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Se non ti piace la next-gen è solo un problema tuo | Non Si Scherza Più #4

Ogni volta che la critica sterile tocca PS5 e Xbox, un videogiocatore muore.

Non si Scherza Più è la rubrica dal nome chiaro e inequivocabile, ispirato dalla filosofia che sta muovendo il nuovo piglio editoriale di SpazioGames. Attenzione, quindi: qualsiasi riferimento a fatti, cose o persone è voluto, nonostante quanto scritto rifletta – ovviamente – solo ed esclusivamente le idee dell’autore e non della redazione al gran completo.

Da bambino, mettere le mani su un videogame era pratica semplice. Si aspettava la festività di turno – fosse compleanno o Natale – si prendeva il regalino della nonna o del parente stretto (100mila lire, tramutati negli ormai ben noti 50 euro) e ci si recava nel negozietto di fiducia a scegliere la cartuccia o il CD di sorta, quando il formato fisico non era un’opzione, ma l’unica via. Spesso e volentieri capitava inoltre una cosa magica, che a ripensarci oggi vengono i brividi: i giochi non si sceglievano certo dopo aver letto le recensioni, la media su Metacritic o dopo aver effettuato un preorder. Si sceglievano dalla copertina. “Bello quel gioco lì, con quell’omino blu che spara”. E magari ti portavi a casa Mega Man II, così, senza saper né leggere né scrivere. “Guarda che bella la copertina con quella specie di simbolo di drago”. E vai di Mortal Kombat II, a secco.

Anche la scelta della console da avere era spesso veicolata da fattori esterni che erano tutto fuorché tecnici: l’amichetto di scuola aveva il Super Nintendo? Ok, era deciso. Il compagno di squadra a calcetto ti aveva invece mostrato la potenza del SEGA Mega Drive? Molto bene, ci si fa regalare quella. Discorso assolutamente identico nell’era della prima PlayStation (e anche della successiva PS2), di Nintendo 64, del SEGA Dreamcast, della prima Xbox e del GameCube. Tutto nella norma, per oltre tre generazioni (ma potrebbero essere molte di più).

Un'immagine di PS2, perché sì.

Si stava meglio quando si stava peggio

Successivamente, qualcosa si è rotto. O meglio, è cambiato in maniera drastica e definitiva, sino ai giorni nostri: PlayStation 5 e Xbox Series X | S. È per questo che non ho mai rimpianto i “bei tempi”, i pixel e le texture slavate. Se anche li riproponessero oggi (e lo fanno, basti pensare alle varie console “mini” uscite in questi anni) non li vedremmo con gli stessi occhi di allora. I videogiocatori sono malati di nostalgia ma non sono di certo ciechi, visto che stringi stringi ci manca l’innocenza di quando era nostra madre a comprare i nostri videogiochi preferiti, magari dopo un bel voto a scuola.

PS5 e Xbox, dicevamo: le due piattaforme di nuova generazione, disponibili rispettivamente dal 10 e dal 19 novembre scorso in Europa (Italia inclusa), porteranno i videogiochi verso nuove e insperate vette di eccellenza attraverso la nona generazione di console. Tutto meraviglioso, quindi? Assolutamente no. Oggi, il mondo dei videogiochi sembra più il set di un film sugli anni di piombo, le community sui social galoppano verso il disagio andante e gran parte delle persone non riesce a guardare oltre la coltre dei pregiudizi. Sarà anche che questa surreale epidemia ha tirato fuori il peggio da molte persone (come se ce ne fosse bisogno), ma francamente ne esco parecchio imbarazzato.

Questo perché, come spesso accade quando la massa sembra andare in un’unica direzione, una categoria di persone (sì, anche tu che stai leggendo in questo momento) invece che farsi pervadere dall’entusiasmo e dalla frenesia, ha preferito imboccare la strada del puzzonasismo estremo. Ed ecco che è iniziato il solito circo del “comprare PS5 al lancio è da stupidi”, del “Xbox non ha giochi” e tutta una sequela di critiche più o meno disoneste atte a nascondere un’unica grande verità assoluta: siete vecchi dentro.

La collezione di console di Masahiro Sakurai (via Twitter).

