Epic Games Store: la supremazia del videogiocatore bianco messa in pericolo da un’applicazione

Una storia surreale, come tante altre al giorno d'oggi

Speciale
A cura di Valentino Cinefra - 19 Agosto 2019 - 8:45

Tutto è cominciato con Metro: Exodus: il primo, grande, annuncio di videogioco tripla A in esclusiva PC su Epic Games Store. Forte del lavoro in termini di utenti, e conseguente profilazione degli stessi, fatto con Fortnite negli ultimi anni, l’azienda ha saputo rapportarsi con forza con gli sviluppatori dei titoli più interessanti, e importanti, che popolano ad oggi la softeca PC. The Division 2 (che è pur sempre disponibile su uPlay, ma non Steam), Ashen, Borderlands 3, Control, The Outer Worlds, The Sinking City, e anche dei potenti esponenti del mondo console come Detroit: Become Human, Heavy Rain e Beyond Two Souls, questi sono solo alcuni dei videogiochi che compongono la ormai generosa lista dei titoli in esclusiva PC su Epic Games Store.

Da Metro: Exodus in poi Valve ha iniziato a tremare. Steam non è più ufficialmente l’unico player nel settore del digital delivery. Certo, rimane ancora lo store più visitato e con più utenti, ma Epic Games Store regala anche dei videogiochi ogni mese, tra cui qualche tripla A di tanto in tanto o comunque titoli molto interessanti. Ulteriore beffa il fatto che, in alcune edizioni di Metro: Exodus, venne scoperto che l’adesivo dello store era stato appiccicato sopra quello di Steam.

Inoltre, in aggiunta al fatto che la concorrenza di base è un toccasana per qualsiasi mercato, gli sviluppatori prendono l’88% dall’acquisto di ogni titolo su Epic Games Store, una percentuale finora imbattuta da qualsiasi altro portale. La stessa Epic dichiarò, al lancio del portale, che quando Steam si adeguerà sulle stesse percentuali smetterà di trattare esclusive per Epic Game Store. Questo significa, in generale, che gli sviluppatori incassano di più dalle vendite sullo store di Epic, e quindi subiscono meno “danni” anche dai forti sconti in fase di saldi (che per i consumatori sono una manna, ma non per le aziende).

Eppure dalla prima esclusiva annunciata, quel Metro: Exodus di cui sopra, c’è stato un discreto tumulto generale nei confronti di Epic. I motivi più diffusi, poi, sono ancora più grotteschi dell’esistenza della polemica stessa, e risiedono tutti nel fastidio di dover scaricare una seconda applicazione, e dover gestire una seconda libreria PC. Da lì in poi, le cose sono peggiorate in termini di rapporto tra utenti PC ed Epic Games Store.

Epic Games Store: la supremazia del videogiocatore bianco messa in pericolo da un’applicazione

Il vecchio contro il nuovo

C’è una distinzione da fare in questo discorso. Il fastidio dei giocatori PC è assolutamente fuori luogo perché, davvero, parliamo di scaricare una seconda applicazione e perdere qualcosa come qualche minuto per creare un account, ma il problema della libreria virtuale è invece qualcosa di molto… reale.

Stiamo andando verso un mercato dove i contenuti multimediali saranno sempre meno di proprietà degli utenti, e soprattutto saranno divisi tra molte piattaforme. Le quali hanno regole, più o meno funzionalità e, in generale, possono generare alcuni problemi in situazioni sporadiche. Di fatto, ogni gioco che compriamo su Steam non è realmente di nostra proprietà, perché Valve ha l’ultima parola sulle licenze della sua piattaforma (ed è quella che, di fatto, compriamo). Succede per la musica, i film e la televisione, ed in breve tempo sarà una realtà consolidata anche per i videogiochi, basta pensare a Google Stadia, per esempio.

Al di là di questo, che però è la semplice conseguenza del libero mercato e della giusta possibilità per ognuno di partecipare con la propria offerta ed impedire il monopolio, niente giustifica alcune reazioni sconsiderate nei confronti degli sviluppatori che decidono di stringere accordi con Epic Games. Come la vicenda legata ai due sviluppatori di Ooblets, Rebecca Cordingley e Ben Wasser.

Epic Games Store: la supremazia del videogiocatore bianco messa in pericolo da un’applicazione

Il caso Ooblets e la furia dei videogiocatori

Tutto parte da una comunicazione come tante, da un blog ufficiale degli sviluppatori come tanti: Ooblets sarà un’esclusiva temporale su Epic Games Store. Nel post ci sono anche tutte le motivazioni che hanno portato a questa scelta, considerazioni assolutamente condivisibili e, una volta tanto per il settore, cristalline. Un accordo in esclusiva con Epic permetterà loro di poter sviluppare Ooblets con più serenità perché godranno di un supporto maggiore, di una diffusione più ampia, e lo store offre finanziamenti più utili al procedere del processo produttivo.

