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Pro
- Estetica unica, comparto audio e animazioni di primissimo livello.
- Combattimento coreografico e profondo.
- Frustrazione tipica del genere ridotta al minimo.
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Contro
- Narrazione un po' prolissa.
- Lievi compromessi grafici su PS5 e PS5 Pro.
- Qualche piccolo problema di bilanciamento.
Il Verdetto di SpazioGames
Purtroppo, il potenziale di una premessa narrativa intrigante viene affossato da una sceneggiatura verbosa, oppressa da troppi testi e da personaggi secondari statici che spezzano malamente il ritmo tra uno scontro e l'altro. Al netto di questo inciampo narrativo e di qualche compromesso visivo necessario a mantenere i 60 fps, le avventure di Soul nel Phantom World rappresentano una danza letale imperdibile per chiunque cerchi un'azione viscerale in cui l'acciaio detta l'unica, inesorabile legge.
Il videogioco di oggi, anno 2026 ormai quasi 2027, è un crocevia di influenze, un calderone in cui generi, stili e tradizioni si fondono nel tentativo costante di offrire esperienze inedite e memorabili.
In questo panorama in continua evoluzione emerge Phantom Blade Zero, che fa della contaminazione il suo assoluto punto di forza, ergendosi con la sua azione stilisticamente impeccabile, pur inciampando su ostacoli narrativi di non poco conto.
Ci troviamo di fronte a un titolo che promette di trasportarci in un universo oscuro, spietato e affascinante, dove la lama della spada detta legge e la rapidità dei riflessi rappresenta l'unica vera linea di demarcazione tra la vita e la morte.
Attraverso una miscela esplosiva di estetica ricercata e un sistema di combattimento che rasenta la perfezione coreografica, l'avventura che andremo ad analizzare si impone all'attenzione degli appassionati, forte di intuizioni ludiche brillanti e di una struttura che premia l'aggressività e l'esplorazione.
Benvenuti nel Phantom World
Il primo impatto con il gioco è di natura puramente visiva e concettuale. Gli sviluppatori hanno compiuto un lavoro niente male nel delineare i contorni del cosiddetto Phantom World, un universo che si rifiuta categoricamente di farsi ingabbiare all'interno di confini stilistici predefiniti. L'estetica del gioco è, a tutti gli effetti, un ibrido coraggioso e riuscitissimo che affonda le sue radici nella nobile e millenaria tradizione del cinema wuxia cinese.
Ritroviamo quindi le vesti fluttuanti, i cappelli a tesa larga di paglia intrecciata, l'eleganza marziale dei movimenti e l'architettura dei classici villaggi orientali, ma tutto questo viene brutalmente e genialmente distorto.
A questa base tradizionale si sovrappongono, infatti, pesanti elementi steampunk e cyberpunk. Il risultato è un mondo cupo, opprimente e decadente, dove i templi antichi sono sovrastati da tubature fumanti, ingranaggi arrugginiti ed elementi cibernetici.
Questa fusione crea un'identità visiva formidabile: ogni scorcio, ogni palazzo e ogni avamposto nemico trasuda un fascino oscuro, rendendo il Phantom World uno dei palcoscenici digitali più intriganti e originali esplorati negli ultimi anni. La compenetrazione tra la carne, l'acciaio e il legno marcescente fa da sfondo perfetto a un racconto di disperazione e redenzione.
Una narrazione che inciampa su se stessa
Se il palcoscenico è allestito in maniera magistrale, lo stesso purtroppo non si può dire della sceneggiatura che deve prendere vita su di esso. Le premesse narrative del gioco sono, sulla carta, estremamente intriganti e dotate di un potenziale enorme.
Vestiamo i panni di Soul, un guerriero letale e caduto in disgrazia che, in seguito a un brutale e misterioso tradimento, si ritrova con una vera e propria condanna a morte pendente sul capo. A Soul restano esattamente 66 giorni di vita per svelare l'intrigo, vendicarsi dei suoi carnefici e, soprattutto, riscattare il proprio onore e il proprio nome.
L'incipit del "conto alla rovescia" è un eccellente espediente, ma l'esecuzione del racconto si rivela presto il vero tallone d'Achille dell'intera produzione. La narrazione, infatti, si perde in una sceneggiatura che tende a esagerare con le informazioni. Gli sviluppatori hanno saturato l'esperienza con una quantità di testi, documenti e pergamene spropositata, frammentando inesorabilmente il ritmo del racconto.
