Dying Light: Bad Blood, la recensione in early access del battle royale 2.0

RECENSIONE EARLY ACCESS
A cura di Valentino Cinefra - 19 Settembre 2018 - 10:06

Quando un’idea di game design funziona, una dinamica oppure un genere particolare prendono piede nel mercato dei videogiochi, tutti (o almeno molti) si buttano nella mischia per dire la propria. È normale e succede in qualsiasi industria, soprattutto dell’intrattenimento. Quello che succede spesso è che la maggior parte delle parti in causa fa il compitino, il minimo indispensabile per essere affiancabili al maggior esponente in quel momento e sperare timidamente di attrarre altrettanti utenti. Quanti cloni di battle royale abbiamo visto negli ultimi due anni scarsi? Quanti ce l’hanno fatta veramente a rimanere vivi per ultimi?

In questi scenari, l’unica soluzione è prendere la formula ma rielaborarla per offrire qualcosa di realmente diverso. Questo è ciò che tenta di fare Dying Light: Bad Blood, modalità standalone dell’originale Dying Light di Techland. Come vedremo, Dying Light: Bad Blood parte dall’idea di base dei battle royale, ovvero la sopravvivenza estrema tra giocatori avversari, trasformandola però in un’esperienza quasi radicalmente diversa e, al momento, unica per il genere.

Dying Light: Bad Blood è attualmente in accesso anticipato su Steam per PC (le versioni console sono in cantiere), ed abbiamo deciso di stilare una recensione con voto perché, pur essendo una build non completa ufficialmente, il titolo è già in condizioni abbastanza buone, e soprattutto perché viene venduto già a venti euro circa. Due fattori che ci hanno convinto a procedere con un’analisi (più o meno) definitiva.

Lo chiamano “brutal” royale

Dicevamo dell’idea del battle royale: una manciata di giocatori catapultati in una mappa con l’obiettivo di rimanere gli unici sopravvissuti. Le differenze sono già palesi nel numero perché dai “canonici” cento si passa a dodici, ma è il gameplay a variare fortemente. Tutto l’impianto di movimento di Dying Light è stato ripreso completamente tra parkour, possibilità esplorative e sistema di combattimento. Questo significa una maggior libertà di movimento perché ci si può aggrappare su qualsiasi sporgenza sia a vista, il tutto in maniera molto fluida e senza rallentamenti (fisici o di gameplay) di sorta. Si può quindi esplorare, pianificare i movimenti, osservare il circondario e compiere imboscate in maniera del tutto diversa da quello che succede in un battle royale classico, ed in tutto ciò la stamina si consuma solamente durante i combattimenti, in modo che il movimento non sia mai ostacolato.

L’idea, infatti, è che dodici persone vengano catapultate (senza possibilità di scegliere dove) nei bassifondi della città di Hassan, con lo scopo di recuperare alcuni campioni di sangue infetti da alcuni nidi di non morti (delle gigantesche pustole sanguinolente sparse per la città), ma solo una di queste potrà venire estratta con l’elicottero per poter scappare in sicurezza dopo aver recuperato il massimo numero di unità possibile di sangue. Altro twist: il primo giocatore che raccoglierà il quantitativo sufficiente di campioni di sangue verrà segnalato sulla mappa per tutti gli altri. I suddetti nidi sono sparsi nella mappa in dei punti predefiniti che sono identici da partita a partita, mentre a variare sono le minacce nei dintorni di ognuno di essi.

Ogni nido ha un quantitativo di sangue da raccogliere proporzionale alla difficoltà della sfida proposta dai nemici, dove i più piccoli avranno solo una manciata di zombi nei dintorni mentre quelli più grandi saranno difesi anche da colossi e nemici più potenti. La variabile sta nel fatto che a volte le creature potranno essere nascoste pronte a tendere una imboscata oppure in bella vista, disposti in maniera differente, così che pur conoscendone la posizione si dovrà di volta in volta elaborare una strategia leggermente diversa per affrontarli.

