Bloodstained – Ritual of the Night – Igavania al suo meglio

Fan di Castlevania, a rapporto!

Video Recensione
A cura di DottorKillex - 24 Giugno 2019 - 17:20

Delle innumerevoli proprietà intellettuali di grandissimo pregio rimaste intrappolate nelle scellerate politiche aziendali della Konami degli ultimi anni, Castlevania rappresenta una delle più longeve nonchè delle più amate in assoluto.

Seguaci della famiglia Belmont sono sparsi per tutto il globo, e, grazie alle recenti compilation, anche le nuove leve hanno avuto modo di apprezzare questo magnifico franchise. Perchè questo cappello introduttivo come premessa ad una recensione di un titolo che non porta il nome Castlevania e non appartiene alla software house giapponese? Perchè i figli, come si dice, sono di chi li cresce, e nessuno come Igarashi-sensei poteva far germogliare altrove il seme dei metroidvania che ha contribuito a spargere per lunghi anni con passione e genio. Benvenuti nella nostra recensione di Bloodstained – Ritual of the Night.

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Il potere corrompe

Se siete tra quelli che dubitavano della riuscita di questo progetto, sappiate che non siete soli: pur da grandi amanti della saga, nutrivamo parecchi dubbi sul risultato finale, visti i lunghissimi tempi di sviluppo (la raccolta Kickstarter si chiuse nel 2015), il recente cambio di stile grafico, in seguito alle lamentele di molti fan, delusi dai trailer rilasciati fin lì, e l’alone di sfiducia che circondava molte delle produzioni uscite dalla piattaforma di crowdfunding.

Oggi, cilicio alla mano, confessiamo di non aver fatto parte dei backer all’epoca, e ci flagelliamo tra una sessione di gioco e la successiva.
Questo perché non solo Bloodstained è reale, ma è anche un grandissimo titolo, meritevole di entrare nella ristretta cerchia dei Castlevania passati alla storia, da Symphony of the Night alle due trilogie portatili, passando per Rondo of Blood. Ma andiamo con ordine.
La trama, in verità non uno degli aspetti meglio riusciti della produzione, ruota attorno alle vicende di Miriam, risvegliatasi dopo un profondo sonno durato dieci anni, durante il quale l’Europa medievale immaginata da Igarashi e compagnia è piombata in una notte senza fine. La colpa è di Gebel, vecchio amico della protagonista e unico altro Shardbinder in vita insieme a lei: gli Shardbinder sono mostruosi sottoprodotti della Gilda degli Alchimisti, che scatenò sul mondo una piaga demoniaca pur di non perdere il suo potere all’alba della rivoluzione industriale.

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Il progresso ed il cambiamento, d’altronde, spaventano sempre chi detiene il potere: Gebel, dal canto suo, ha assorbito troppa malvagità nel corso degli anni, e adesso ha ceduto al lato oscuro, a differenza della protagonista, che riesce a mantenere viva la fiammella dell’umanità
Gli Shardbinder, infatti, possono assorbire il potere vitale dei demoni che sconfiggono, al prezzo della loro umanità, che svanisce progressivamente ad ogni potere introiettato. Nonostante il fascino dell’ambientazione e la discreta caratterizzazione tanto dell’eroina quanto del suo antagonista, la storia di Bloodstained prosegue senza guizzi nè grossi colpi di scena fino ad uno degli epiloghi (noi ne abbiamo visti due), rivelandosi sufficiente a motivare il giocatore ad avanzare ma mai davvero capace di avvincerlo. A parziale difesa del prodotto pubblicato da 505 Games, nessuno degli intrecci dietro ai Castlevania storici è passato agli annali della storia videoludica, e, come detto, le ambientazioni si rivelano ugualmente interessanti, intrise di quella disperazione e di quel fascino gotico che hanno costituito il fil-rouge della lunga e brillante carriera di Igarashi.

D’altronde, pochi game designer posso vantare di aver dato un nome ad un intero sottogenere videoludico: per chi non lo sapesse, il neologismo Igavania era già prima di oggi un efficace sinonimo di metroidvania.
Siamo pressoché sicuri che, dopo Bloodstained, il termine godrà di un lungo periodo di popolarità.