Invece di affidare l'esposizione della lore al design ambientale o a dialoghi concisi e d'impatto, il gioco ci costringe a frequenti e lunghissime pause per leggere muri di testo. Tra l'altro la gestione degli NPC non è che aiuti in questo senso, visto che le scene d'intermezzo principali, i dialoghi con i personaggi secondari messi in scena attraverso modelli poligonali spesso eccessivamente statici e inespressivi.
Una danza letale
Fortunatamente, l'insoddisfazione narrativa viene spazzata via non appena si estrae la spada dal fodero. Il sistema di combattimento è il vero cuore pulsante dell'opera. Creato sotto la supervisione d'eccezione di Donnie Yen, icona mondiale del cinema di arti marziali, il combat system si rivela frenetico, appagante e altamente coreografico. Non ci troviamo di fronte a un banale e caotico susseguirsi di colpi casuali, ma a una vera e propria danza letale in cui ogni movimento ha un peso, uno scopo e una conseguenza.
Tutta l'infrastruttura degli scontri ruota magistralmente attorno alla gestione dello Sha-Chi, un indicatore che rappresenta simultaneamente la postura, la concentrazione e l'energia del combattente, sia per quanto riguarda Soul che per i suoi avversari.
Svuotare lo Sha-Chi del nemico significa spezzarne la guardia, lasciandolo inerme di fronte a esecuzioni tanto brutali quanto spettacolari. Per raggiungere questo scopo, il gioco impone un'osservazione attenta e riflessi fulminei, codificando gli attacchi avversari attraverso un sistema di colori estremamente intuitivo ma difficile da padroneggiare ai livelli più alti.
Quando l'arma del nemico si illumina di blu, il giocatore è chiamato a eseguire una parata perfetta; calcolando il tempismo al millisecondo, non solo si azzera il danno subito, ma si infligge un grave contraccolpo allo Sha-Chi avversario. Al contrario, quando l'indicatore si tinge di rosso scarlatto, il colpo in arrivo è imparabile e richiede obbligatoriamente una schivata perfetta.
Questo dualismo tra parata e schivata instaura un ritmo di combattimento ipnotico. Si innescano scambi di colpi velocissimi in cui il rumore metallico delle lame si fonde con le schivate millimetriche, trasformando ogni duello in una scena d'azione cinematografica di prim'ordine.
Se il sistema di parate e schivate rappresenta la spina dorsale della difesa, è nell'offensiva che il gioco sprigiona tutta la sua genialità. Il titolo incentiva in ogni modo possibile un approccio aggressivo, volto a mantenere una pressione costante sull'avversario. Il segreto di questa fluidità risiede nella meccanica del cambio arma a metà combo.
Soul può equipaggiare contemporaneamente diverse tipologie di armamenti, passando con estrema naturalezza da pesanti spadoni a scattanti doppie lame, fino ad arrivare alle lance per colpire dalla media distanza. La vera intuizione degli sviluppatori sta nel fatto che cambiare l'arma esattamente durante il concatenamento di una combo ricarica istantaneamente il proprio indicatore di Sha-Chi.
Questo dettaglio meccanico trasforma radicalmente l'approccio agli scontri: invece di colpire, indietreggiare e attendere il recupero dell'energia, il giocatore è costantemente spronato a spingere sull'acceleratore.
Iniziare una raffica di colpi con una spada, esaurire quasi del tutto la postura, passare istantaneamente a una lancia per continuare l'assalto con le statistiche rigenerate e concludere con un attacco roteante a due armi è un'esperienza inebriante. Questo sistema non solo incentiva un ritmo di gioco forsennato, ma promuove la sperimentazione continua.
Trovare la sinergia perfetta tra le diverse bocche da fuoco e armi bianche diventa un vero e proprio metagioco, permettendoci di plasmare il proprio stile di combattimento in base alle debolezze specifiche dei nemici che si parano sul suo cammino.
Un'anima da Metroidvania
Oltre all'adrenalina dei duelli, l'avventura brilla anche per quanto riguarda il design dell'esplorazione. Abbandonando la linearità assoluta in favore di una struttura a mappe semi-aperte, il gioco svela fin dalle prime ore una marcata, e riuscitissima, anima Metroidvania. Il Phantom World non è solo un bellissimo fondale in cui sventrare i nemici, ma un intricato labirinto di scorciatoie, bivi, aree segrete e percorsi inaccessibili a una prima esplorazione.