Attenzione, però: non c’entra affatto la questione anagrafica (con molta probabilità, gran parte dei lettori che stanno leggendo questo articolo sono parecchio più giovani dell’autore dello stesso), bensì una questione più “intima” o, se preferite, intimista. Perché giudicare una cosa di cui non siete più interessati per il solo gusto di apparire controcorrente a forza? Semplice: godete nel farlo, ma in realtà state piangendo. Un po’ come quel meme dell’uomo con il volto intriso di lacrime, ma che in realtà indossa una maschera che ride. Belli fuori e infelici dentro.

Giudicate PS5 per quei “pochi giochi al lancio” quando avete dimenticato titoli come Fantavision e Gundam: Target in Sight (se non sapete di cosa sto parlando vi basterà googlare). Criticate le poche scorte  – oppure il fatto che non siete stati abbastanza veloci con Ctrl + F5 quel fatidico 17 settembre alle ore 13 – dimenticando che una stramaledetta pandemia mondiale ha cambiato per sempre le nostre abitudini (perché, quando la storia bussa alla porta, c’è poco altro da fare). Oppure, again, lamentare che quella di PS5 e Xbox Series X|S “non è vera next-gen”, quando in realtà è chiaro anche ai sassi che un salto generazionale come quello visto ai tempi di PS1-PS2 non lo vedremo mai più (ed è anche giusto così, visto che il mondo delle console si è trasformato tantissimo rispetto a venti anni fa).

Non siete invidiosi degli entusiasti, come alcuni suggeriscono. Siete solo tristi.

Venti anni fa questa roba neanche ce la sognavamo, ci bastava riuscire a giocare. Il mercato imponeva che per farlo bastava comprare una console e inserire una cartuccia o un CD-Rom, a noi tanto bastava. Raccoglievamo stelline o lanciavamo hadouken dodici ore al giorno, sparavamo ai Covenant, eseguivamo Fatality o risolvevano enigmi sull’isola di Mêlée. Non c’era un’alternativa a questa vita. Ora si hanno invece delle console ultra performanti, delle macchine da gioco perfette e velocissime, dotate di un parco titoli immenso (il vostro backlog vi guarda, mentre voi guardate lui) e, nonostante ciò, “la next-gen vi fa schifo”. A posto così.

Un'immagine dello straordinario Fantavision.

Non prendetevela con il videogioco, ma con voi stessi

Per anni si è detto per il videogioco fosse un prodotto per bambini (e forse anni addietro lo è stato per davvero), mentre adesso troviamo masse di sommelier del videoludo che neanche nelle più pregiate vigne della Toscana. È lo stesso principio per cui il primo film di un regista è sempre il migliore. Automaticamente, più si va avanti e più si è “venduti” o “sputtanati”, è la regola.

Ancora una volta, la risposta al dilemma è una e una soltanto: siete vecchi. La passione vi è morta nel cuore perché avete perso quel sano stupore che da bambini vi faceva sobbalzare a ogni pixel sospinto. Avete capito che, forse, avete semplicemente perso il treno dell’entusiasmo, dando la colpa a una certa ridondanza del mercato (cosa assolutamente non vera, da qualsiasi punto di vista la si guardi). Oppure, cosa ancor più logica e terra terra, non potete permettervi l’acquisto di una console al lancio e camuffate la palese invidia con della sana arroganza. Ci sta.

Fa parte di quella selezione naturale che oggi molti dicono non ci sia più, ma in realtà esiste ancora ed è ben visibile da tutti. È per questo che i ragazzini si affannano a giocare a Fortnite mentre l’utente sommelier lo snobba, perché in realtà chi lo critica non ci ha neppure giocato per dieci minuti filati. Stesso discorso per quanto riguarda PlayStation 5 e Xbox Series X e S: “non mi piace”, quando in realtà una parte di voi si rifiuta anche solo di provarle con mano, queste stramaledette macchine da gioco.

Diventate inflessibili e indifferenti al videogioco man mano che passa il tempo, dimenticando quanta fortuna avete (abbiamo) avuto nel poter ricevere le nuove console in un momento storico in cui tutto va a rotoli (Dio, persino una cena con gli amici è diventato un miraggio). Vi state allontanando dal videogioco per un problema di percezione, non per mancanza di titoli o per chissà quali magagne di mercato. Era a questo che doveva servire il videogioco nel 2020 e ora più che mai ne abbiamo un bisogno gigantesco.

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