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Recensione

Firewatch

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Avatar di LoreSka

a cura di LoreSka

Pubblicato il 19/02/2016 alle 00:00
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Il Verdetto di SpazioGames

7

Informazioni sul prodotto

Immagine di Firewatch
Firewatch
  • Sviluppatore: Campo Santo
  • Piattaforme: PC , PS4 , XONE , SWITCH
  • Generi: Avventura grafica
  • Data di uscita: 9 febbraio 2016 - 21 settembre 2016 (Xbox One) - 17 dicembre 2018 (Switch)

Ogni uomo, di fronte a una tragedia, reagisce in maniera diversa. C’è chi si rinchiude nel proprio dolore, chi cerca di elaborare la cosa e di superarla e chi, come Henry, decide di fuggire. Firewatch non è la storia di un guardiaboschi, ma di un uomo la cui vita è stata segnata dalla malattia della moglie, il cui rapido decorso lo ha portato a diventare per lei uno sconosciuto. Così, quest’omaccione con la barba, amante della birra e della scrittura, accetta uno dei lavori più solitari del mondo, rinchiudendosi in una torre in mezzo a un meraviglioso parco nazionale, passando la propria solitudine a meditare e a scrivere il proprio romanzo.
Le premesse di Firewatch sono di quelle che lasciano il segno, e il titolo di esordio di Campo Santo sembra sfruttare in maniera corretta il filone dei walking simulator, quel genere videoludico in cui il gioco vero e proprio si fa da parte per consentire al giocatore di abbracciare e metabolizzare una storia spesso molto complessa, senza puzzle da risolvere ma solo con qualche scelta di dialogo e, nel caso di questo gioco, una cartina geografica con la quale orientarsi.
La leggerezza della solitudine
In realtà, non occorrono che pochi minuti per rendersi conto quanto Firewatch sia un gioco in cui la solitudine non esiste. Benché Henry viva arroccato sulla propria palafitta dalla quale scende spesso per esplorare il parco che lo circonda, la sua nuova vita come guardiaboschi è accompagnata dalla non-presenza di Delilah, una collega assegnata ad una torre collocata a qualche chilometro di distanza. Tra i due inizia presto una relazione umana fatta di continui scambi di messaggi alla radio, in cui Delilah diventa il confessore di Henry, e viceversa. Campo Santo ha scritto questa parte divinamente bene e ha scelto due attori perfetti per il ruolo, e non ci vogliono che pochi minuti per farsi completamente catturare dalle emozioni trasmesse dai due personaggi.
L’esplorazione delle dinamiche sociali tra i personaggi di Firewatch, tuttavia, è solo una delle componenti importanti del gioco, che deve buona parte del suo fascino alla vicenda che emerge lentamente tra le sterpaglie sempre più aride del parco nazionale del Wyoming. Da un banale fuoco acceso da due giovani campeggiatrici un po’ alticce, infatti, si scatena un vero e proprio incendio allegorico fatto di misteri, possibili cospirazioni e strani avvenimenti. Vi è una costante e crescente tensione nel gioco, che raggiunge il suo culmine in un punto di svolta collocato all’inizio dell’ultimo terzo di gioco. Fino a quel momento, Firewatch è uno di quei giochi capaci di lasciare il segno, abile nel costruire nella testa del giocatore diverse possibilità, nel depistarlo quanto basta per fagli crescere una certa angoscia, un senso di impotenza e la sensazione di avventurarsi all’interno di qualcosa di estremamente pericoloso e, forse, più grande di noi.
Sfortunatamente, Campo Santo commette una leggerezza quasi imperdonabile: nell’ultima ora di gioco, gli sceneggiatori sembrano essersi fatti prendere da un eccesso di zelo, da una necessità quasi spasmodica di chiudere la vicenda e fare quadrare i conti. Così, tutti i misteri così sapientemente creati si incendiano come sterpaglie in agosto, lasciandoci con un pugno di cenere in mano e mostrando una certa scarsità di idee. Per ovvie ragioni non scenderemo nei dettagli, ma vi basti sapere che due dei tre conflitti presentati nel gioco si risolvono in maniera estremamente banale, così poco incisiva da lasciare il giocatore quasi interdetto. Persino la vicenda umana di Herny e Delilah ha una sua conclusione scontata, sebbene in questo caso le motivazioni date per il finale siano risultate ben più accettabili delle strampalate risoluzioni dei misteri che avvolgono il parco.
…non è un bel tramonto?
Tutto questo, in ogni caso, è avvolto in un’atmosfera semplicemente meravigliosa. Gli scorci offerti dal parco, il colore e il calore delle rocce sotto il sole estivo, le note della primavera, i tramonti, le notti e le giornate fanno di ogni fotogramma un’immagine meritevole di una fotografia. Non è un caso che gli sviluppatori abbiano incluso una macchina fotografica nel gioco, che ci consente di scattare screenshot da condividere online. Fatevi un salto sulla pagina Steam del gioco e date un’occhiata ai contenuti creati dagli utenti: capirete immediatamente di cosa stiamo parlando.
Il sound design, poi, è eccezionale. Persino i silenzi hanno una propria importanza in Firewatch, e la musica che punteggia i momenti più drammatici o significativi della storia è semplicemente perfetta. Inoltre, il fatto che il gioco si chiuda con la incredibile I’d rather go blind di Etta James è una vera ciliegina sulla torta che merita un plauso.

– Personaggi e dialoghi scritti molto bene

– Ritmo incalzante per due terzi del gioco

– Artisticamente splendido

– Bel sound design

– La storia accelera troppo nel finale

– Qualche buco grave nella trama

7.0

Firewatch è un’esperienza destinata a dividere. Se, da un lato, è apprezzabile il lavoro artistico svolto dai Campo Santo e la loro straordinaria capacità di scrittura dei dialoghi e dei personaggi, dall’altro lato non possiamo che rimpiangere la loro incapacità nel riuscire a chiudere la vicenda in maniera convincente. Anche se il finale non è malvagio, la risoluzione dei misteri narrati è davvero troppo rapida e, forse, illogica, lasciandoci inesorabilmente con un pizzico di delusione. In ogni caso, parte di questo gioco potrebbe restarvi nel cuore, pertanto il nostro consiglio è di attendere i tempi dei saldi e lanciarsi a capofitto in questa avventura.

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