10 curiosità sulla mitica PS1 (2 di 10)
Il CD-ROM: l’arma segreta contro le cartucce
Se oggi diamo per scontato che un videogioco occupi decine di gigabyte, nel 1994 la differenza tra cartuccia e CD era un abisso tecnologico. La PlayStation scelse il CD-ROM quando ancora molti lo consideravano un supporto fragile, lento, inadatto al gaming. Ma Sony conosceva il mercato musicale, conosceva la produzione industriale dei dischi e, soprattutto, conosceva i costi.
Una cartuccia poteva costare anche 20-30 dollari solo per essere prodotta. Un CD, pochi spiccioli. Questo cambiò tutto. Non solo perché i giochi PlayStation potevano contenere filmati in full motion video, colonne sonore in qualità CD e mondi 3D più complessi, ma perché abbassò drasticamente la barriera d’ingresso per gli sviluppatori.
Titoli come Final Fantasy VII – che occupava tre dischi – sarebbero stati economicamente insostenibili su cartuccia. E quando Square decise di abbandonare Nintendo per pubblicare su PlayStation, fu il segnale definitivo che il vento stava cambiando.
Il fondo nero dei dischi PS1 non era solo un vezzo estetico: serviva a scoraggiare la pirateria e a rendere i CD immediatamente riconoscibili. Un dettaglio tecnico diventato icona culturale.
La scelta del CD trasformò la PlayStation in una macchina multimediale ante litteram. Potevi usarla come lettore musicale, collegarla all’impianto stereo, impressionare gli amici con un oggetto che sembrava uscito da un catalogo hi-fi più che da un negozio di giocattoli.
Non fu solo una decisione tecnica. Fu una scelta politica. Sony stava dicendo al mondo che il videogioco non era più un passatempo infantile: era intrattenimento adulto, cinematografico, ambizioso. E il CD-ROM fu il cavallo di Troia con cui conquistò il salotto.