Quello che è accaduto ai The Game Awards 2025 con Clair Obscur: Expedition 33 non è semplicemente l’ennesima celebrazione dell’industria, né il consueto trionfo del titolo più chiacchierato della stagione.
È qualcosa di diverso, un cortocircuito narrativo che merita di essere analizzato con calma. Perché se un gioco arriva a vincere tutti (e parlo delle categorie grosse) i premi per cui era candidato, allora forse vale la pena chiedersi non soltanto come ci sia riuscito, ma anche cosa racconti questo piccolo terremoto del nostro modo di vivere, discutere e interpretare i videogiochi nel 2025.
Expedition 33 non è spuntato dal nulla. La sua presenza nelle nomination era tanto scontata quanto la presenza dei Muppets durante la cerimonia dei TGA al fianco di Geoff Keighley. Una produzione che si era imposta fin da subito come “la nuova ossessione” dell’annata, un gioco capace di mescolare la sensibilità francese a una solidità ruolistica che sembrava uscita dalla SquareSoft di altri tempi.
Eppure, anche tenendo in conto il suo successo critico e di pubblico, nessuno avrebbero scommesso su un en plein totale, un cappotto degno di quei momenti in cui l’industria si piega a un consenso talmente forte da sembrare predeterminato.
And the winner is...
Ed è proprio qui, in questa sorta di unanimità unanime, che nasce la domanda che fa da corrente sotterranea a tutto questo ragionamento: com’è possibile che un singolo gioco riesca a polarizzare il consenso in modo tanto assoluto da non lasciare spazio né alle sfumature, né alle sorprese, né tantomeno alla sana dialettica che in qualsiasi settore culturale rappresenta l’ossigeno indispensabile per non cadere in una pericolosa monocultura?
Perché nessuno vuole davvero vivere in un mondo dove c’è un solo titolo degno di nota, un solo stile acclamato, un solo modo per intendere il videogioco del futuro.
Non è un problema di qualità. Expedition 33 è, a suo modo, un’opera straordinaria: rigida e poetica, matematica e melodrammatica, con quell’eleganza visiva che solo gli studi francesi sembrano saper trattare con una naturalezza quasi offensiva. Ma l’eccellenza non basta a spiegare il fenomeno.
Una banalità che cancella tutto il resto: il contesto, i compromessi, le aspettative, la tensione tra pubblico e critica, i movimenti sotterranei dell’industria e perfino le dinamiche di narrazione che trasformano un prodotto in un fenomeno.
Ai The Game Awards 2025, però, è successo qualcosa di diverso: Expedition 33 ha vinto ogni premio per cui era in corsa, come se il suo nome fosse diventato una risposta automatica, un tic incontrollabile, un gesto meccanico ripetuto giuria dopo giuria, votante dopo votante.
Basta guardare a come funziona oggi il discorso culturale: ci sono momenti in cui una narrazione vince sulle altre non perché sia necessariamente la più giusta, ma perché è la più forte. E quando prende la rincorsa, trascina tutto con sé.
Expedition 33 non ha solo convinto: ha dominato il discorso. È stato il titolo di cui si è parlato di più, quello che ha generato più clip, più reaction, più analisi su infilate tra un résumé di boss fight e una battuta sulla tradizione francese dei costumi dei personaggi (replicati anche in sala durante i TGA dal team di sviluppo).
Era il gioco giusto al momento giusto, con la giusta estetica, la giusta storia e il giusto grado di profondità per risultare “autoriale” senza diventare inaccessibile. Era elegante, ma anche accogliente. Era complesso, ma non elitario. Era oscuro, ma fotogenico. In altre parole, era perfetto per il tipo di industria che i The Game Awards rappresentano nel 2025: un’industria che ha bisogno di un titolo di riferimento, un portabandiera, un simbolo narrativo attorno a cui costruire la cerimonia.
