.

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We. The Revolution è soprattutto un gioco di atmosfera e se la qualità della scrittura e delle meccaniche di gioco oscilla fra parti assolutamente ben costruite e altre fasi meno azzeccate, tutto quello che circonda ed è tangente alla vita di Alexis Fidèle restituisce quella straniante sensazione di trovarsi alla completa mercé degli eventi, dove le decisioni prese possono indirizzare gli eventi verso direzioni del tutto impreviste. La realizzazione artistica e la grafica poligonale in 2D riescono a sottolineare egregiamente questi aspetti ed esaltano sia la folla riottosa che si agita per le strade e che acclama la caduta di qualsiasi simpatizzante dell’aristocrazia, sia la difficile vita del protagonista, i suoi dilemmi interni e una vita familiare tutt’altro che idilliaca. Al contrario, la colonna sonora è penalizzata da misteriose sparizioni che lasciano il gioco in un silenzio assoluto e anche il parlato non può di certo essere inserito fra gli aspetti meglio riusciti. Infine, data la mole di testi e l’importanza dei dialoghi e di tutte le scartoffie dei processi, occorre sottolineare l’assenza di una traduzione in italiano e anche la non proprio impeccabile scrittura in inglese con qualche errore di troppo.

+ Gameplay ricco e differenziato...
+ Riesce a porre veri dilemmi morali...
+ La Rivoluzione è la vera protagonista dell'opera
+ Direzione artistica unica ed azzeccata
- ... Ma qualche parte poteva essere tranquillamente tagliata
- ... Ma non viene lasciato spazio a reali scelte
- La qualità della storia non sempre raggiunge la sufficienza
- Componente audio lacunosa

7.5

We. The Revolution è un titolo molto ambizioso, sia per le questioni etiche che propone senza vergogna al giocatore, sia per le numerose meccaniche di gioco che spaziano fra più generi differenti. In una tale abbondanza si riesce a trovare di tutto e convivono attimi in cui il gioco brilla per le soluzioni adottate e momenti in cui ci si scontra con un realismo che fa a pugni con il sistema di scelte e dilemmi, dove lo spazio per la propria morale rasenta lo zero assoluto oscurato da statistiche ed indicatori da riempire. La stessa storia regala risvolti interessanti, giochi di potere e cospirazioni che si muovono all’interno della stessa Rivoluzione, ma che vengono appiattiti e smorzati da cadute di stile e  da tutta una serie di riempitivi che non facilitano a mantenere alta l’attenzione sulla vita di Fidele.




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