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High Score, recensioni a confronto: visto da un giovane e visto da un veterano

Abbiamo deciso di approfittare dell'eterogenità della redazione di SpazioGames per mettere a confronto con High Score, la docuserie Netflix sui videogiochi, due generazioni diverse di giornalisti e giocatori: vediamo le loro disamine

Stiamo vivendo una fase in cui i videogiochi stanno guadagnando sempre più visibilità e, in un certo senso, dignità mediatica. C’era un’epoca in cui il videogame era parte di una sorta di contro-cultura, in cui era confinato alle camerette dei giovanissimi – nell’immaginario di chi non ci aveva niente a che fare, almeno –, in cui non in tanti sarebbero riusciti a prevedere i numeri che avrebbe registrato da lì a qualche decennio, né l’importanza che avrebbe avuto nel 2020.

In questa visibilità relativa al mondo dei videogame rientra anche il fatto che Netflix abbia deciso di realizzare una docuserieHigh Score, dedicata proprio alle origini dei videogiochi. In sei episodi, di circa quaranta minuti ciascuno, si parte alla scoperta di eventi, personaggi e testimonianze che hanno messo dei mattoni fondamentali nell’erigere il nostro medium preferito – da Space Invaders all’avvento di Doom.

Abbiamo così deciso di approfittare della grande eterogeneità della redazione di SpazioGames per proporvi una recensione in cui sono un giocatore giovane e uno veterano, di due generazioni completamente diverse, a confrontarsi con High Score. Il primo è Pasquale Fusco, il secondo è Marcello Paolillo. Ci direte voi, magari anche in base alla vostra giovinezza o esperienza videoludica, a quale visione vi troviate più affini!

High Score è disponibile su Netflix dal 19 agosto

High Score: la recensione di un giovane vecchio dentro

A cura di Pasquale Fusco

Da grande appassionato delle docu-serie – e dei videogiochi, duh – il debutto di High Score su Netflix è stato, almeno per me, un vero e proprio regalo di Natale anticipato. Spinto da questa passione, e dalla curiosità di (ri)scoprire la cosiddetta Golden Age dei videogame, mi sono tuffato nella visione della miniserie ideata da France Costrel, il quale sembra aver scelto una formula tanto semplice quanto vincente: rivolgersi sia al pubblico dei neofiti che a quello dei veterani.

Premetto di non aver avuto la fortuna di toccare con mano gran parte dei prodotti qui ritratti, ovvero quegli hardware e i relativi software che hanno segnato i primi gloriosi capitoli della storia dei videogiochi. Il sottoscritto si giustificherà dicendo di essere un ‘giovinastro’ degli anni ’90, che tuttavia ha già assaporato un’abbondante dose di racconti e aneddoti legati all’industria in questione; insomma, passando per opere quali Atari: Game Over – altro imperdibile documentario – e il (consigliatissimo) Masters of Doom di D. Kushner, rimembro ancora dei deliziosissimi retroscena. Sarà per questo motivo che nell’ultima produzione Netflix ho trovato un inevitabile effetto déjà-vu, filtrato tuttavia da un accattivante stile narrativo che è riuscito a tenermi incollato al TV fino all’ultimo episodio.

Come dicevamo, High Score si propone alla grande audience esponendo le storie più interessanti dell’industria a noi cara, il tutto lasciando la parola ai veri protagonisti di queste vicende. Come un bambino che ascolta curiosamente i racconti del nonno, lo spettatore si lascerà cullare dalle voci di game designer, producer e di altre personalità che hanno contribuito a rendere il videogioco una delle più grandi forme d’intrattenimento al mondo. Tale contributo arriva da chi si è fatto pioniere di interi generi videoludici e da chi, con una certa sfacciataggine, ha preferito emulare le gesta di questi giganti nell’ambizioso tentativo di proporre qualcosa di addirittura migliore.

Difficile non restare imbambolati davanti alla “storiella” che si cela dietro la creazione di Space Invaders e, più precisamente, dei suoi invasori alieni, partoriti dalla mente di Tomohiro Nishikado. Altrettanto ipnotico è l’episodio dedicato ai giochi di ruolo, in cui troviamo un eccentrico Richard Garriott – papà della serie Ultima – che, non accontentadosi di essere semplicemente intervistato, s’improvvisa attore per regalarci un paio di esilaranti gag. Troviamo persino una chiacchierata con Howard Scott Warshaw, famigerato autore del gioco E.T. per Atari 2600 – che non ha bisogno di presentazioni, vero?