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Un castello dal passato

Ciò che Bloodstained perde a livello narrativo, lo guadagna con gli interessi a livello di meccaniche di gioco, prese di peso da vari capitoli del franchise Konami cui Igarashi aveva lavorato e sufficientemente rifinite per non sembrare fuori tempo massimo, in un mercato in cui primeggiano titoli simili di grandissima qualità (da Hollow Knight a Steamworld Dig 2, giusto per citarne un paio). Ci sono i dipinti utili a teletrasportarsi come in Portrait of Ruin, una mappa tentacolare che si divertirà a tenere nascosti determinati passaggi, negozi dove reinvestire l’oro accumulato sconfiggendo i nemici, e, soprattutto, centinaia di mostri ad ogni angolo, dapprima capaci di costituire una notevole minaccia e poi utili a raggranellare esperienza e monete extra.

Chi ha giocato almeno un titolo post- Symphony of the Night del franchise Konami, si sentirà immediatamente a casa: l’avanzamento ruolistico è semplice e abbastanza guidato, ma aggiunge pepe ad ogni scontro e rende assai più sopportabile il rapidissimo respawn dei nemici, che riappaiono non appena si lascia la stanza. Sembra di tornare alla fine degli anni novanta (ah, Alucard), bloccati nell’avanzamento da una porta chiusa senza una chiave allegata, alla ricerca di un passaggio dimenticato che potrebbe celare la soluzione all’enigma. Confessiamo di aver speso almeno tre o quattro delle venti ore scarse che abbiamo impiegato a raggiungere il primo finale a girovagare senza meta alla ricerca della prossima meta, solo per imbatterci in pareti fittizie, miniboss opzionali, piccole missioni opzionali e potenziamenti per la salute celati negli anfratti più impensabili. Ed è proprio questo uno dei principali meriti di Bloodstained: non prende per mano il giocatore, ma, nel contempo, non lo annoia mentre lo spedisce da un angolo all’altro della sua intricatissima mappa alla ricerca di un indizio o di un potere necessari a sbloccare l’avanzamento lungo la main quest.

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Il backtracking diventa così uno strumento di gioco: ogni azione è ricompensata da qualche moneta, da Frammenti rilasciati dai nemici, da un oggetto di valore o da potenziamenti di qualche natura. A fare da collante è un ottimo combat system, semplice da approcciare ma sufficientemente variegato da scoprirne sfaccettature inedite anche diverse ore dopo l’inizio delle danze.

Miriam è una pagina bianca nelle mani del giocatore, che potrà personalizzarne ogni aspetto, da quelli secondari, come la cosmesi o il colore di vestito e capelli, a quelli di primaria importanza per il gameplay: abbiamo contato almeno una ventina di tipologie di armi differenti, giusto per fare un esempio, ognuna delle quali differisce dalle altre per danno, velocità, portata e mosse eseguibili.

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Affrontare Bloodstained con una frusta si rivela un’esperienza profondamente diversa dal farlo con una spada corta, una mazza ferrata, una pistola, una katana e così via…ogni strumento di morte richiede un minimo di pratica e, nemmeno a dirlo, a differenti tipologie di nemici si addicono maggiormente determinate categoria di armi. Altro, enorme elemento di personalizzazione è rappresentato dai Frammenti, cristalli magici ottenuti randomicamente dai nemici sconfitti che donano alla protagonista le capacità più disparate, dalla possibilità di evocare il mostro corrispondente a quella di sparare proiettili magici, da magie ad area a scudi protettivi. Accumularne diversi dello stesso tipo contribuisce a rafforzarne l’efficacia, mettendo nelle mani del giocatore un ventaglio di opzioni gargantuesco, che cresce in maniera lenta ma costante, quasi a non voler spaesare troppo i neofiti. Se la qualità degli scontri, del level design e di tantissimi dettagli è encomiabile (i fan dei Castlevania della prima ora troveranno tante piccole chicche sparse per il castello…), la quantità di contenuti non è da meno, sia per quanto concerne quelli presenti dal day one, sia per il ricco supporto post-lancio promesso dal team di sviluppo. Alle summenzionate centinaia di armi e Frammenti, che rendono altamente improbabile che due giocatori investano nella medesima build, Bloodstained aggiunge un sistema di crafting snello e funzionale, utile a creare equipaggiamento e cibo, una manciata di puzzle sparsi per le mappe e una serie di piccole missioni secondarie, mai troppo elaborate ma comunque foriere di risorse addizionali e bonus di varia natura. C’è davvero tanto da giocare, insomma, per chi volesse spendere gran parte della sua estate nei panni di Miriam.

