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Retroludica – Light guns Story

Retrobattezzati nel sacro fuoco del retrogaming e videomiscredenti di nuove generazioni, benvenuti alla quarta puntata della più irriverente rubrica sul retrogaming in circolazione. Curata dal vostro amichevole Doctor.Oz, Retroludica tirerà schiaffi talmente fortissimi alla vostra nostalgia che ben presto rimpiangerete di non andare più in giro con il mullet a fischiettare Wind of Changes degli Scorpions
Se se vi siete persi le puntate precedenti, è semplicissimo. Andate nella barra qui in alto a destra e digitate le seguenti lettere: erre, e, ti, erre di nuovo, o, elle, u, la di di quella Domodossola che nessuno sa dove si trovi con precisione, i, cì ed infine a. Se siete bravi abbastanza per inserire la giusta sequenza vi si aprirà un mondo fatto di ricordi. In caso contrario, digitate tutto di nuovo oppure andate a prendere qualche ripetizione. Prima di iniziare a sciorinare le meravigliose meraviglie di questa nuova puntata, ecco un monito per voi: se vi state collegando da un tablet o da uno smartphone di ultima generazione anzichenò da una rumorosa connessione a 56k, sappiate non siete degni figli degli anni ’90. E basta. Ora potete tornare ai vostri smartphone pieni di giochini senz’anima succhiasoldi.
Di cosa ci occuperemo in questa puntata? Di qualcosa che ha infiammato i vostri animi per molti anni, facendovi credere pistoleri infallibili al pari dell’Uomo senza Nome. Di cosa sto vaneggiando? Ma è facile, parlo delle Light Guns, o pistole ottiche per voi italici guasconi, che inondarono il mercato sul finire degli anni ’80 e che, con slancio, arrivarono fino agli anni 2000.
Ora, prima di tuffarci tutti assieme sulla tavola cibernetica che il buon vecchio Doctor.Oz ha imbandito per voi, composta da una bella lista dei pistoloni ottici più famosi che hanno infervorato la vostra infanzia, è bene fare un po’ di chiarezza. Perché in alcuni ambiti è bene avere le idee chiare, soprattutto quando si maneggiano pericolosi pistoloni. In poche parole, prima di iniziare cercherò di sfatare il mito che da oltre trent’anni aleggia intorno a questi fantasmagorici dispositivi. Ma vero vero che queste pistole venute dal futuro sparavano fasci ottici di luce manco fossero parte dei circuiti cibernetici del Grande Mazinga
Niente di più sbagliato, ragazzi. Le light gun affondano le proprie radici tecnologiche addirittura negli anni ’30, quando nell’America pre-New Deal si cominciano ad affacciare alcuni giochi meccanici a valvole come il Seeburg Ray-O-Lite o, molti anni più tardi, il famoso Periscope di SEGA, primo vero arcade game in cui si chiedeva di abbattere alcuni caccia torpedinieri mirando attraverso il periscopio. Questi dispositivi fisici funzionavano attraverso delle valvole particolari sensibili alla luce, che rispondevano a degli impulsi luminosi emessi dall’oggetto usato per sparare. 
Approdata al mondo videoludico, questa tecnologia cambiò radicalmente, obbligando i primi ingegneri dediti ai lavori a rivoluzionare completamente il sistema. 
Ciò che facevano le light gun, infatti, non era sparare fasci di luce al televisore ma il contrario: al loro interno si celava un fotodiodo e cioè un dispositivo molto preciso che riusciva a rivelare un cambiamento della luminosità nella zona in cui si stava puntando la canna della pistola. Come i più attenti di voi avranno potuto notare, quando si giocava a Duck Hunt e si sparava, per un momento lo schermo cambiava, sostituendo la schermata di gioco ad una schermata nera con dei quadrati bianchi. Il cambio durava pochi centesimi di secondo, talmente poco che solo l’occhio di un Vettel qualsiasi o di un pluripremiato campione di CoD avrebbe potuto percepire la differenza.
La light gun, dunque, in quel momento registrava il cambio di luminosità (bianco su nero) e se era indirizzata verso il riquadro più chiaro, allora il gioco registrava che l’anatra era stata presa. E il cane, così, avrebbe potuto festeggiare in santa pace. 
Se dopo aver letto questo paragrafo siete andati in un delirio mistico febbricitante, per il quale state correndo giù per la scale della cantina alla ricerca dello scatolone polveroso dove avete riposto il vostro NES e la vostra Zapper, vi dico: FERMI! Questo perché la tecnologia dei fotodiodi funzionava solo sui televisori a tubo catodico, mentre sui televisori LCD odierni servirebbe un’altro tipo di tecnologia e cioè quella a raggi infrarossi.
