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recensione film

Recensione Street Fighter, il videogioco torna al cinema

Street Fighter di Kitao Sakurai sceglie di abbracciare l'anima più esagerata e tamarra della serie di videogiochi Capcom. Leggi la recensione!

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Avatar di Marcello Paolillo

a cura di Marcello Paolillo

Editor-In-Chief @SpazioGames

Pubblicato il 19/10/2026 alle 11:00
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In sintesi

  • Un adattamento folle e colorato che abbraccia l'anima di Capcom.
  • Fan service e personaggi iconici tra nostalgia e spettacolo.
  • Una storia discontinua che non sfrutta tutto il potenziale della saga.
  • Pro
    • Identità visiva riconoscibile.
    • Fan service ben dosato a tratti.
    • Ironia e personalità.
  • Contro
    • Sceneggiatura discontinua.
    • Combattimenti non sempre incisivi.
    • Troppi personaggi poco approfonditi.

Il Verdetto di Cultura POP

7.8
Street Fighter di Kitao Sakurai non sarà perfetto, ma ha almeno il merito di non vergognarsi delle proprie origini. Il risultato è un'opera che abbraccia l'assurdità dell'universo Capcom, cercando di costruire uno spettacolo colorato, ironico e ricco di riferimenti per chi conosce la serie. Non tutto funziona, naturalmente: la sceneggiatura procede in maniera discontinua, alcuni personaggi avrebbero meritato maggiore spazio e i combattimenti non riescono sempre a restituire quella sensazione di potenza che dovrebbe rappresentare il cuore dell'esperienza. Eppure, quando il film smette di preoccuparsi troppo della propria struttura narrativa e lascia spazio alla personalità dei suoi protagonisti, riesce a trovare una dimensione decisamente più interessante.
Negli ultimi anni abbiamo visto numerosi adattamenti videoludici cercare una legittimazione cinematografica attraverso toni seriosi e un realismo spesso poco adatto al materiale di partenza. Street Fighter sceglie invece di giocare con il proprio immaginario, accettandone anche le contraddizioni. E va benissimo così.

Ci sono videogiochi che sembrano fatti apposta per diventare film e altri che, una volta trasferiti sul grande schermo, rischiano di perdere tutto ciò che li rende speciali. Street Fighter appartiene da sempre a entrambe le categorie. Un universo riconoscibile, popolato da combattenti entrati nell'immaginario collettivo, ma anche un mondo talmente sopra le righe da mettere in difficoltà qualsiasi tentativo di adattamento cinematografico.

Il nuovo film diretto da Kitao Sakurai sceglie di non nascondersi dietro una patina di realismo, abbracciando invece l'anima più esagerata e tamarra della creatura di Capcom. È una decisione che, almeno sulla carta, rappresenta la strada giusta, provare a ricreare non soltanto i personaggi, ma anche quella sensazione di assistere a uno scontro impossibile tra guerrieri provenienti da ogni angolo del pianeta. 

La buona notizia è che Street Fighter possiede una personalità decisamente più marcata di quella di tanti adattamenti videoludici che hanno cercato di conquistare il pubblico attraverso un approccio eccessivamente serioso (lasciando da parte lo Street Fighter con Jean-Claude Van Damme e Raul Julia del 1994, un guilty pleasure così goffo da fare il giro e entrare nel mito). 

Quella meno buona è che non sempre riesce a trovare un equilibrio tra l'omaggio alla saga, la commedia sopra le righe e le esigenze di una narrazione cinematografica che dovrebbe funzionare anche al di fuori della sala giochi.

Select your character

Al centro della vicenda troviamo Ryu, interpretato da Andrew Koji, e Ken Masters, a cui presta il volto Noah Centineo. Un tempo legati da un rapporto profondo e accomunati dagli insegnamenti del loro maestro, i due hanno preso strade differenti dopo una tragedia che continua a condizionare le loro esistenze. Il loro ricongiungimento diventa inevitabile quando vengono coinvolti in un nuovo World Warrior Tournament, una competizione che nasconde interessi decisamente più pericolosi di una semplice lotta per stabilire chi sia il guerriero più forte.

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Ryu e Ken di nuovo al centro della storia.