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Rough around the edges

Il giudizio sul comparto tecnico, che pure non ci è affatto dispiaciuto, non può che essere meno entusiastico di quello riguardante il gameplay, quantomeno al momento della stesura di questa recensione, per via di qualche problemino di troppo nelle performance e di una serie di bug che, si spera, sia in via di risoluzione da parte del team di sviluppo. Sebbene a noi non sia capitato, siamo a conoscenza della possibilità di perdere tutti i progressi per coloro che abbiano iniziato a giocare prima del rilascio della patch 1.02, che causa, appunto, un problema di incompatibilità con i salvataggi delle versioni precedenti. Al di là di questo, ci siamo imbattuti in bug e glitch minori come compenetrazioni poligonali, con nemici incastrati nello scenario e quindi impossibilitati ad attaccarci, e strani casi di bauli chiusi ma vuoti: nulla di clamoroso, ma urgono un paio di patch correttive da parte di Igarashi ed il suo team.Non sappiamo se le suddette patch sistemeranno anche i fenomeni di stuttering in occasione del passaggio di livello o i rallentamenti diffusi, anche se mai davvero impedienti, che si verificano in presenza di un numero cospicuo di nemici, quantomeno su PS4 standard, la console utilizzata per questa recensione.

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Al netto di queste problematiche, il comparto tecnico di Bloodstained vive di alti e bassi, tra un character design affascinante ed animazioni a tratti legnose, tra ambientazioni estremamente dettagliate, grazie anche ad una buona prova dell’Unreal Engine 4, e routine comportamentali nemiche non sempre impeccabili. Ciò su cui non si può non concordare, invece, è la grandiosità della colonna sonora, firmata da Michiru Yamane, apprezzatissima compositrice già co-autrice per Symphony of the Night e Bloodlines: i temi gotici che hanno contribuito a creare il mito di Castlevania riecheggiano nelle sale dell’enorme castello, riportando in vita tantissimi ricordi per i fan di vecchia data.

A pochissimi giorni dal lancio, in rete e su YouTube si trovano già dei long-play con l’intera colonna sonora, capace di ammaliare anche quando non in accoppiata con le scene del gioco. Chiosa finale per la longevità e per l’atteso supporto post-lancio: la disponibilità del New Game Plus, di un ulteriore livello di difficoltà (a proposito, selezionate Difficile già dalla prima run per godervi al meglio l’esperienza), di una modalità Speed Run e di una Boss Rush, nonché di ulteriori tredici contenuti scaricabili gratuiti, tra cui due nuovi personaggi giocabili, vanno a sommarsi ad un’avventura che può durare dalle dodici alle venti ore. Considerando che il gioco viene lanciato a meno di quaranta euro in versione fisica, ci azzardiamo a definire l’offerta ludica eccellente, sicuramente la più corposa di sempre per un titolo sviluppato da Igarashi-san.

+ Cattura tutto ciò che ha reso grande la saga di Castlevania
+ Offerta ludica incredibile
+ Rigiocabilità assicurata
+ Colonna sonora da brividi
- Tecnicamente non impeccabile
- Narrativa e personaggi sottotono

8.6

Sbagliarsi, ogni tanto, può essere bellissimo: nutrivamo dubbi sul ritorno in scena di Igarashi-san e del suo team, e invece, con Bloodstained, il game designer nipponico ha tirato fuori dal cilindro uno dei lavori migliori della sua trentennale carriera, peraltro senza il supporto di un grande publisher.

Il titolo pubblicato da 505 Games non aggiunge poi molto alla formula collaudata nel ’97 da Symphony of the Night, ma non sbaglia nulla nel proporre un combat system fluido e pieno di possibilità, una mole contenutistica strabiliante ed un’atmosfera da brividi, che, in fondo, è tutto ciò che i fan di Castlevania chiedevano.

Imperdibile per tutti gli appassionati di Metroidvania (anzi, di Igavania), Bloodstained si ferma alle soglie dell’eccellenza solo a causa comparto tecnico imperfetto e di una narrativa deboluccia, che non pregiudicano comunque la qualità del prodotto finale.




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