RECENSIONE 4 min

Evil Inside | Recensione – No, non è l’erede di P.T.

Evil Inside appare molto lontano dal poter raccogliere l'eredità di P.T. Vi spieghiamo perché dopo averlo portato a termine.

Degli epigoni di P.T. abbiamo ormai perso il conto, e al di là di buonissimi titoli come il terrorizzante Visage e il compianto Allison Road, che prometteva davvero un gran bene, i guizzi creativi di originalità sono stati davvero pochi. Evil Inside, sbucato letteralmente dal nulla e pronto sulla rampa di lancio subito dopo la presentazione, aveva ingolosito tutti i fan del trailer giocabile che Kojima propose per svelare il defunto progetto Silent Hills.

Piattaforma:
PC, PS4, PS5, SWITCH, XONE, XSX
Genere:
survival-horror
Data di uscita:
25 Marzo 2021
Sviluppatore:
JanduSoft
Distributore:
JanduSoft

Il codice finale del gioco ne ricalca addirittura diverse scene, l’estetica, le modalità di avanzamento e persino le architetture, quasi come a volerne raccogliere l’eredità. Come ben sappiamo, un trailer spesso inganna, e pad alla mano ciò che è stato lasciato intendere viene spesso disatteso. Dopo la nostra prova definitiva, Evil Inside è apparso estremamente diverso da come si proponeva, svelando la sua reale natura da titolo che vorrebbe vivere all’ombra di un successo senza averne la stessa caratura.

Evil Inside, il male dentro quattro mura

Evil Inside narra la storia di una tragedia familiare e di un uomo costretto a subire le conseguenze psicologiche dei profondi traumi vissuti. Mark è un ragazzo che perde d’improvviso la propria madre, apparentemente uccisa dal padre che finisce in prigione per l’atto atroce di cui è accusato. Non se ne conoscono le dinamiche, né tantomeno esistono cenni sull’antefatto. Per i quarantacinque minuti scarsi che il gioco impiega ad arrivare ai titoli di coda (avete letto bene), non c’è nessun reale approfondimento, tutto è estremamente sommario e il finale rasenta il ridicolo.

Mark si ritrova semplicemente a badare da solo al fratellino di pochi mesi, catapultato in una realtà che nemmeno il peggiore dei suoi incubi poteva tratteggiare. Non c’è introspezione psicologica, non si conosce nulla della famiglia, il bambino è un bambolotto immobile che non ha alcun funzione e tutto il gioco è una sorta di demo espansa decisamente dimenticabile. Mark, in tutto ciò, non si dà pace, non riesce ad accettare una simile realtà e non vuole nemmeno rassegnarsi alla perdita. Prova dunque a mettersi in contatto con la madre tramite una tavola Ouija, convinto che solo attraverso un’insperata comunicazione medianica possa scoprire la verità su ciò che è realmente accaduto.

Proprio durante il tentativo di aprire un filo diretto con la donna morta, la tavola genera uno scoppio, sbalza via Mark e si frantuma in diversi pezzi. Ma il giovane non si dà per vinto, e spinto da quell’inequivocabile segnale, tenta di rimettere assieme i cocci, che nel frattempo sono finiti sparsi per casa. Da questa premessa – in verità poco elaborata e senza preamboli – parte la disavventura presentata da Evil Inside, che si rivela essere poco più di un walking simulator con interazioni minime all’interno di scenari che si ripetono in continuazione, come in quel loop infernale che abbiamo già ammirato proprio in P.T.

Evil Inside non riesce in alcun modo a divincolarsi dal ruolo di clone malriuscito, e già dalle prime battute questa fortissima sensazione colpisce con durezza anche coloro che in qualche modo avevano riposto buone speranze sul prodotto, evidentemente schiavo dei suoi enormi limiti. A ciò va aggiunta la tendenza a presentare diversi jumpscare, tipica scappatoia di chi ha ben poco da offrire e non riesce a creare turbamento in altra maniera.

Sin dal prologo è possibile vedere degli evidenti plagi, con situazioni che sanno di già visto e persino alcune minuzie riprodotte allo stesso modo di P.T. La mancanza di originalità del progetto è lampante, grave: Evil Inside pare più una sorta di richiamo per nostalgici incapaci di accettare la brutta fine che Konami ha fatto fare al prototipo di un corridoio ad angolo capace di stregare tutti, anziché un gioco con buoni spunti.