A muovere le fila degli eventi è il generale M. Bison, interpretato da David Dastmalchian, figura che incarna il lato più inquietante e grottesco dell'universo di Street Fighter. Attorno a lui si muove una schiera di combattenti che ogni appassionato della serie dovrebbe riconoscere immediatamente, da Chun-Li a Guile, passando per Blanka, Balrog, Vega e Dhalsim. Non manca neppure Akuma, presenza fondamentale per comprendere la dimensione più oscura e soprannaturale della storia.

Il problema è che mettere tanti personaggi sullo schermo non significa automaticamente riuscire a valorizzarli. Il film vuole presentare un intero universo, suggerire rivalità, recuperare elementi della mitologia videoludica e costruire una storia che possa eventualmente proseguire in futuro.

Street Fighter possiede il coraggio di non prendersi eccessivamente sul serio.
Tutto bellissimo, se non fosse che la sceneggiatura fatica talvolta a stabilire delle priorità, sacrificando lo sviluppo di alcuni protagonisti in favore di apparizioni rapide e ammiccamenti rivolti ai fan.

Ryu e Ken rappresentano il cuore emotivo dell'operazione, ma il loro rapporto avrebbe meritato una scrittura più incisiva. La loro rivalità, così come il peso del passato e il legame con il maestro, costituisce uno degli elementi più interessanti della saga originale. Sul grande schermo, tuttavia, questi aspetti non sempre ricevono lo spazio necessario per lasciare davvero il segno.

È una contraddizione che attraversa buona parte della pellicola: Street Fighter possiede una quantità enorme di materiale da cui attingere, ma sembra spesso più interessato a mostrarci quanto conosca il proprio universo che a raccontarci una storia capace di reggersi autonomamente.

Il fan service funziona

La scelta più interessante di Kitao Sakurai è probabilmente quella di non trattare il materiale di partenza come qualcosa da normalizzare a tutti i costi. I personaggi hanno un aspetto riconoscibile, i costumi richiamano direttamente l'immaginario della serie e l'intera messa in scena accetta quella componente caricaturale che ha sempre accompagnato i combattenti di Capcom. Non siamo davanti all'ennesimo tentativo di rendere credibile ogni singolo elemento, ma a un film che cerca di trovare una propria identità proprio attraverso l'eccesso.

È una filosofia che paga soprattutto quando la pellicola lascia spazio ai suoi personaggi e alle loro peculiarità. Il piacere di riconoscere un costume, una mossa speciale o un riferimento alla saga non è di per sé un difetto, per un adattamento di questo tipo, rappresenta anzi una componente essenziale dell'esperienza. Il fan service diventa un problema soltanto quando smette di essere un valore aggiunto e si trasforma nel sostituto di una sceneggiatura adeguata.

In diversi momenti, infatti, il film sembra procedere per accumulo. Arriva un personaggio, viene introdotta una situazione sopra le righe, parte una battuta e si passa rapidamente alla sequenza successiva. L'energia è tanta, ma non sempre viene organizzata in modo efficace, specie sul finale. Alcune trovate comiche funzionano, altre risultano eccessivamente insistite, mentre certi siparietti sembrano esistere soltanto per provocare una reazione immediata nello spettatore.

Street Fighter possiede il coraggio di non prendersi eccessivamente sul serio, ma a volte sembra avere paura di lasciare che una scena funzioni senza interromperla con una battuta o un ulteriore ammiccamento. Il risultato è un umorismo discontinuo, che può strappare una risata sincera ma non riesce sempre a sostenere l'intera durata del racconto.

La stessa abbondanza di personaggi costituisce una risorsa e un limite. Vedere riuniti tanti volti iconici ha indubbiamente un valore celebrativo, soprattutto per chi frequenta la serie da decenni. Tuttavia, non tutti ricevono un trattamento sufficientemente approfondito e alcune presenze sembrano rispondere più alla necessità di completare una galleria di figurine che a un'effettiva esigenza narrativa.

