Chiudo gli occhi e lo sento ancora. E no, non parlo del suono di avvio, quel "whoosh" futuristico che esplodeva in un vortice verde e bianco sullo schermo. Parlo del rumore fisico. Quel ronzio costante, a volte simile a un reattore in fase di decollo (soprattutto con Halo 4 a fine generazione), che proveniva dalla ventola posteriore e dal lettore DVD che girava all’impazzata.
C'è chi lo ha definito (e non scherzo) un difetto di progettazione. Ma per me, e per milioni di altri giocatori cresciuti a metà degli anni 2000, era il suono del futuro che bussava alla porta.
Xbox 360 ha da poco compiuto vent’anni. Scriverlo mi fa un effetto strano, quasi vertiginoso. Vent’anni sono abbastanza per vedere nascere e morire interi generi, abbastanza per vedere studi leggendari chiudere i battenti e altri sorgere dal nulla.
Ma nonostante tutto, guardando indietro a quel novembre del 2005 (o dicembre, per noi europei), non riesco a scrollarmi di dosso la sensazione che quella macchina bianca, dalle forme concave e un po’ aliene, sia stata l’ultimo vero, grande "salto quantico" della nostra storia videoludica.
E oggi, mentre guardo la mia silenziosa e monolitica Xbox Series X, non posso fare a meno di chiedermi: cosa abbiamo perso per strada? E soprattutto, quanto di quell’anima "punk" e rivoluzionaria della 360 vorrei disperatamente ritrovare nella Xbox di oggi?
Il salto nell'alta definizione e nella prima era social
Ricordo il momento esatto in cui capii che tutto era cambiato. Giocai centinaia di ore ad Halo: Combat Evolved per PC e non facevo altro che sognare un possibile futuro dove avrei potuto giocare Halo 2.
I miei genitori lo sapevano e grazie a un enorme sacrificio da parte loro, nel Natale del 2005 mi regalarono una Xbox 360 Pro fresca di fabbrica. Le console andavano talmente a ruba nei supermercati e negli store di elettronica, che la console arrivò solo il 28 di dicembre rispetto all'uscita (da noi arrivò il 2).
Quando arrivò fu un momento catartico. Inizialmente ci giocai parecchio su un tubo catodico, anche perché i primi televisori HD Ready erano ancora un lusso per pochi, ma successivamente mi spostai su un bel monitor LCD, decisamente migliore a livello qualitativo e soprattutto economicamente più permissivo.
I primi mesi tra Project Gotham Racing 3, Kameo, Call of Duty 2 e Perfect Dark notai un salto grafico tra i più spaventosi che io ricordi, ma fu nel 2006 che le cose cambiarono totalmente. Quando infatti decisi di inserire il disco Gears of War, il velo si squarciò.
L’era dell’HD non era solo una questione di pixel, ma una questione di impatto. La Xbox 360 è stata la console che ha reso il videogioco "adulto". C’era una crudezza, una grinta in quella generazione che sembrava urlare al mondo: "Siamo arrivati, e non siamo più giocattoli". Microsoft, all’epoca, aveva una fame che oggi fatica a replicare.
Era la sfidante, l’outsider che doveva abbattere il dominio Sony, e per farlo decise di costruire una macchina che fosse puramente, sfacciatamente dedicata al divertimento e alla competizione.
Ma se c’è una cosa che vorrei teletrasportare dalla 360 al 2025, è la sensazione di community. La Xbox 360 non ha inventato il gioco online (quella fu la prima Xbox, a conti fatti), ma lo ha democratizzato e standardizzato. Ricordate le "Blades"? Quell’interfaccia a schede colorate che scattava con un suono secco e soddisfacente? Era veloce, immediata, ma soprattutto metteva al centro una cosa: gli amici.
La lista amici della 360 era il nostro social network prima che Facebook e Twitter ci rovinassero la vita. Quel piccolo pop-up grigio in basso al centro dello schermo ("Tizio è online") era un invito, non una notifica fastidiosa e il sistema di Party Chat, introdotto successivamente, cambiò il modo in cui vivevamo le serate. Non serviva essere nello stesso gioco per stare insieme.
C’era una magia grezza in quelle lobby di Halo 3 o Modern Warfare 2. Sì, c’era tossicità, non prendiamoci in giro, ma c’era anche una vita pulsante che le dashboard asettiche e silenziose di oggi faticano a replicare.
Oggi siamo tutti in chat private su Discord, isolati in bolle, mentre all’epoca, la console era una piazza.
Anche glia Avatar ricordo che apprezzai quando arrivarono. Sembravano sciocchi, certo, ma davano un volto alla nostra identità digitale. Oggi siamo icone statiche; allora eravamo pupazzetti che dormivano se non toccavamo il controller per troppo tempo. Era un tocco di umanità che oggi fatico sinceramente a vedere nei network gaming.
Il coraggio della libreria
L’aspetto che più mi manca, e che vorrei disperatamente vedere nella strategia Microsoft odierna, è l’eclettismo folle della libreria 360. Oggi parliamo di acquisizioni miliardarie, di Activision, di Bethesda. Ma la 360 non comprava publisher; finanziava sogni improbabili.
C’è stato un breve, magico periodo in cui Microsoft decise che voleva conquistare il Giappone. Sapevano che era impossibile, ma ci provarono lo stesso, e in quel tentativo disperato ci regalarono perle come Lost Odyssey e Blue Dragon. Hironobu Sakaguchi, il padre di Final Fantasy, che faceva giochi per Xbox? Sembrava un’allucinazione collettiva, eppure era reale.
