RECENSIONE SERIE TV 5 min

Resident Evil Infinite Darkness è il sequel di Resident Evil 4 che non serviva

Leon e Claire di nuovo insieme, ma purtroppo la rimpatriata non è delle migliori: leggi la recensione della serie Netflix.

Il franchise di Resident Evil sta vivendo in questi anni una vera e propria seconda giovinezza. Dopo che la serie di videogiochi ha quasi rischiato di finire nel dimenticatoio a causa di due capitoli regolari non troppo apprezzati dal pubblico – vale a dire Resident Evil 5 e 6 – Capcom è stata molto brava nel saper riprendere in mano la situazione, evitando il peggio. A differenza quindi della saga di Silent Hill, accantonata da Konami senza quasi un perché, la Casa di Mega Man ha invece deciso di “riavviare” in maniera piuttosto velata la serie di Biohazard, che con Resident Evil 7 e – soprattutto – con il più recente Resident Evil Village ha visto rinascere quell’interesse da parte dei giocatori che con gli anni si era inevitabilmente affievolito o, nel peggiore dei casi, spento del tutto.

Non sorprende quindi che, in occasione dell’anniversario per i 25 anni dalla nascita del franchise, Capcom abbia deciso di festeggiare alla grande l’evento anche con progetti non necessariamente legati al mondo dei videogiochi. Ecco quindi che è in dirittura d’arrivo un nuovo film con attori in carne e ossa, Resident Evil Welcome to Raccoon City, diretto da Johannes Roberts. Il regista promette infatti un’opera il quanto più possibile fedele possibile ai primi capitoli della serie, virando dalla parentesi brutalmente action vista nelle pellicole di Paul W. S. Anderson, ormai dimenticate dai più.

Ma non solo: anche Netflix ha messo gli occhi sul franchise, annunciando una serie live-action composta da otto episodi da un’ora ciascuno e guidata da Andrew Dabb (Supernatural), nonostante sia il cast ufficiale che la sinossi (che vedrà il prima fila le figlie di Albert Wesker, Jade e Billie) lascino intendere che in questo caso si sia optato per un prodotto che prenderà un bel po’ le distanze dalla saga originale, forse anche troppo.

Vi è poi un terzo progetto, anch’esso dedicato al catalogo streaming più famoso di sempre e in uscita l’8 luglio, questa volta canonico con la serie principale di videogiochi. Resident Evil Infinite Darkness è infatti il nome della miniserie esclusiva Netflix realizzata interamente in computer grafica, quattro episodi della durata di circa 25 minuti ciascuno, atti a raccontare le vicende successive agli eventi visti in quello che potremmo definire come uno dei più importanti capitolo del franchise Capcom (se non il più importante in assoluto), ossia l’ormai celebre Resident Evil 4 (che nei prossimi anni sarà al centro di un atteso remake).

 

La trama di Infinite Darkness

Come accennato poco sopra, lo show in CGI di Resident Evil ha luogo nel 2006, poco tempo dopo il salvataggio della figlia del presidente degli Stati Uniti d’America, Ashley Graham, da parte di Leon S. Kennedy. Un misterioso attacco informatico alla Casa Bianca è solo il preludio a un nuovo incubo per l’ex poliziotto sopravvissuto all’incidente di Raccoon City, incaricato di indagare sull’accaduto. La residenza presidenziale verrà infatti presto attaccata da un gruppo di zombi affamati di carne umana, mettendo Leon nuovamente di fronte alle più temibili e mostruose armi biologiche mai apparse sulla Terra.

Infinite Darkness vedrà anche il ritorno di Claire Redfield, anch’essa protagonista di Resident Evil 2 e relativo remake. Scopriamo da subito che la ragazza è ora membro attivo di un gruppo d’assistenza ai rifugiati chiamato TerraSave: un giorno, la sorella di Chris Redfield trova una misteriosa immagine disegnata da un giovane profugo, vittima suo malgrado di una strana infezione virale. L’indagine di Claire la porterà presto dentro la residenza presidenziale statunitense, tanto che sia lei che il suo ex partner a Raccoon City si ritroveranno presto invischiati in un nuovo incubo senza fine, dovuto in primis alla nuova invasione di non morti a Washington (ma i pericoli saranno ben più numerosi).

Ancora nei guai, Leon?

Come avrete potuto intuire da soli, la trama che fa da sfondo agli episodi che compongono Resident Evil Infinite Darkness è tutto fuorché originale: a partire dalla presenza degli zombie passando per alcuni momenti impostati come chiari omaggi al franchise videoludico, spiace un po’ constatare come Eiichirō Hasumi abbia deciso di dirigere una miniserie sfruttando i cliché del caso, senza troppa fatica né chissà quali trovate narrative.