Il film deve dimostrare il proprio valore

Naturalmente, da un adattamento di Street Fighter ci si aspetta soprattutto una cosa, ovvero combattimenti capaci di restituire almeno una parte dell'impatto e della spettacolarità dei videogiochi. Non basta mettere in scena qualche scazzottata ben coreografata, perché la serie di Capcom ha costruito la propria identità sulla riconoscibilità degli stili di combattimento, sulla fisicità dei personaggi e sulla possibilità di distinguere immediatamente un guerriero dall'altro.

Da questo punto di vista il film ce la fa, ma con qualche limite. La regia cerca un dinamismo costante, mentre il montaggio punta spesso sulla velocità e sulla successione rapida delle immagini. Una soluzione che può trasmettere energia, ma che rischia anche di rendere meno leggibile l'azione proprio quando sarebbe necessario concederle respiro.

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M. Bison è una delle cose migliori del film.

Il film riesce a richiamare il fascino del videogioco senza limitarsi a riprodurne superficialmente le mosse più celebri. Quando invece prevale la frenesia, rimane la sensazione di assistere a una successione di momenti potenzialmente spettacolari che non sempre riescono a raggiungere la loro piena efficacia.

Le parentesi animate, utilizzate per raccontare alcuni passaggi del passato e approfondire determinate componenti della mitologia, rappresentano invece una delle intuizioni visive più interessanti. Il cambio di linguaggio permette di restituire maggiore libertà all'immaginazione, valorizzando colori, atmosfere e movimenti che si sposano naturalmente con l'estetica della saga. 

Non significa che il cinema in live action debba rinunciare alle proprie ambizioni, ma che Street Fighter trova la propria dimensione migliore quando smette di preoccuparsi di apparire credibile e si concentra sulla capacità di trasformare l'assurdo in spettacolo.

Un cast che conosce il gioco

Andrew Koji offre a Ryu una presenza fisica credibile, riuscendo a restituire almeno in parte il carattere più introspettivo del personaggio. Noah Centineo interpreta invece un Ken più esuberante e incline all'eccesso, una scelta che si inserisce coerentemente nella direzione più caricaturale della pellicola. La loro dinamica costituisce uno degli elementi portanti del racconto, anche se la scrittura non sempre consente ai due attori di sviluppare fino in fondo il rapporto tra i rispettivi personaggi.

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Tamarrissimo, com'è giusto che sia.

Callina Liang, nei panni di Chun-Li, contribuisce a dare presenza a una delle figure più importanti dell'intera saga. David Dastmalchian si confronta con un antagonista dalla personalità volutamente sopra le righe, mentre il resto del cast contribuisce a rendere il mondo rappresentato sullo schermo ancora più eterogeneo. La presenza di interpreti provenienti da ambiti differenti, compreso quello del wrestling e della musica, si sposa con la natura pop dell'operazione.

Il rischio, tuttavia, è che l'accumulo di personalità finisca per prevalere sulla coesione. Alcuni personaggi sembrano appartenere a una commedia completamente diversa rispetto a quelli impegnati nella componente più drammatica della vicenda.

Il contrasto può generare momenti divertenti, ma rende anche difficile trovare un equilibrio costante tra la tensione narrativa e la comicità. La sensazione è quella di un film che avrebbe avuto bisogno di una maggiore disciplina, non necessariamente di meno follia. 

Il nuovo Street Fighter non è il film definitivo che la saga meritava, né il disastro che molti vorranno farvi credere. Il film possiede un'identità riconoscibile, non si vergogna delle proprie origini e cerca di valorizzare l'immaginario di Capcom senza trasformarlo in un prodotto anonimo. La sua estetica pop e tamarra, la disponibilità ad abbracciare la follia e alcuni momenti visivamente riusciti dimostrano che esiste ancora spazio per adattamenti videoludici capaci di divertirsi con il materiale di partenza, anziché limitarsi a sfruttarne il nome.

Street Fighter è quindi un adattamento orgogliosamente imperfetto, talvolta caotico, ma abbastanza consapevole del proprio immaginario da meritare una possibilità. Non tutte le mosse vanno a segno, ma almeno il film prova a combattere con uno stile tutto suo. E, considerando quante produzioni basate sui videogiochi sembrano aver dimenticato cosa renda speciale il materiale originale, non è un risultato da sottovalutare.

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