E come non citare Xbox Live Arcade? La rivoluzione indie su console è nata lì, su quella macchina bianca. Oggi gli indie sono ovunque, annegati in store saturi di migliaia di titoli. All’epoca, Xbox li curava, li metteva in vetrina, li faceva sentire eventi importanti quanto un Halo.
Vorrei che l’Xbox di oggi ritrovasse quella capacità di farci sentire che un gioco da 15 euro è l’evento della settimana come lo era con la "Summer Arcade", dove ogni settimana c'era un gioco nuovo che sapevamo fosse incredibile nel suo piccolo.
Un amore che supera la morte
Non posso scrivere un pezzo onesto sulla 360 senza menzionare il "Red Ring of Death" (e sì, ci siamo passati tutti, anche più di una volta). Le tre luci rosse della morte. Forse il difetto hardware più catastrofico della storia delle console.
La mia prima 360 morì mentre giocavo ad Halo 3. Ricordo il panico, la rabbia. Dopotutto ero un ragazzino che voleva solo giocare e di certo il pensiero di chiedere al proprio padre di sostituirla non era proprio nei miei pensieri. Per fortuna l'assistenza in quegli anni fu incredibile, anche perché Microsoft ci investì parecchio per risolvere la problematico.
Eppure, e qui sta il paradosso che spiega tutto l’amore per quella macchina: milioni di noi la ricomprarono o la mandarono in assistenza, aspettando settimane per riaverla. Perché lo facevamo? Perché una console che si rompeva con quella frequenza non è stata abbandonata in massa? Perché i giochi erano troppo belli. Perché l’esperienza era insostituibile.
Questo è forse il punto più importante. La 360 ci ha insegnato che i giocatori perdonano tutto, se consegni loro dei capolavori. Oggi le console sono capolavori di ingegneria: silenziose, affidabili, fresche. Ma a volte sembrano mancare di quel "fuoco sacro" che spinge a perdonare qualsiasi difetto pur di giocare. La 360 era una macchina imperfetta, rumorosa, calda come una stufa, ma aveva un’anima davvero ardente e per quanto mi riguarda, non è più esistito nulla di simile.
Cosa vorrei oggi da quella scatola bianca
Quindi, cosa vorrei che l'attuale team Xbox imparasse da quel ventennale? Vorrei semplicità. La dashboard della 360, specialmente nelle sue prime versioni, era focalizzata sul gioco. Accendevi, e il disco era lì, pronto a partire. Oggi accendo la console e vengo assalito da pubblicità del Game Pass, offerte dello store, riquadri di servizi. Vorrei che la console tornasse a essere una piattaforma per giocare, non una vetrina di un abbonamento.
Vorrei personalità. La 360 aveva un’estetica "frat boy", forse un po’ tamarra con quel verde acido e il design aggressivo, ma aveva carattere. Oggi l'identità di Xbox è pulita, aziendale, sicura. Manca quel pizzico di arroganza, quella voglia di spaccare il mondo che aveva Peter Moore quando si tatuava la data di uscita di Halo 2 sul braccio.
Vorrei il ritorno della curiosità. Il Game Pass è un servizio incredibile per il valore che offre, ma a volte ho la sensazione che abbia trasformato i videogiochi in "contenuto". Sulla 360, ogni acquisto era ponderato. Compravi Bioshock e lo svisceravi. Compravi Trials HD e ci passavi mesi. Vorrei che Microsoft tornasse a investire in progetti "medi", in quei giochi AA strani e rischiosi che popolavano la libreria 360, invece di inseguire solo i servizi live o i blockbusters decennali.
E infine, vorrei quel senso di evento. Ricordo il lancio di Halo 3. Non era solo l'uscita di un gioco; era un fenomeno culturale globale. I telegiornali ne parlavano, Times Square era bloccata. Oggi i lanci sono diluiti da accessi anticipati, patch al day one, roadmap stagionali.
L'eredità di una generazione
Vent'anni dopo, la mia Xbox 360 è ancora lì, su uno scaffale, scollegata ma non dimenticata. La plastica bianca è ingiallita dal tempo, il controller ha le levette consumate da migliaia di ore di Call of Duty e Halo.
Tuttavia, guardandola, non vedo solo plastica. Vedo le nottate passate a cercare di finire la campagna di Gears in cooperativa a folle in split-screen. Vedo le risate in chat vocale mentre giocavamo a Uno. Vedo la meraviglia di esplorare le Wasteland di Fallout 3 per la prima volta.
Ovviamente è giusto ricordare che l'Xbox 360 non è stata perfetta. Ha avuto i suoi drammi, ha introdotto i DLC a pagamento (l'armatura per cavalli di Oblivion, chi dimentica è complice), ha normalizzato le patch post-lancio.
Ma è stata la console che più di ogni altra ha plasmato il videogioco moderno. Ha preso un hobby da cameretta e lo ha trascinato, urlando e scalciando, nel salotto buono, collegandolo a Internet e rendendolo un fenomeno di massa.
Oggi, mentre gioco sulla mia Series X in 4K a 60fps, con caricamenti istantanei e Quick Resume, sono grato per la tecnologia. Ma una parte di me, quella parte che ha ancora 13-14 anni dentro, scambierebbe volentieri un po' di quella perfezione tecnica per sentire ancora una volta quel ronzio assordante, vedere quel logo verde esplodere sullo schermo e sentire la notifica di un amico che mi invita in un gruppo.
Buon compleanno, 360. Eri rumorosa, fragile e imperfetta. Eri bellissima. E ci manchi da morire.