E allora forse vale la pena dirlo chiaramente: Expedition 33 ha vinto perché tutti avevano già deciso che dovesse vincere. Non in senso letterale, non con accordi sottobanco, ma perché ogni discussione, ogni recensione, ogni chiacchiera su Twitch, ogni post su Reddit aveva già edificato quella narrativa. Il resto è stato un automatismo collettivo. L’en plein non è un merito, né un demerito: è un fatto e basta.
Un fatto di un’industria che, sempre più spesso, trasforma il consenso in una valanga impossibile da fermare. Un fatto di un ecosistema mediatico che tende a esasperare la dicotomia tra capolavoro e fallimento, senza spazio per quel territorio intermedio dove nascono i giochi più interessanti ma meno immediatamente “virali”. Un fatto, soprattutto, del desiderio ormai quasi spasmodico di trovare ogni anno il “gioco evento”, la “produzione simbolo”, quella che definisce l’annata, la discussione, l’agenda culturale.
E qui arriva la domanda che forse nessuno vuole davvero affrontare: è sano tutto questo? È sano che il più grande palco dell’industria premi a senso unico? È sano che la pluralità di visioni venga schiacciata da un unico colosso estetico e narrativo? Oppure stiamo assistendo a un progressivo appiattimento, una lenta riduzione del videogioco a un sistema di “eventi canonici” che devono per forza generare consenso unanime per poter sopravvivere nella giungla attenzionale?
Non è questione di togliere meriti a Expedition 33. Anzi, semmai il contrario: il suo valore reale rischia persino di essere oscurato da questa sovraesposizione. Quando un’opera viene trascinata sul piedistallo a livelli quasi imbarazzanti, smettiamo di parlarne davvero. Non la analizziamo più, non la discutiamo, non la contraddiciamo. La si celebra e basta, in un monologo collettivo che confonde l’entusiasmo con l’obbligo.
E la cosa più paradossale è che il gioco stesso non sembra voler essere trattato così. Expedition 33 è un titolo che vive di chiaroscuri, di ambiguità, di fragilità emotiva, di domande scomode poste con una certa eleganza estetica. È un gioco che mette al centro il dubbio, non la certezza. La sua presenza ai Game Awards è stata invece un trionfo dogmatico, quasi un rituale di consacrazione. Una liturgia più che un dibattito.
La domanda, allora, è inevitabile: cosa racconta il successo totale di Expedition 33? Racconta un gioco eccezionale, certo. Ma racconta anche un’industria che ha sempre meno pazienza per la diversità stilistica, una critica che tende a inseguire i fenomeni più che a interpretarli, un pubblico che si affida alla viralità per decretare il valore. Racconta un ecosistema che si autosostiene cementando attorno a un solo titolo la sua idea di “giusto vincitore”, come se la complessità culturale del videogioco contemporaneo potesse davvero ridursi a una sola opera per annata.
Eppure, nonostante le polemiche intrinseche, nonostante la sensazione di déjà-vu, nonostante l’inquietudine latente che accompagna sempre i successi troppo grandi, alla fine resta una verità più semplice: Expedition 33 ha convinto tutti perché ha toccato una corda che quest’anno nessun altro è riuscito nemmeno a sfiorare. Ha incarnato l’idea stessa del videogioco “prestigioso” senza rinunciare all’immediatezza. Ha unito l’estetica alla sostanza, la drammaticità alla meccanica. È diventato, suo malgrado, il volto dell’annata.
Una vittoria che rimarrà nella storia
Forse era inevitabile. Forse era solo questione di tempo. Ma questo non significa che non dovremmo continuare a domandarci se il trionfo totale di un solo gioco sia davvero un segnale di buona salute per un medium che dovrebbe vivere di pluralità, non di monoculture. Expedition 33 è un capolavoro, sì. Ma un capolavoro assoluto? Un capolavoro totalizzante? Non è detto.
E in fondo è questa la parte più ironica di tutta la vicenda: il gioco che celebra la bellezza dei chiaroscuri è diventato il simbolo di un’annata dipinta solo in bianco e nero.