Ora, respirate piano, tornate su dalla cantina lentamente, senza inciampare, che sta cominciando il pezzo forte di questo retro-rave per i meno giovani: si parte forte con quelle light gun che hanno fatto veramente la storia.
Regia? Vai con le immagini, grazie.

Zapper, NES
Partiamo dalla reginetta del ballo di fine anno, la pistola più desiderata di un’intera generazione, presente nei sogni bagnati di milioni di individui nati nella decade degli ’80. Ideata da Nintendo per essere una replica di un revolver di fine ‘800, arrivata in USA fu modificata radicalmente per sembrare di più una pistola futuristica, in linea con la fantascienza cinematografica più famosa degli anni ’70. I primi esemplari furono prodotti nella colorazione grigia, colorazione che fu cambiata in arancione dopo che la legge statunitense sulle armi giocattolo fu approvata dal governo. La legge, in vigore ancora oggi, diceva che qualunque arma giocattolo non dovesse avere una colorazione uguale alla sua controparte reale poiché avrebbe potuto rappresentare un pericolo per la comunità. La Zapper, anche grazie ad alcuni fortunati titoli come Duck Hunt, fu la light gun più famosa della storia videoludica, che vanta al momento più esemplari venduti. 
Curiosità: La Zapper è una pistola talmente famosa che, qualche anno fa, due ragazzi americani l’hanno usata per effettuare una rapina ad una stazione di servizio. Il bottino? Cento dollari e dieci anni di carcere. Magari la prossima volta ci provano con un PS Move: qualcuno potrebbe scambiarlo per una spada laser e chiamare Darth Vader.
XG-1, Atari
Con XG-1 Atari, nel 1987, lanciò una sfida molto pericolosa a Nintendo e alla sua Zapper. Venduta in bundle con l’Atari XEGS, anch’essa presentava un design molto futuristico. Affetta da grandi problemi di accuratezza, andava calibrata un migliaio di volte a partita, motivo per cui involontariamente Atari decretò il successo di un altro grande rivale dell’industria videoludica: Walter Zenga (ci arriviamo fra poco). 
Curiosità: visto che Nintendo aveva presentato da poco Duck Hunt, Atari pensò bene di presentare il suo light gun shooter, chiamandolo Bug Hunt. Viva la creatività.
Light Phaser, SEGA Master System
Diretta concorrente della reginetta del ballo, SEGA presentò la sua Light Phaser assieme all’uscita del proprio Master System, nel 1986. Molto più pesante della Zapper, la cura costruttiva che SEGA impiegò nella realizzazione della sua light gun fu degna di nota. Più solida, più reattiva ai comandi ma, soprattutto, con un grilletto facile da premere e dalla risposta immediata. 
Nonostante abbia venduto di meno, la Light Phaser fu un vero gioiello elettronico dell’epoca. Nera come il peccato, SEGA riuscì ad evitare i blocchi legislativi sulla colorazione grazie ad una mossa molto furba. Nella scatola in cui era venduta, comparivano più volte dei sigilli olografici e degli sticker atti ad indicare che la pistola fosse un giocattolo e non vera. Qualora venissero rimossi, l’eventuale colpa di un utilizzo non conforme sarebbe ricaduta sull’utilizzatore e non sulla società. In Brasile ne venne commercializzato un tipo interamente blu.
Curiosità: per sponsorizzare la light gun, SEGA chiamò nientepopodimeno che Walter Zenga, all’epoca mitico portierone dell’Inter e della Nazionale. La vera curiosità è che all’epoca Zenga i capelli ce li aveva ancora tutti.
Light Gun per Heathkit GD-1380
Su questa light gun c’è poco da dire. O molto, dipende dai punti di vista. Vi basti pensare che oltre al particolare colore blu carta da zucchero, era riconoscibilissima per il suo aggressivo design a forma di asciugacapelli. Possedeva un solo bottone fisico, duro come il marmo da schiacciare. 
Curiosità: l’Heathkit era in realtà un Atari customizzato e prodotto da un’azienda manifatturiera che creava console su esplicita richiesta degli acquirenti. 
Magnum Light Phaser, ZX Spectrum
Per tutti quelli che in questo momento stanno pensando “Doctor.Oz è affetto da demenza senile se parla due volte consecutivamente della stessa pistola” rispondo che no, ancora non sono arrivato a quel punto. Nonostante la Magnum Light Phaser assomigli ad una Light Phaser, abbia la stessa tecnologia di una Light Phaser, abbia una colorazione identica alla Light Phaser… beh, è uguale ma in realtà diversa. Questo modello infatti era destinato al ZX Spectrum. Poteva essere comprata anche da sola, separatamente da altri dispositivi (fattore unico all’epoca), corredata da sei giochi nel famoso “James Bond 007 Action Pack” proprio a causa della sua somiglianza con il pistolone dell’agente segreto creato da Ian Fleming. Compatibile con non troppi titoli, il più famoso tra di essi fu di certo Operation Wolf della Taito.
Curiosità: considerata la sua duttilità e la sua compatibilità con più periferiche, la stessa light gun poteva essere usata anche su terminali Commodore 64/128.
Super Scope, Super Nintendo
Ingombrante, scomodo e costoso, il Super Scope Nintendo trascendeva un po’ il concetto di light gun citato fino ad ora, ma riuscì comunque in un certo modo ad imporsi sul mercato occidentale. Nonostante nessuno ne sentisse il bisogno, al tempo fu presentato al pubblico come la nuova periferica ottica ufficiale del nuovo Super Nintendo. Con il senno di poi, noi dei giorni nostri potremmo dire che su una scala di utilità da fermacarte a salvavita Beghelli, il Super Scope occupava saldamente la posizione “ma che roba è ‘st’accrocco?”. 
Tuttavia, seppur i giochi con cui il Super Scope era compatibile ebbero molto meno successo e appeal sul pubblico, Nintendo riuscì comunque a segnare un’altra tacca nella storia videoludica. Il Super Scope, difatti, fu uno dei primi controller in assoluto a funzionare senza fili, poiché basato su una nuova tecnologia a raggi infrarossi. Nessuno sarebbe più morto strozzato dai fili della Zapper, in pratica. I bambini affetti da una forte scoliosi, invece, sarebbero stati molti di più. Ma queste sono sottigliezze.
Doppia curiosità: il Super Scope fu talmente amato dal pubblico americano che nel 1993 durante un’interrogazione del Congresso, il senatore con forti problemi alla vista Joe Lieberman  lo paragonò ad un’arma d’assalto e per questo ne fu bloccata la vendita per un breve periodo. Nonostante tutte queste beghe legali, il Super Scope è talmente amato dall’azienda giapponese da essere stato riprodotto più volte in alcuni titoli di enorme successo dei giorni nostri. Chiunque abbia giocato qualche partita alla serie di Super Smash Bros., infatti, deve averlo imbracciato almeno una volta.
Menacer, SEGA Genesis
Cavalcando l’onda dell’entusiasmo e di direttive aziendali precise (“Se Nintendo lo fa, noi lo facciamo di più”), SEGA diede alla luce il suo meravigliosamente brutto Menacer . Più brutto di Super Scope (e ce ne voleva), più scomodo del Super Scope (e ce ne voleva tanto), più costoso di Super Scope (qui ci voleva un vero colpo di classe), SEGA riuscì in un piccolo miracolo: peggiorare qualcosa che peggiore non poteva essere. Ma come narrato in una precedente puntata di Retroludica, SEGA era l’azienda delle mission:impossible, quella degli investimenti peggiori che partivano male e poi recuperavano, quella dei risultati sorprendent… invece per Menacer no, proprio no. 
Era brutto per dire brutto, inutile per dire inutile. Uscì sul mercato con solamente una manciata di giochi compatibili, dal dubbio gusto estetico peraltro, e fu demolito da molte riviste di settore dell’epoca. Il suo arrivo sul mercato riaprì più volte il dibattito sull’utilità ludica o meno di queste periferiche e dell’eventuale uso criminale che alcuni avrebbero potuto farne. Nonostante tutte queste avversità, il fattore C di SEGA, che era sempre in agguato, si manifestò come una visione celestiale e tutto questo (mal)parlare del Menacer portò ad un inaspettato boost di vendite del SEGA Mega Drive.
Curiosità: Edward Fox del Centre of Computing History, ha dichiarato in un’intervista che il Menacer è la sua periferica preferita perché ha avuto modo di provarlo in tandem con la Aura Interactor Haptic Suit, una particolare tuta capace di interfacciarsi con vari dispositivi e che risponde con feedback tattili sulla pelle di chi la indossa qualora si abbiano interazioni con altre periferiche. Ecco, per nessuna cosa al mondo vogliamo sapere quali sensazioni quest’uomo abbia provato.

LaserScope, NES e Famicon
Non una vera e propria light gun nell’aspetto, il LaserScope di Konami era una periferica molto, molto particolare. Si presentava non come una pistola ma come una sorta di casco futuristico, indossabile. Funzionava come una normale light gun ma, a differenza dei modelli classici, bisognava mirare con la testa e sparare attivando i comandi vocali e urlando la parola “Fire”. Se lasciato in mano ai bambini, a casa, insomma, si potevano dormire sonni tranquilli, soprattutto la sera.
Curiosità: il LaserScope fu stroncato nettamente dalla critica. Con un riconoscimento vocale ancora embrionale, al minimo rumore e fruscio presente nel microfono gli ordini non venivano più eseguiti. In pratica, la periferica funzionava solo ad urlacci in friulano stretto degni del miglior Del Neri. Le partite con il LaserScope, più che regalare un’esperienza videoludica, creavano quel’atmosfera perfetta da stadio per lanciare i motorini giù dal secondo anello.