Senza chiedere chissà quali stravolgimenti di trama, quella sensazione di «già visto» rende il tutto abbastanza ridondante, specie nei confronti dei fan storici di Biohazard. Non salva di certo la situazione l’inclusione di personaggi nuovi di zecca come Jason e Shen Mai, agenti veterani dell’intervento statunitense in Penamstan, un Paese asiatico del tutto fittizio straziato da anni di guerra civile, così come non manca neppure la consueta multinazionale farmaceutica, chiaramente interessata a entrare nelle grazie di una certa politica estera legata agli Stati Uniti d’America.

Proprio relativamente ad alcune tematiche legate alla questione politica di Infinite Darkness, nei giorni scorsi era emersa una piccola polemica legata a dei contenuti specifici a cui Netflix aveva chiesto di non dare troppo spazio in fase di recensione.

Realizzazione tecnica e difetti

Per quanto riguarda la resa a schermo, Resident Evil Infinite Darkness prosegue la strada intrapresa coi tre film in CGI dedicati al franchise e usciti diversi anni fa, ovvero Resident Evil Degeneration, Damnation e Vendetta. La sensazione è che, più che per una vera e propria miniserie, Netflix abbia optato per un film diviso in quattro parti, spezzato per venire incontro ai gusti degli abbonati: sia il ritmo che il modo in cui i vari episodi ai agganciano l’uno con l’altro (incluso ovviamente il capitolo finale incentrato solo ed esclusivamente sull’azione senza sosta), tradiscono il fatto che si tratta di un’unica, lunga sceneggiatura da due ore, frantumata per risultare meno indigesta.

Vi è anche un altro problema ed è il modo in cui è stato rappresentato il personaggio di Claire: a dir poco fondamentale in Resident Evil 2 e, ancor di più, in Resident Evil Revelations 2, in Infinite Darkness la sorella minore di Chris ha un ruolo assolutamente scialbo e marginale, tanto che i momenti in cui interagisce con Leon si contano sulle dita di una mano. Un vero peccato, anche in virtù del fatto che la trama di questa miniserie è canonica e avrebbe quindi potuto spingere il personaggio di Claire verso nuove e inaspettate direzioni (magari proprio un Revelations 3).

Claire è purtroppo quasi ininfluente ai fini della trama.

La computer grafica è purtroppo risultata una scelta inadeguata al contesto, visto che la sensazione di assistere a una lunga – lunghissima – sequenza non interattiva la farà quasi sempre da padrona, con animazioni innaturali ed espressioni facciali poco incisive. Forse, se la produzione avesse optato per la classica animazione in 2D, il risultato finale sarebbe stato quasi certamente migliore.

Considerando infatti l’altissimo livello qualitativo raggiunto da Powerhouse Animation (lo studio autore della serie dedicata a Castlevania) la scelta di TMS Entertainment e Quebico di optare per una resa in CGI risulta quantomeno obsoleta. Nulla da appuntare invece per il doppiaggio in lingua originale, grazie alla presenza di Nick Apostolides e Stephanie Panisello, ossia gli attori che hanno dato la loro voce a Leon e Claire anche nella serie di videogiochi.

Tutto da buttare, quindi? No, perché – complice anche una durata davvero esigua – questa prima miniserie in CGI dedicata a Resident Evil si lascia guardare con il giusto disimpegno. Paradossalmente, però, alla fine questo risulta essere anche il suo peggior difetto, visto che da un franchise come quello da Biohazard ci saremmo aspettati ben altro trattamento, anche e soprattutto da una serie originale Netflix.

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5,0

Resident Evil: Infinite Darkness

Resident Evil Infinite Darkness non è una brutta serie. Semplicemente, non aggiunge nulla di nuovo all'immensa lore di Biohazard, non risultando neppure così deprecabile. Semplicemente, nei soli quattro episodi che compongono lo show, non vi è un solo momento davvero memorabile, emozionante o spaventoso. Le due ore totali che compongono la serie Netflix hanno il retrogusto della lunga (lunghissima) cut-scene che non sarete purtroppo in grado di skippare, il tutto per raccontare l'ennesima invasione di zombie che domani avrete già dimenticato.

Pro

  • Il ritorno di Leon e Claire
  • Esteticamente godibile...

Contro

  • ... ma ha il retrogusto della lunga cutscene
  • Storia di fondo davvero insipida
  • Claire non pervenuta
5,0