Recensione 6 min

Curse of the Dead Gods, un roguelike maledetto – Recensione

Ricchezza e corruzione viaggiano spesso di pari passo, anche nel mondo dei roguelike.

Curse of the Dead Gods è un roguelike che – come da tradizione del genere – non si preoccupa di dare di sé un’immagine molto positiva. Anzi, dopo averci chiesto se fossimo “pronti a soffrire” prima di accedere al menu principale, il gioco ha iniziato a riservarci un trattamento piuttosto brutale.

Curse of the Dead Gods

Piattaforma:
PC
Genere:
roguelike
Data di uscita:
Sviluppatore:
Passtech Games
Distributore:

Prima di proseguire con la recensione, dobbiamo precisare che la versione provata è stata una prima build della versione early access. Per questo motivo, il titolo da noi provato non era del tutto completo. Le meccaniche di base comunque, erano ben presenti e perciò giudicabilin (e acquistabili da oggi).

Dopo queste precisazioni, è ora di entrare nel tempio maledetto.

Cos’è di preciso Curse of the Dead Gods

Nel titolo sviluppato da Passtech Games si impersona un avventuriero che, spinto dalla sete di gloria e denaro, si addentra in un tempio maledetto, pieno di stanze buie e governato da dei misteriosi. Al momento, è possibile giocare solo a una parte dei livelli previsti nella versione finale.

Gli stage si differenziano per difficoltà e lunghezza. Il consiglio, ovviamente, è quello di iniziare con il sentiero più corto, che consente di comprendere meglio le meccaniche di gioco e, a seconda del livello di abilità, può essere terminato in poco meno di mezz’ora.

Nonostante il titolo sia ancora incompleto, ci saremmo aspettati una maggiore completezza di informazioni. In buona sostanza, la nostra prima run è avvenuta completamente al buio, senza avere una conoscenza seppure basilare di nemici, armi, meccaniche di gioco, bonus e malus. Facciamo un esempio specifico: dopo aver ottenuto la prima reliquia, abbiamo notato che questa aumentava la destrezza del nostro personaggio. Non abbiamo capito bene, però, in cosa consisteva questo vantaggio. Presumibilmente si applicava alle armi a distanza, ma non abbiamo avuto modo di sapere in che misura, o in che modo.

Dopo le prime morti (che, come da tradizione, annullano tutti i progressi), abbiamo iniziato a entrare meglio nelle meccaniche di gioco, e l’esperienza è stata piuttosto piacevole.

La luce si accende, la luce si spegne

Dal punto di vista del gameplay, Curse of the Dead Gods è un roguelike con visuale isometrica nel quale il giocatore è chiamato ad avanzare nei vari livelli. Ogni stage è composto da una serie di stanze chiuse, piene zeppe di nemici e trappole. Arrivati alla fine del livello è possibile ricevere in dono diversi gingilli. Armi, oro o quelle che il gioco chiama reliquie.

Al termine di ogni stage, poi, è il giocatore a decidere come proseguire. Il titolo, infatti, mostra una mappa con le possibili destinazioni, identificate dalla ricompensa ottenibile: oro, reliquie, armi o rigenerazione della salute (a costo, però, di maggiore corruzione – spiegheremo tra poco di cosa si tratta).

Stando alle nostre prove, il sistema di controllo migliore è il pad. Questo perché il titolo dà a disposizione del giocatore almeno tre azioni base. La prima riguarda il fuoco. Il tempio, infatti, è un luogo assai buio, motivo per il quale il protagonista deve avere sempre con sé una fiaccola. Questa può essere utilizzata come un’arma – per dare fuoco ai nemici – e ovviamente per dare luce agli ambienti.

Quando si sguaina la spada (o l’arma principale), però, la fiaccola viene messa da parte, e l’ambiente si fa buio. Per evitare di combattere alla cieca è possibile fare due cose. Dare fuoco ai nemici, o cercare di accendere i tanti bracieri sparsi per le stanze. Oltre all’opzione dedicata al corpo a corpo c’è anche un’arma a distanza (pistola o arco), e volendo una terza arma, dedicata agli attacchi pesanti. La varietà di opzioni offensive è discreta già da ora, con armi più lente ma potenti, oppure opzioni rapide ma meno letali.

Diciamo che destreggiarsi tra fiaccola, tre tipi di attacchi, nemici che attaccano da tutte le parti, trappole e scarsa luminosità sarà una bella sfida. Una sfida che, a quanto abbiamo potuto constatare, diventa sempre più piacevole man mano che si prende confidenza con le meccaniche di gioco. Non c’è dubbio, però, che il primo impatto può essere un po’ disorientante, ancora di più se si sceglie di giocare con mouse e tastiera.

Oro o sangue: a cosa rinunci?

I combattimenti di Curse of the Dead Gods hanno un ritmo molto serrato, ma anche una componente tattica. Nella versione da noi provata erano disponibili sei tipologie di nemici (senza contare boss e campioni), divisibili grossomodo in pericoli dalla lunga e breve distanza. Capire le loro routine di attacco è stato piuttosto facile. Ciò non vuol dire, però, che sia stato semplice evitarli, visto che il loro numero era sempre elevato.

