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Immagine di Monkey King Hero is back, come i tie-in di una volta

Recensione

Monkey King Hero is back, come i tie-in di una volta

Una sfortunata parentesi cinematografica

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Avatar di Gianluca Arena

a cura di Gianluca Arena

Editor @SpazioGames

Pubblicato il 04/11/2019 alle 14:57
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  • Pro
    • Divertirà i fan più giovani
    • Sistema di combattimento rapido da imparare...
  • Contro
    • Piuttosto monotono
    • ...e altrettanto rapido nell'annoiare
    • Graficamente una generazione e mezzo indietro
    • Decisamente breve

Il Verdetto di SpazioGames

5.9

Dispiace che a Monkey King Hero is back non sia stato riservato il trattamento che il successo ottenuto in patria dal lungometraggio avrebbe meritato: piuttosto che affinare il sistema di combattimento, dotare il gioco di una narrazione avvincente e, soprattutto, variegare le meccaniche di gioco, il team di sviluppo si è accontentato di riproporre pedissequamente quanto visto nel film, puntando sulla forza della licenza e su un pubblico decisamente giovane, ritenuto probabilmente meno esigente. Il risultato è un gioco d'azione insipido, breve e poco attraente dal punto di vista grafico, che fatica ad emergere nell'affollatissima libreria di PlayStation 4.

Disponibile su: PC, PS4

Informazioni sul prodotto

C’era una volta una regola aurea nel mondo dei videogiochi, quando le console si misuravano ancora in “bit” e i pixel dominavano la scena: i tie-in, ovvero i prodotti derivanti da altri media, perlopiù da quello cinematografico, erano quasi sempre delle mezze ciofeche, giochi senza qualità che sfruttavano al massimo solamente la licenza altisonante che portavano in dote. Sono passati decenni da quel periodo, e, fortunatamente, l’industria ha fatto enormi passi avanti sotto questo punto di vista…con qualche sfortunata eccezione.

Purtroppo Monkey King Hero is back, appena uscito su PS4 e PC, rappresenta proprio una di queste eccezioni vecchio stile.

La leggenda del re scimmia

Senza troppi sforzi di immaginazione, la trama alla base del titolo è la medesima vista sul grande schermo, con le uniche, piccole novità narrative relegate al ruolo di mero contorno, tra una manciata di quest secondarie e di personaggi non giocanti.

Dasheng, alter ego del giocatore e semidio dalle sembianze scimmiesche, è stato imprigionato da Buddha in persona dopo aver sfidato gli dei in un eccesso di superbia, ed è rimasto congelato per ben cinquecento anni, durante i quali la terra è rimasta vittima di forze oscure, con i mostri che si muovono liberi per le campagne ed i villaggi continuamente attaccati.

In questo contesto, un bambino di nome Liuer riesce a fuggire da uno dei villaggi con una neonata al seguito prima di essere catturato (o peggio, ucciso), e si rifugia sulle montagne nella speranza di seminare i suoi inseguitori. Così facendo si imbatte in una grotta misteriosa, all’interno della quale, per puro caso, non solo incontra Dasheng, ma riesce anche a liberarlo dalla sua prigionia, sebbene lo scimmione non sia al massimo delle forze.

Incurante del pericolo, il re scimmia protegge il giovane e promette di liberare le terre circostanti dalla continua minaccia dei mostri, destando l’ira del comandante dei mostri, che si dimostrerà un osso troppo duro nella sua attuale condizione.

In un’ennesima rivisitazione del mito cinese di Viaggio in occidente, la storia rimane in disparte per buona parte del titolo, e non rinuncia mai ai toni fiabeschi ed infantili, mettendo in chiaro, se ancora ce ne fosse bisogno, come il target della produzione siano i giovanissimi. Non sono comunque una narrazione debole e dei personaggi estremamente stereotipati i problemi principali della produzione, che riesce a salvarsi da un voto anche peggiore solamente grazie all’immediatezza del sistema di combattimento e alla relativa prontezza dei controlli, che quantomeno rendono la produzione giocabile quel tanto che basta per non scadere del tutto.

Semplice non sempre significa divertente

Il gameplay, la suddivisione in stage, le più basilari dinamiche di gioco riportano (come anche l’aspetto tecnico, ma su questo ci soffermeremo nel paragrafo successivo) all’epoca PlayStation 2, con tutto ciò che ne consegue in termini di ritmo, godibilità e profondità dell’esperienza.