Poi Ben Wasser racconta come Steam sia cambiato negli ultimi anni, raccontando che all’epoca anche scaricare per la prima volta il client dello store di Valve per giocare Half-Life 2 fu un problema per molti, e che lo store di Epic essendo nuovo dovrà adattarsi e allinearsi all’offerta dei competitor, e tutta una serie di altre giustificazioni volendo non necessarie. Ma Wasser fa due errori nella sua comunicazione. Il primo è macchiarsi di benaltrismo dicendo che, in fondo, si tratta solo di videogiochi e ci sarebbe da arrabbiarsi veramente per il cambiamento climatico, gli abusi dei diritti umani, l’ultima stagione di Game of Thrones e la nuova interfaccia desktop di Twitter, per fare degli esempi. Il secondo è ironizzare sul fatto che l’unico problema per i giocatori, per giocare Ooblets, sarà fare lo sforzo di scaricare il client di Epic Games Store.

Da qui, il delirio.

Nel giro di qualche giorno sono insorti centinaia e centinaia di videogiocatori, tra finanziatori del progetto e chi di Ooblets non aveva sentito parlare se non per le notizie relative all’accordo. Minacce di morte, offese personali ai due sviluppatori, istigazione al suicidio, insieme a minacce di piratare il gioco, e osservazioni riguardo il fatto che gli sviluppatori avevano promesso di pubblicare Ooblets su più piattaforme. La vicenda è esplosa fino a costringere anche Tim Sweeney ad intervenire, difendendo ovviamente gli sviluppatori e l’innocuo comunicato stampa.

Fino a qui è una storia, purtroppo, molto nota e già vista. Se non fosse che, gli stessi organismi monocellulari che si sono promulgati in insulti vari, sono stati in grado di andare oltre. Nei giorni successivi sono girati anche dei fotomontaggi, tra finte chat o post su Twitter, mirate a dipingere gli sviluppatori come superbi, razzisti, omofobi, e quant’altro possa venire in mente a delle persone evidentemente deviate.

I due sviluppatori di Ooblets, alla loro prima esperienza e in fin dei conti umani, non reggono. Il 6 agosto pubblicano tutte le offese ricevute in un articolo su Medium. Insieme alla condivisione dei contenuti ricevuti, Wasser infine ammette di aver sbagliato nella comunicazione, di non aver capito che, all’aumento del pubblico interessato al suo prodotto, c’era bisogno di essere più attenti e meno superficiali nel parlare del proprio lavoro. È vero che “ha sbagliato” da un certo punto di vista, ma Ben Wasser è solo vittima di un mercato il cui pubblico ha davvero bisogno di crescere.

Ooblets

La colpa è solo dei videogiocatori

Io sono convinto che tra voi lettori c’è qualcuno di quei soggetti che abbiamo descritto. Non chi ha insultato gli sviluppatori di Ooblets, perché la speranza è che tra i nostri lettori non ci siano degli australopitechi, ma chi è apertamente contro Epic Games Store per partito preso.

È questa cultura tossica dello schierarsi sulle barricate, del “mio è meglio del tuo”, dell’attaccarsi ad una bandiera da un’azienda che vuole giustamente attaccarsi invece ai vostri portafogli, a generare tutto ciò. Questo porta anche alla sempre più crescente, e pericolosa, idea che i consumatori possano decidere come il lavoro degli sviluppatori debba procedere. Una tendenza che può avere dei risvolti agghiaccianti, come in questi casi.

Ed è altrettanto stupido non capire che una migliore condizione di lavoro è ciò che un videogiocatore dovrebbe volere per i propri studi di sviluppo preferiti. E torniamo sempre su quel discorso che spesso mi è capitato di fare su queste pagine, ovvero la scarsa comprensione che una parte del pubblico ha su come funziona un’industria, in questo caso quella videoludica. Il che è drammatico, perché se l’ignoranza è genericamente una scelta e non una condizione caduta dall’alto, nel 2019 sfiora quasi lo stile di vita.

Basta solamente ragionare un po’ per capire quanto questa intera vicenda legata ad Epic Games Store sia surreale, così come le critiche al servizio, e peggio ancora agli sviluppatori di Ooblets. È giusto che Epic lotti per avere queste esclusive, perché il monopolio non è mai un bene, e se Steam un giorno migliorerà la sua offerta sarà solo merito di ciò che è successo fino ad ora. Epic Games Store è un servizio perfetto? Assolutamente no, ma niente di tutto quello che non funziona nel portale di digital delivery giustifica anche solo una di queste cose che vi abbiamo raccontato.

Da questa surreale storia impariamo ancora una volta che il mercato videoludico è veramente delicato. Quella che era una vena ironica, di uno sviluppatore si è trasformata nel casus belli del mese, ed il solito archetipo del videogiocatore ormonato non ha perso occasione di dire la sua. Apprendiamo anche che la comprensione dell’ironia è una merce sempre più rara nel web, così come il funzionamento di un crowdfunding che non è mai un investimento, ma una donazione. Non c’è nessun controllo che l’utente può fare sulla lavorazione di un progetto. Può lamentarsi? Certo, ma con un servizio di assistenza clienti, con un rimborso, o esercitando il potere più grande: non acquistare. Riguardo Epic Games Store c’è ben poco da dire. È un portale che ha ancora delle feature da migliorare ovviamente, ma offre videogiochi gratuiti ed un porto più sicuro di Steam per chi quei videogiochi li crea. Lamentarsi è veramente un’attività futile.




Nessun articolo trovato.

TAG: