Kingdom Come: Deliverance è un gioco d’elite, considerazioni in vista della recensione

By |febbraio 13th, 2018|Categories: SPECIALI|Tags: |

La prima vera pausa che mi sono preso da Kingdom Come: Deliverance è stata dopo le prime dieci ore, sentendomene addosso almeno il doppio, però. Lo sapevamo, in fondo, che il titolo di Warhorse sarebbe stata un’esperienza pesante nell’accezione positiva del termine, un’avventura pastosa che vuole distaccarsi direttamente da tutti gli altri GDR open world visti negli ultimi tempi.
Ed è effettivamente così. Considerate, giusto per darvi una unità di misura sommaria, che il primo vero tutorial con la spada arriva dopo cinque ore. Nel frattempo non è che non sia successo niente, perché viene narrato l’incipit della storia, si viene introdotti alle prime meccaniche di gioco, e tutto sommato possiamo dire che vengono poste le basi per tutto ciò che accadrà in Kingdom Come: Deliverance. Salvo poi scoprire che è solo la proverbiale punta dell’iceberg. Essendo l’esperienza decisamente corposa, e non avendo avuto il tempo materiale di esplorare a dovere la produzione, siamo costretti a pubblicare questo articolo, una “review in progress” di quelle che ormai siamo/siete abituati a vedere sempre più di frequente. Se la vostra copia del gioco è in viaggio dallo store digitale di fiducia, oppure il vostro negoziante vi ha detto che dovete andare a ritirarla presso il punto vendita potete stare tranquilli: posso anticiparvi che la valutazione del gioco sarà più che positiva, con dei distinguo molto importanti però.

Kingdom Come: Deliverance, infatti, non è un gioco per tutti. Si distanzia fortemente da produzioni del suo genere come The Witcher 3 o Skyrim, giusto per citare i due nomi più altisonanti. Dai GDR open world (principalmente dall’avventura Bethesda) prende molte delle meccaniche e della struttura di gioco, ma il titolo di Warhorse segue una via tutta sua, che non ha intenzione di abbandonare per accontentare il giocatore ad ogni costo.
Facciamo alcuni esempi per darvi la quadratura del cerchio. La narrazione, pur intorno ad una trama tutto sommato piacevole ed appassionante, è molto lenta. Questo perché è composta da dialoghi egregiamente scritti, ben plausibili e coerenti (il discorso della “coerenza” è molto importante, lo approfondiremo in sede di recensione), che viaggiano su linee di dialogo molto realistiche, senza frasi ad effetto o sermoni galvanizzanti. Trattandosi di un mondo che si ispira totalmente alla realtà storia del XV secolo, la stessa trama non avrà gioco forza maledizioni da rompere, mostri da inseguire e magie in grado di cambiare il corso degli eventi. Ne esce una storia “normale”, anche in questo caso nell’accezione più positiva del termine. Non ci sono neanche gli eccessivi colpi di scena ed il dramma imposto forzatamente di una produzione come Il Trono di Spade, un nome che spesso viene associato al lavoro di Warhorse, un accostamento che personalmente trovo un po’ pretestuoso. La storia di Kingdom Come: Deliverance è medievale così come tutto il resto: un racconto personale, quello di Henry e del suo desiderio di vendetta, incastonato nel più ampio arazzo narrativo della Guerra Civile di Boemia. Si parla di religione, valori civili e politica, ed infine di guerra.

In termini di gameplay, Warhorse ha abbandonato qualsiasi aiuto, indicatore o linea guida tra quelle onnipresenti in ogni produzione open world. La mappa, molto generosa nelle dimensioni e perfettamente costruita in termini estetici, contiene poche informazioni che comprendono le città più importanti ed alcuni luoghi di interesse che prima vanno “trovati” di persona. La bussola in alto nello schermo, in stile Skyrim, segnala i punti dove ci si dovrà recare per compiere le missioni, ma nel caso di indagini o ricerche di qualche tipo sarà il giocatore a doversi affidare ai propri sensi. Capiterà di dover trovare un criminale in fuga ferito, ma non ci saranno i sensi del Witcher a scovare le tracce di sangue, bisognerà farlo invece seguendo effettivamente la scia di sangue, basandosi magari sulle indicazioni delle persone che avremmo interrogato. Questo è obiettivamente un elemento che deve essere assimilato, che generalmente restituisce una coerenza (di nuovo) molto forte rispetto al contesto, ma che richiede molta pazienza per non essere etichettato come frustrante. In un’altra occasione, ad esempio, si dovrà trovare un compagno disperso durante una battuta di caccia. Anche in questo caso la mappa suggerisce solo l’area – discretamente vasta – in cui cercarlo, ma non ci saranno altri indicatori di sorta a guidarci.
Diciamo che, prendetela con le pinze, c’è quella volontà alla Dark Souls di lasciare che il giocatore scopra le cose da sé. Le missioni secondarie, ad esempio, si attivano parlando con i personaggi in giro, ma può capitare che anche il garzone più infimo del castello, che il giocatore solitamente etichetta come una IA senza scopo, vi venga a dire che la signora del castello ha richiesto la vostra presenza. Missioni secondarie che, tra una fetch quest e l’altra, contengono anche delle sequenze di gioco molto interessanti ed inaspettatamente varie. Le fetch quest, per altro, compaiono anche per una buona parte dell’avventura principale, spingendo il giocatore ad esplorare la mappa, costringendolo però a compiere dei viaggi motivati spesso da un solo “parla con Tizio per scoprire qualcosa”. È possibile ovviamente compiere il classico viaggio rapido, che in Kingdom Come: Deliverance non è un teletrasporto, ma un normale viaggio (seppur più veloce) che consuma tempo, energia, e che potrà generare incontri casuali più o meno fastidiosi per il giocatore.
Allo stesso modo, il gioco non rileva in alcun modo la difficoltà di una missione, né suggerisce equipaggiamento o caratteristiche minime da avere per affrontarlo. Questo significa che vi può capitare di partecipare all’assalto di un accampamento ben fortificato di nemici, ma di scoprire troppo tardi di essere troppo male equipaggiati per affrontare a dovere la pugna. In momenti come questi ci sono due opzioni: ritentare ossessivamente; caricare un vecchio salvataggio ed organizzarsi a dovere.
Kingdom Come: Deliverance è così, crudele e spietato come il periodo che mette in scena. Prendere o lasciare.






Sapevamo che Kingdom Come: Deliverance sarebbe stato un GDR diverso da tutti gli altri, e finalmente ne abbiamo la prova. Bisogna sottostare a tante condizioni, molto chiare e per niente ingannevoli, per apprezzare il gioco, perché altrimenti il rischio è quello di abbandonarsi solo alla frustrazione non godendosi ciò che di estremamente valido ha da offrire il titolo Warhorse. Come una ricostruzione storica sorprendentemente profonda e capace, unita ad un’atmosfera unica ed una coerenza narrativa e stilistica rara. Ci risentiamo a breve per la recensione completa, ma in un modo o nell’altro Kingdom Come: Deliverance è un gioco che non passerà inosservato.