Il giocatore, poi, avrà a disposizione cinque punti stamina, che consentono di effettuare azioni speciali come schiavata, colpi a distanza e attacchi corpo a corpo più potenti. Questi punti si ricaricano col tempo, ma più volte ci siamo ritrovati completamente a secco, e questo ci è costato preziosi punti energia. Si tratta di una dinamica interessante, che viene ulteriormente complicata da altri elementi: corruzione, reliquie e benedizioni.

Scendendo nello specifico, il potere malvagio del tempio si manifesta attraverso gli attacchi nemici, e ciò aumenta la propria corruzione. Quando questa giunge al massimo, il protagonista viene maledetto. È una cosa negativa? Non necessariamente. Le maledizioni portano malus e bonus diversi ogni volta, rendendo unica ogni run.

In un nostro tentativo, ad esempio, una maledizione trasformava l’oro in sangue corrotto. Non potevamo raccogliere monete, ma il sangue rigenerava parte della nostra salute (e aumentava la corruzione). In un altro caso, il potere del tempio ci rendeva invisibili quando eseguivamo una schiavata, ma ci impediva di effettuare parate perfette. Ancora, in un caso particolarmente sfortunato, abbiamo ricevuto una maledizione che riduceva progressivamente la nostra salute, rendendo la sfida particolarmente ostica. Durante una run, si può essere vittima di un massimo di cinque maledizioni. Una di queste può essere rimossa dopo aver sconfitto un boss.

Gli altri elementi che modificano l’esperienza di gioco sono, come visto, reliquie e benedizioni. Le prime si trovano alla fine dei livelli, e portano diversi benefici (maggiore destrezza, barra della vita più lunga, e così via). Queste possono essere acquistate con le monete d’oro raccolte nei livelli, o aumentando la propria corruzione. Se le reliquie sono relative alle singole run, le benedizioni invece sono permanenti. Possono essere acquistate grazie ai teschi raccolti durante i combattimenti, e garantiscono bonus più o meno interessanti.

L’esperienza di gioco, in ultima analisi, è sicuramente piacevole. La difficoltà ci è parsa piuttosto progressiva, e i percorsi disponibili si adattano alle capacità del giocatore. Vero è che, al momento, la varietà di nemici non è così elevata. Questo non diminuisce il valore della sfida, ma è anche giusto dire che la ripetitività è un po’ dietro l’angolo.

Nonostante ciò, la presenza della corruzione, con conseguenti bonus e malus, contribuisce a rendere il tutto un po’ più movimentato.

La maledizione di un tempio isometrico

Dal punto di vista tecnico, Curse of the Dead Gods ci è parso un gioco relativamente leggero e ben digeribile da configurazioni anche non proprio recentissime. I requisiti consigliati, tra le altre cose, “sparano” un processore Intel Core i7 come chip ideale per la fruizione del gioco, ma anche opzioni dalle prestazioni inferiori sapranno in grado di gestire il titolo.

Graficamente, siamo davanti a un gioco dall’estetica pulita, con un utilizzo piuttosto saggio del cell-shading. La gestione dei livelli di illuminazione, elemento essenziale anche per il gameplay, avviene in maniera sufficiente, senza picchi degni di un plauso ma neanche note particolarmente negative.

Dal punto di vista sonoro, invece, l’elemento che ci è rimasto particolarmente impresso è il gemito di dolore che il povero protagonista emette molto spesso. Per entrare nel tempio, ad esempio, il nostro deve subire il primo attacco della corruzione (primo gemito). Ogni volta che si passa a un altro livello, un altro gemito. Insomma, è tutto un gemere – non è una cosa negativa, solo una nota di colore.

Ci è piaciuto anche lo squillo con il quale il titolo sottolinea che un attacco nemico particolarmente importante è andato a termine. Fa salire la tensione, è sufficientemente preoccupante e spinge il giocatore a concentrarsi. Musiche di sottofondo, invece, praticamente non ce ne sono.

Il titolo, infine, è localizzato in italiano, o quasi. La maggioranza dei testi sono nella nostra lingua, mentre altri sono ancora in inglese.

+ Buona intelaiatura da roguelike
+ Bonus e malus cambiano l’esperienza a ogni run
+ Difficoltà piacevole
– Al momento, pochi contenuti disponibili
– Controlli un po’ macchinosi (specie via tastiera e mouse)
– Poche informazioni date al giocatore a inizio partita

6.9

Al momento, Curse of the Dead Gods è un gioco chiaramente incompleto, anche se la base è discreta. Le dinamiche da roguelike classico sono presenti, a partire dalla generazione di livelli casuali fino alla presenza di bonus e malus che cambiano a ogni run. Certo, i contenuti disponibili per ora non sono tantissimi. Tipologie di nemici, benedizioni e maledizioni, così come i sentieri giocabili, peccano soprattutto in quantità, anche se questo difetto verrà presumibilmente mitigato con il corso dei mesi.

Ora come ora siamo davanti a una buona intelaiatura, con la quale è possibile già divertirsi per qualche ora. Due cose, però, non ci sono piaciute del tutto: la mancanza di informazioni a inizio gioco, e il sistema di controllo, un po’ macchinoso soprattutto con mouse e tastiera.