In questi e altri frangenti, come i colorati segmenti animati in pixel art, High Score esibisce uno spensierato umorismo che le permette di distanziarsi dai più tradizionali prodotti documentaristici. Una scelta che ripaga in termini di scorrevolezza, ma che al tempo stesso condanna la miniserie a un’eccessiva sintesi – o, se vogliamo, approssimazione. Molti degli aneddoti esposti avrebbero meritato di essere approfonditi, non necessariamente con i “noiosi” tecnicismi che Costrel e soci si sforzano di evitare. Certo, rivediamo l’iconica chioma del buon John Romero, ma avrei voluto vedere anche un certo John Carmack per parlarci di quello che è stato DOOM – ma forse pretendo troppo, vista la riservatezza del personaggio appena nominato.

Tornando a parlare dei pregi della docuserie, l’aspetto che ho apprezzato maggiormente è il focus sui videogiocatori. Proprio loro, o meglio, coloro che si sono distinti nelle primissime competizioni organizzate dai grandi publisher e che – raggiungendo, per l’appunto, l’agognato ‘high score’ – hanno così acquisito fama e gloria; insomma, difficilmente mi toglierò dalla testa il genuino (e super-coinvolgente) entusiasmo di Chris Tang, vincitore dei Sega World Championships del 1994. L’attenzione rivolta a queste figure è inoltre, a parer mio, il vero asso nella manica di High Score, quell’elemento che le consente di spiccare tra gli ormai innumerevoli prodotti di questo genere.

High Score è composto da sei episodi

Tirando le somme, High Score centra quasi perfettamente il suo obiettivo: raccontare il videogioco attraverso gli episodi più interessanti – e a tratti bizzarri – della sua lunga storia, intrattenendo i giocatori (e non) di tutte le età; sì, persino i boomer. La miniserie Netflix potrebbe sorprendere anche i più colti in materia, magari attraverso un inedito aneddoto – come Miyamoto che va a “disturbare” gli sviluppatori di Star Fox fumando in ufficio – o mediante una storia ben nota, ma raccontata da un nuovo, intrigante punto di vista – come avviene nel quarto episodio, quello dedicato all’ascesa di SEGA e del suo Mega Drive.

Sconsigliarvi la visione di questa docuserie sarebbe insensato, soprattutto se siete appassionati del medium in questione – e se state leggendo questo pezzo… beh, ci siamo capiti. High Score non sarà il prodotto più completo in tale ambito, né il più esaustivo, ma vi affascinerà quanto basta per spingervi a fare qualche ricerca su Google in merito all’intervistato di turno o a recuperare uno degli intramontabili videogiochi qui citati.

High Score: la recensione di un boomer (o quasi)

A cura di Marcello Paolillo

Per chi è cresciuto nelle polverose e psichedeliche sale giochi, il videogame ha un’accezione sensibilmente differente rispetto a quella concepita dai gamer di nuova generazione. Inserire una monetina in un cabinato, aspettare il proprio turno, dannarsi per l’ennesimo Game Over e ricominciare tutto daccapo, erano i leitmotiv di una filosofia di gioco appartenenti ormai al secolo scorso (che nell’universo dei giochini elettronici vale a dire un’altra era geologica). Come spiegare quindi alle nuove leve che la loro passione preferita, ovvero il videogioco, non nasce con PlayStation e Xbox, bensì in angusti garage di alcune impronunciabili periferie americane degli anni ’80? Semplice: con una serie Netflix.

Space Invaders (1978)

Ecco quindi High Score, una nuova docuserie creata da France Costrel disponibile sul catalogo streaming del colosso californiano, sei episodi della durata di circa 40 minuti l’uno, in cui la voce di Charles Martinet – doppiatore originale dell’idraulico noto con il nome di Super Mario – ci porta in vero e proprio viaggio nel tempo partendo dagli albori del videogioco sino alla rivoluzione del settore vista nei gloriosi anni ’90. E non solo. Si parte infatti dai primissimi (e timidi) passi mossi dal settore, l’idea degli sviluppatori e dei giocatori per la prima volta alle prese con una forma di comunicazione quasi del tutto sconosciuta e come tale tramutatosi ben presto in un ventaglio quasi infinito di possibilità (e fallimenti).

