Oggi siamo letteralmente sommersi da universi cinematografici espansi, multiversi che collassano e franchise che hanno bisogno di mezza dozzina di pellicole e innumerevoli serie TV per spiegarci semplicemente le basi del loro mondo. Poi, chiudendo gli occhi e tornando con la mente al 1999, ti rendi conto di come Lana e Lilly Wachowski abbiano costruito un intero ecosistema narrativo perfetto, claustrofobico e intimamente coerente nello spazio di un singolo, folgorante film.
Se siete appassionati di scrittura per il grande schermo e di sceneggiature a orologeria, il ritorno di MATRIX nelle sale il 26, 27 e 28 ottobre non è solo una scusa per rintanarsi al buio a mangiare popcorn, ma una vera e propria masterclass di Settima Arte da cui prendere appunti. L'iniziativa, che fa da apripista al nuovo ciclo "Nexo Studios Back to Cult", ci permette, infatti, di dissezionare su grande schermo uno degli script più influenti della storia recente. E vi assicuro che, adottando lo stesso rigore critico che applicherei per strutturare un'analisi all'interno di recensioni.docx, smontare e rimontare l'impalcatura di questo capolavoro vi farà guardare i blockbuster moderni con occhi decisamente più severi.
Un cult ancora geniale
Dimenticate per un momento le straordinarie innovazioni tecniche o la colonna sonora monumentale di Don Davis, e fermatevi a riflettere su come il film gestisce l'esposizione e il world-building. Le Wachowski non ci sbattono in faccia uno spiegone verboso nei primi tre minuti; al contrario, ci mettono nei panni di un protagonista, Thomas Anderson, che all'inizio dell'avventura è tanto disorientato e vittima degli eventi quanto lo siamo noi spettatori. Scopriamo la tremenda verità sull'umanità, soggiogata dalle macchine e ridotta a una semplice coltura di batterie viventi, solo quando Morpheus compie quel passo fatale.
L'offerta della pillola blu per restare nell'ignoranza o di quella rossa per affrontare la cruda realtà non è semplicemente una scena entrata nel linguaggio comune per caso: è la "soglia dell'eroe" narrata nella sua forma più pura e irreversibile. Da quel momento in poi, il percorso di addestramento di Neo diventa un'indagine filosofica sull'identità e sulla costruzione della coscienza, sorretta in modo formidabile da attori come Keanu Reeves, Laurence Fishburne e Carrie-Anne Moss, capaci di dare fisicità a concetti squisitamente metafisici.
Tuttavia, sappiamo bene che un grande racconto distopico non può reggersi senza un antagonista in grado di incarnarne le paure più profonde. E qui arriviamo a quello che possiamo considerare il vero colpo di genio della scrittura delle Wachowski: l'Agente Smith, affidato a uno strepitoso Hugo Weaving. Non stiamo parlando del classico cattivo hollywoodiano mosso dalla vendetta o dalla smania di ricchezza, bensì di un "programma di sistema". Smith è un antivirus freddo, asettico e inesorabile, che disprezza gli esseri umani considerandoli un'anomalia, una malattia da estirpare. Questo approccio algoritmico e quasi clinico al ruolo del villain trasforma la pellicola da un esaltante film di ribellione a un feroce trattato sull'omologazione. Sentire i suoi monologhi nichilisti rimbombare nell'impianto surround di un cinema vi farà venire i brividi oggi molto più di venticinque anni fa.
Un tuffo nel passato
D'altronde, non è certo un caso che il viaggio nelle ossessioni tecnologiche e identitarie dell'uomo proposto da Nexo Studios non si fermi a Neo, ma punti dritto a chi ha dettato le regole del gioco decenni prima. Il 16, 17 e 18 novembre tornerà, infatti, in sala un altro peso massimo incalcolabile: 2001: ODISSEA NELLO SPAZIO di Stanley Kubrick. L'intuizione di concatenare questi due titoli è brillante dal punto di vista curatoriale. Se il cult del 1999 ci terrorizza con una prigione digitale collettiva, il capolavoro assoluto del 1968, ispirato al racconto La sentinella di Arthur C. Clarke, ci aveva già messo in guardia sull'evoluzione dell'intelligenza umana attraverso l'inquietante e silenzioso confronto con un'altra macchina: HAL 9000.
Passare dal montaggio frenetico delle Wachowski alla dilatazione temporale di Kubrick, incorniciata dalle epiche partiture di Richard Strauss e Johann Strauss II, significa tracciare la linea evolutiva dell'intera fantascienza cinematografica. Entrambe le opere partono dal medesimo, angosciante interrogativo: "qual è il destino della nostra specie quando si scontra con la tecnologia che essa stessa ha generato?"; lo declinano, però, con linguaggi visivi opposti e ugualmente magistrali, dalla scoperta primordiale delle armi guidata dal monolite nero fino alla rinascita digitale di Neo. Insomma, se amate il cinema che non si accontenta di intrattenere ma vi entra letteralmente sotto pelle per scardinare le vostre certezze, queste proiezioni non sono semplici re-watch nostalgici, sono sedute di ricalibrazione necessarie per ricordarci quanto possa essere potente, spietata e meravigliosa la Settima Arte.