La chiave di volta di questa architettura di level design è rappresentata dalle cosiddette armi "Eteree". Questi strumenti unici si discostano dall'armamentario convenzionale, assolvendo a una duplice, geniale funzione. In combattimento, si manifestano come abilità letali capaci di ribaltare le sorti di uno scontro difficile; tuttavia, è al di fuori dell'arena che rivelano la loro vera importanza.
Le armi Eteree fungono infatti da strumenti di esplorazione indispensabili: un rampino Etereo vi permetterà di agganciarvi a sporgenze lontane per raggiungere tetti precedentemente preclusi, mentre specifici ordigni esplosivi saranno fondamentali per abbattere porzioni di muro lesionate e svelare stanze del tesoro nascoste.
Questa meccanica costringe il giocatore a memorizzare l'orografia dei livelli e lo incentiva costantemente al backtracking (il ritorno in aree già visitate) una volta acquisito un nuovo potenziamento Etereo, garantendo un senso di progressione organico e molto soddisfacente.
In un'epoca videoludica in cui i giochi d'azione tendono spesso a mutuare le meccaniche punitive e sadiche del filone soulslike, il titolo compie una netta inversione di tendenza, optando per un approccio strutturale decisamente più permissivo. L'obiettivo degli sviluppatori è chiaro: mantenere alto il ritmo e azzerare la frustrazione punitiva, lasciando che la vera sfida risieda esclusivamente nell'apprendimento del sistema di combattimento.
A dimostrazione di ciò, nel gioco è del tutto assente la meccanica della corpse run. Quando Soul viene sconfitto in battaglia, non perde i preziosi punti esperienza o le risorse accumulate fino a quel momento, e non è costretto a tornare faticosamente sul luogo del delitto per recuperarli.
La morte riporta semplicemente all'ultimo punto di controllo, mantenendo intatto il bottino. Ancora più innovativa, per il genere di riferimento, è la gestione del respawn dei nemici: ricaricare l'area riposando a un checkpoint non riporta in vita i nemici precedentemente sconfitti.
Una volta ripulito un cortile o un vicolo, quest'ultimo rimarrà sicuro, permettendo al giocatore di concentrarsi sull'esplorazione ambientale senza l'ansia di dover riaffrontare ondate di sgherri minori ogni volta che desidera salvare la partita. Questa indulgenza sistemica rispetta il tempo del giocatore e focalizza l'attenzione sulla fluidità dell'incedere.
Il compromesso per la fluidità
Per sostenere un sistema di combattimento così veloce, spietato e basato sui riflessi al millisecondo, il comparto tecnico deve inevitabilmente fare delle scelte ben precise. Su PS5 Pro spicca la velocità vertiginosa dei duelli, e l'utilizzo della modalità Prestazioni (che garantisce l'obiettivo dei 60 fotogrammi al secondo) risulta essere non solo consigliata, ma assolutamente imprescindibile per godere appieno dell'opera, sia che si giochi su PS5 base che sulla più potente PS5 Pro.
Riuscire a leggere in tempo i bagliori blu e rossi per parare o schivare è impossibile con un frame rate instabile o ancorato ai 30 fps. Per raggiungere questa fondamentale fluidità, il motore grafico deve inevitabilmente scendere a qualche compromesso visivo.
In modalità Prestazioni, si nota un generale ammorbidimento della risoluzione, una minore definizione delle ombre sulle lunghe distanze e la presenza di alcuni lievi e occasionali cali di frame durante le esecuzioni più ricche di effetti particellari. Tuttavia, si tratta di sacrifici grafici ampiamente giustificabili e necessari: la reattività dei comandi è prioritaria e l'azione non risulta mai seriamente compromessa da queste incertezze.
Dove il titolo eccelle senza alcuna riserva è nel comparto delle animazioni e in quello sonoro. Le animazioni di Soul in combattimento, grazie al già citato lavoro di coreografia marziale, sono gloriose. La transizione tra una schivata acrobatica, la parata di spada e l'estrazione di una lancia è una goduria di fluidità visiva che non mostra mai stacchi innaturali.
Il tutto è avvolto e incorniciato da una colonna sonora superba, che funge da perfetto collante per l'estetica ibrida del gioco. La direzione audio mescola sapientemente gli strumenti tradizionali della musica cinese (come l'erhu o il guzheng) con possenti sonorità elettroniche e riff di chitarra metal.
Questo amalgama sonoro esalta ogni singolo istante dell'avventura, dalle fasi di esplorazione più malinconiche fino ai crescendo adrenalinici degli scontri contro i boss.