Il lungo racconto prende il via da Space Invaders, lanciato sul mercato nel 1978, per poi raccontarci che in quegli anni uno sconosciuto Nolan Bushnell creava – quasi illegalmente – Space War, uno dei videogame più importanti e iconici di tutti i tempi. Ma non ci si ferma ovviamente solo ad Atari e alla nascita della Silicon Valley: la serie fa leva sulla presenza di altri personaggi, figure in grado (da sole) di dare uno scossone al videogioco permettendo un’evoluzione del medium negli anni a venire. La prima è Becky Heineman, vincitrice del primo Atari National Champioship nel 1980 e in grado di dar vita al genere dei giochi di ruolo, seguita da Jerry Lawson, ingegnere di colore in grado di dar vita alla Channel F, la prima console con giochi intercambiabili.

Non meno importante Roberta Williams, in grado assieme a suo marito di avvicinarsi ai videogiochi e concepire (grazie anche al suo talento per la scrittura) Mystery House, uno dei primi videogame narrativi in cui il giocatore poteva compiere delle vere e proprie scelte durante l’avventura.

Non mancano inoltre figure in grado ancora oggi di emanare una sorta di aurea di riverenza, come ad esempio il leggendario Shigeru Miyamoto, papà di due icone senza tempo targate Nintendo come Mario e The Legend of Zelda. Non meno importante la nascita di Sonic nel 1991 grazie alla fantasia di Yūji Naka, il programmatore in grado di coniare una mascotte ancora oggi amata da migliaia di videogiocatori in tutto il mondo. E ancora, Street Fighter, Pac-Man, Mortal Kombat, DOOM e decine di altri videogiochi iconici del secolo scorso.

The Legend of Zelda (1986)

Tutto molto bello, senza ombra di dubbio, ma anche fin troppo enciclopedico. High Score strizza l’occhio a prodotti come The Last Dance (la serie che racconta l’ultima stagione dei Chicago Bulls di Michael Jordan) oppure I Giocattoli della Nostra Infanzia, non riuscendo però a essere altrettanto incisivo come le due docuserie appena citate. Spesso si assiste a veri e propri giri pindarici tra dettagli, informazioni e interviste di poco conto, prima di arrivare al succo del discorso (e del videogioco). E in 40 minuti, ci saremmo aspettati un po’ più di brio, specie perché la tematica lo consente, e anche parecchio.

Trattando la questione da un punto di vista personale e un po’ meno analitico, alla fine della visione di tutti e sei gli episodi mi sono reso conto di quanto l’approccio alla storia del videogame non è una questione legata all’essere boomer, millennial o zoomer. Il videogioco è un media relativamente ancora molto giovane – se rapportato ad altre forme di intrattenimento come ad esempio il cinema – ed è quindi ancora in grado di essere riassunto in maniera enciclopedica, didascalica, con i complimenti di Alberto Angela. Ma forse è un bene: High Score non si ferma su inutili tecnicismi, salta da una generazione di videogiochi all’altra per sottolineare i temi più importanti, dalla storia dell’industria ai meccanismi che la muovevano (e la muovono ancora oggi).

Si tratta anche e soprattutto di un modo per fare avvicinare al videogioco il genitore poco avvezzo, magari facendogli capire che mettere mano a un giochino elettronico non fa automaticamente venire voglia di imbracciare un fucile e compiere una strage nella vita reale (che nel 2020 anche basta di articoli da parte di moralisti ludofobici che colpevolizzano il videogioco come causa scatenante di omicidi o fatti di cronaca).

Per quanto mi riguarda, quando guardo una docuserie come High Score nella mia mente vedo proprio questo: io che indosso l’armatura di un cavaliere per salvare la principessa rapita, mentre osservo riflesso nello specchio un videogiocatore d’altri tempi con qualche capello bianco in più. Forse, al netto delle critiche personali, un «ok, boomer» me lo merito anche io.

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