Raccogliendo ogni campione si potenzia inoltre l’energia vitale massima (e si viene curati) ed il potenziale dei danni inflitti. Questo perché, per rendere l’azione più intima e viscerale possibile, le armi da fuoco in Dying Light: Bad Blood sono praticamente inesistenti (considerate che in oltre dieci partite abbiamo trovato solo due volte una semplice pistola) e la maggior parte degli scontri con avversari umani e zombi avviene con armi bianche o improvvisate che siano.Il discorso è semplice: se il concetto dei battle royale non vi ha mai convinto, nemmeno Dying Light: Bad Blood riuscirà probabilmente a farvi cambiare idea.

Tuttavia si tratta di un’esperienza molto diversa dal solito, ben costruita e solida, che potrebbe convincervi a tentare per la prima volta, oppure a provare qualcosa di unico rispetto al panorama attuale del genere. Inoltre, pur essendo in accesso anticipato, Bad Blood ha già una solidità tecnica notevole. Non abbiamo riscontrato nessun tipo di bug o problema in grado di rovinare definitivamente il gioco, ed il matchmaking funziona già perfettamente.

L’idea degli alveari fissi rende il gioco meno caotico e legato alla fortuna, anche perché sono sempre visibili sulla minimappa quelli nelle vicinanze. Dall’altro il pericolo è che i giocatori più esperti possano prevaricare in maniera pesante gli utenti più casuali, una volta individuata la serie di alveari più comoda in termini di rapporto difficoltà/guadagno. Tuttavia viene in soccorso il sistema di combattimento che, pur con i suoi difetti (principalmente l’eccessivo caos e l’affidarsi a volte alla pressione casuale dei tasti), rende le partite difficilmente prevedibili.

Il time to kill è relativamente alto per via della stamina che si consuma e che impedisce di mulinare colpi a casaccio, ma soprattutto del fatto che, pur potenziando le armi con gli oggetti trovati in giro o avendo parecchi potenziamenti degli alveari, la differenza non è mai soverchiante e non ci sarà mai una situazione dove un giocatore è sensibilmente più potente degli altri. Entra in gioco anche la possibilità di fare imboscate, o semplicemente di lasciare gli avversari a picchiarsi tra di loro oppure vittima degli zombi, per poi intervenire e furbescamente infilare colpi di grazia qua e là. C’è una certa varietà di approccio, ed anche i giocatori esperti possono finire facilmente preda degli zombi “boss” e terminare precocemente la loro partita, nonostante tutto.

In tutto ciò, Dying Light: Bad Blood offre un’atmosfera generalmente calzante. La città di Hassan nel caos, priva di movimento se non quello dei morti viventi, il vento che muove le fronde, e un’inquietudine generale durante la partita dato dal fatto che gli zombi e gli altri umani potrebbero essere dietro l’angolo. Nel complesso, l’obiettivo di dare un brivido a questo battle royale rivistato è stato centrato in pieno. La sensazione è quella di essere dei veri e propri cacciatori alle volte, costretti a scegliere il poco equipaggiamento da portare con sé, così come l’approccio da affrontare contro il gruppo di zombi di turno di volta in volta. Un’esperienza decisamente diversa dal solito che, se l’idea dei battle royale vi intriga almeno un pochino, potreste voler tenere in considerazione.

Tecnicamente già molto solido
Feeling ed esperienza di gioco diversi dal solito
Prezzo esiguo
In fondo, è pur sempre un battle royale
Gli alveari fissi potrebbero essere controproducenti in futuro
Il combattimento risulta a volte caotico

7.5

Il discorso è semplice: se il concetto dei battle royale non vi ha mai convinto, nemmeno Dying Light: Bad Blood riuscirà probabilmente a farvi cambiare idea. Tuttavia si tratta di un’esperienza molto diversa dal solito, ben costruita e solida, che potrebbe convincervi a tentare per la prima volta, oppure a provare qualcosa di unico rispetto al panorama attuale del genere. Inoltre, pur essendo in accesso anticipato, Bad Blood ha già una solidità tecnica notevole. Non abbiamo riscontrato nessun tipo di bug o problema in grado di rovinare definitivamente il gioco, ed il matchmaking funziona già perfettamente.




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