Certo, visto con gli occhi di un bambino di sette o otto anni, Monkey King Hero is back potrebbe anche divertire, con il suo combat system tanto immediato quanto privo di orpelli: due tasti sono delegati, rispettivamente, all’attacco pesante (mappato sul tasto triangolo nella versione PS4 da noi testata) e a quello leggero (tasto quadrato), con la possibilità di concatenare combo mai più lunghe di quattro o cinque colpi al massimo.

Lungo dieci livelli che fanno della linearità e della pochezza del level design i loro marchi distintivi, allora, il giocatore sarà perlopiù chiamato a menare le mani, in assenza di incentivi significativi all’esplorazione, che si limita solamente ad aiutare nel rinvenimento di oggetti utili ad essere scambiati con delle pozioni di salute.

Ci sarebbe anche un basilare sistema magico, ma il basso tasso di sfida (ad eccezione dell’ultimo livello, che presenta tutti i boss fin lì incontrati uno dopo l’altro) e il range abbastanza limitato di molte delle magie non spingono ad investire nel potenziamento della abilità magiche, che, sul lungo periodo, si rivelano assai meno utili dei cari, vecchi cazzottoni.

La totale assenza di puzzle o di altri tipi di digressioni lungo la campagna principale porta presto ad affidarsi al button mashing più bieco, senza che il cervello del giocatore sia mai chiamato in causa: abbiamo più volte sottolineato come il prodotto THQ punti ad un audience di giovanissimi, ma il paradosso è che, quantomeno nella versione europea oggetto di questa analisi, il rating PEGi del prodotto è 12.

Questo vuol dire che, in teoria, i ragazzi di Oasis Games si rivolgono ad un pubblico di giovani adolescenti, i medesimi che regalano milioni a Fortnite e si dilettano già da anni con prodotti di qualità infinitamente superiore come Super Mario Odyssey o, volendo rimanere in ambito Sony, con le trilogie dedicate a Crash e Spyro, in un certo qual modo affini a Monkey King Hero is back.

Ecco che, allora, qualcosa non quadra: perché spendere quaranta euro (medesimo prezzo tanto per la versione retail quanto per quella digitale) per un prodotto che stenta a raggiungere la sufficienza in praticamente tutti i campi quando, con lo stesso esborso, ci si può portare a casa titoli assai più curati e longevi?

L’unica, vera ragione è insita nella licenza, e qui torniamo, ahinoi, al cappello introduttivo di questa recensione.

Retrocompatibilità su PS4

Proprio mentre si fa un gran parlare della retrocompatibilità della ventura PlayStation 5, il team di sviluppo ha deciso di dare al suo pubblico un assaggio di come sarebbe giocare un titolo della tarda era PS2 su un televisore 4K da sessanta pollici: Monkey King Hero is back sembra provenire dai giorni del crepuscolo della console più venduta nella storia di Sony, o, al massimo, dai primissimi di quella successiva, PlayStation 3.

I modelli dei personaggi, le texture di superficie, la modellazione poligonale delle ambientazioni, tutto riporta ad un’era passata, con valori produttivi di basso rango evidenti anche nell’abuso del palette swap per quanto concerne i nemici (avremo combattuto centinaia di simil-lucertoloni di tutti i colori dell’arcobaleno…) e nel pessimo doppiaggio, con prove semi-dilettantistiche e problemi nel mixing e nel bilanciamento del volume.

A fronte di un livello di dettaglio talmente basso, quantomeno le performance sono risultate di buona qualità, senza imbarazzi nel framerate o glitch degni di nota, sebbene le compenetrazioni poligonali siano così frequenti da non poterle segnalare tutte.

Non gioca a favore del titolo anche la scarsa longevità complessiva, con la decina di livelli disponibili che si completano agilmente in un tempo che va dalle cinque alle sei ore massimo, non esattamente un tempo adeguato considerando il prezzo richiesto e l’assenza di incentivi alla rigiocabilità.

+ Divertirà i fan più giovani

+ Sistema di combattimento rapido da imparare...

- Piuttosto monotono

- ...e altrettanto rapido nell'annoiare

- Graficamente una generazione e mezzo indietro

- Decisamente breve

5.9

Dispiace che a Monkey King Hero is back non sia stato riservato il trattamento che il successo ottenuto in patria dal lungometraggio avrebbe meritato: piuttosto che affinare il sistema di combattimento, dotare il gioco di una narrazione avvincente e, soprattutto, variegare le meccaniche di gioco, il team di sviluppo si è accontentato di riproporre pedissequamente quanto visto nel film, puntando sulla forza della licenza e su un pubblico decisamente giovane, ritenuto probabilmente meno esigente. Il risultato è un gioco d’azione insipido, breve e poco attraente dal punto di vista grafico, che fatica ad emergere nell’affollatissima libreria di PlayStation 4.

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