Un grande, enorme senso di déjà vu

Il male dentro

Come già lasciato ampiamente intendere, l’impatto con Evil Inside non è stato dei migliori, e benché le aspettative non fossero in realtà elevate, non credevamo francamente che il titolo potesse essere così arretrato e per certi aspetti anche poco curato rispetto alle produzioni moderne. Graficamente appare a tratti grezzo, con una modellazione poligonale piuttosto basilare, quando non addirittura sbrigativa. Ma ciò che ci ha fatto sollevare un sopracciglio è senza dubbio quello strano effetto di rimbalzo perpetuo che angustia il protagonista tutte le volte che si produce in una corsa stentata: totalmente irrealistico, fastidioso, in grado di sortire involontariamente un po’ di ilarità e persino non sincronizzato con l’audio delle scarpe che calcano i pavimenti della casa.

Dal punto di vista del sistema di gioco, la progressione è evidentemente meno complessa rispetto al “Playable Teaser” a cui si ispira. Non ci sono arzigogolati processi che tendono a far lambiccare il cervello del giocatore per trovare una soluzione che sembra non esserci, né tanto meno (a parte rari casi) si è obbligati a effettuare zoom su elementi dello scenario per avere improvvise e illuminanti verità. Eppure, anche qui si esce da una porta per rientrare da quella iniziale, facendo lo stesso percorso che nel frattempo ha subito qualche lieve cambiamento.

Talvolta bisogna semplicemente subire uno jumpscare, arrivare alla fine e attendere che la porta si apra. Altre volte, invece, Evil Inside vi spinge a risolvere alcuni semplici puzzle, magari trovando una chiave nascosta in un portagioie che può essere aperto tramite una combinazione. E tutte le volte, giungendo nei pressi della coda del corridoio, potrete reperire un frammento della tavola Ouija nel disperato tentativo di rimetterla insieme e utilizzarla per comunicare con la vostra defunta genitrice.

Evil Inside non presenta mai cambi di ambientazione, né ci sono eventi improvvisi atti a far mutare in modo importante le prospettive di gioco. Il prodotto non riesce a convincere mai in quell’ora scarsa che offre al giocatore, da qualunque punto di vista lo si osservi; si rivela essere addirittura meno di un’alternativa a P.T., e dunque non può che essere affossato e lasciato all’oblio. I motivi di questa presa di posizione sono piuttosto semplici: a distanza di ben sette anni dalla prima apparizione sul PSN, non ci si può presentare con un titolo che ne imita in tutto e per tutto le dinamiche di gioco, con l’aggravante di non prendersi alcun rischio e di essere persino peggiore di quella che fu una sorta di demo.

Dopo aver lasciato aperto uno spiraglio per provarlo a fondo, ci siamo resi conto che nulla è cambiato sin dal prologo, poiché siamo decisamente lontani da quello che per diversi fan è stato prematuramente battezzato come l’erede di P.T.. A questo punto, forse sarebbe meglio lasciare quell’esperimento nella sua tomba e andare finalmente avanti per la propria strada, proponendo nuove idee per un genere che inizia ad averne bisogno, soprattutto per quanto concerne la visione un po’ ristretta che ha dimostrato di avere il sottobosco indie.

Versione provata: PC

4,0
Piattaforme: pc, ps4, ps5, switch, xone, xsx
Evil Inside è distante anni luce dalla qualità che sembrava voler suggerire durante la sua presentazione, e i quarantacinque minuti di gioco ce lo hanno ampiamente dimostrato. Dopo aver provato il gioco completo, largamente insufficiente e qualitativamente al di sotto degli standard (e senza nessuna idea originale), non abbiamo più dubbi: Il titolo è qualcosa a metà tra omaggio e vergognoso plagio, con tutto ciò che ne consegue per l'acquirente.

Pro

  • Ha diverse scene e dinamiche di gioco che ricordano P.T.

Contro

  • Assenza totale di originalità, con molte scene copincollate dal teaser a cui si ispira
  • Tecnicamente claudicante
  • Storia raffazzonata, sbrigativa, banale e non approfondita
  • Dura 45 minuti
4,0