Action Max, Worlds of Wonder
L’Action Max non era una vera e propria light gun stand alone, ma una vera e propria console fatta e finita. Questa periferica è una delle poche che, al giorno di oggi, con le opportune modifiche può essere collegata ad un lettore DVD e, udite udite, funzionare. 
Curiosità: perché non dovrebbe funzionare al giorno d’oggi, chiederà più di qualcuno? Perché la Action Max funzionava a cassette. Sì, avete capito bene: non quella della frutta, ma le VHS proprio.
Dreamcast Gun e altre, per Dreamcast
Dreamcast ha un primato molto curioso: tra versioni ufficiali e non, è la console che possiede all’attivo più light gun. Che poi uno non sapesse cosa farci è un’altra storia. Ma partiamo con calma e vediamo di districare questa ingarbugliata matassa. Sicuramente molti di voi ricorderanno le due ufficiali, la Dreamcast Gun e il successivo Dream Blaster, modellato sulla forma delle pistole laser viste in Star Trek. A parte queste due light gun famose, ne vennero commercializzate tante altre – circa una decina – non ufficiali tra Giappone e USA. I motivi erano diversi, non ultimo quello delle vendite di Dreamcast, che tra il 2000 e il 2003 ebbero un aumento considerevole. Una vittoria breve quella di Dreamcast, che fu messa a tacere qualche tempo dopo da una diretta rivale fino a quel momento sottovalutata: PS2.  
Curiosità: la Dreamcast Gun fu ostracizzata per un lungo periodo da SEGA stessa (ecco perché sul mercato comparirono molte varianti non ufficiali). Il motivo era tanto semplice quanto macabro: molti giochi SEGA importati in USA quando venivano collegati alla light gun di Dreamcast rispondevano con l’errore “This gun is incompatible in North America (HOTD2)“. Questo messaggio d’errore era stato inserito nei nuovi titoli a seguito di una delle pagine più nere della storia americana, e cioè il massacro della Columbine High School avvenuto il 20 marzo 1999.

GunCon, Namco per Playstion
E ora chiudiamo in bellezza con una delle light gun più famose in assoluto, l’unico pistolone in grado di far provare la sensazione di avere una vera pistola tra le mani e non uno scaldabagno a carbone. Presentata per la prima volta nel 1994, fu l’unica light gun ad essere riproposta più volte, dopo essere stata modificata ed aggiornata, per le generazioni successive, rispettivamente nel 2000 per sistemi PS2 e nel 2007 per PS3. Il successo di GunCon fu decretato da diversi fattori. In primis, la qualità costruttiva degna delle migliori periferiche dell’epoca. La GunCon montava una particolare LED tracking technology che la rendeva performante e istantanea al punto tale da permetterle altri usi, come quello da sala giochi. Eccoci dunque al secondo vero motivo del mostruoso successo di GunCon: Time Crisis, gioco progettato in tutto e per tutto su GunCon. Uscito su PSX e in contemporanea su alcuni cabinati da sala giochi, col suo ritmo indiavolato e frenetico, la sua difficoltà crescente ed una visuale in prima persona in 3D che ne aumentava l’immersività, Time Crisis fu uno dei giochi che riuscirono a dar nuovamente linfa, seppur per poco, all’industria morente dei cabinati da sala giochi. 
Curiosità: la vita e la morte di una delle più famose light gun della storia fu decretata dal suo pubblico. GunCon, difatti, fu portata in trionfo dai propri fan fino alla sua terza edizione, GunCon 3, per un semplice motivo: con la sua particolare posizione simmetrica dei tasti, poteva essere usata sia da destri che da mancini in egual misura. Così non avvenne con GunCon 3 che portava tutti i tasti sul lato sinistro, lato scomodo per chi fosse mancino. Da qui il declino e l’uscita di produzione almeno fino a giorni nostri.




Soddisfatti da questa lunga carrellata di pistole che, negli anni, vi hanno portato ad aspirare alle professioni più disparate? Cowboys, cacciatori di anatre e persino di dinosauri, le light gun hanno un merito particolare nell’industria videoludica: sono tra le prime periferche ad aver intuito il potenziale del medium, riuscendo per la prima volta in assoluta a “bucare lo schermo” e fuoriuscendo dal quadrato catodico del televisore. Certo, come abbiamo visto non tutte le ciambelle sono uscite con il buco, ma il merito di aver aperto una strada de tutto inesplorata lo si deve alle molte aziende che negli anni ci hanno sempre creduto: su tutte Nintendo, Atari e Walter Zenga.