Wandersong Recensione | Sospeso in un canto

By |03/10/2018|Categories: In Evidenza, Recensione|Tags: |

Chi ha detto che un eroe debba brandire una spada? O che il suo compito sia quello di abbattere mostri? Alle volte, un vero eroe non sa nemmeno di essere un eroe e tutto quello che gli serve per salvare il mondo è il canto della sua voce. Queste sono le premesse di Wandersong, una peculiare avventura sonora sviluppata da Greg Lobanov, che arriva su PC e Nintendo Switch dopo una vittoriosa campagna su Kickstarter.

L’opera si candida già come uno degli indie – veri – più interessanti di questo 2018, grazie alle sue meccaniche tanto semplici quanto fresche ed innovative, ma soprattutto per il suo modo di raccontare una storia che si dipana su più piani e che riesce ad abbracciare tutto l’arco emotivo, capace allo stesso tempo di strappare dei genuini sorrisi e di far riflettere su temi decisamente maturi.

Ad un soffio dalla fine

La partenza di Wandersong non è delle più incoraggianti: pochi frame e l’anonimo bardo viene informato da uno spirito che il mondo sta per finire. A porre la parola fine su questo ciclo sarà il canto di Eya, la stessa dea che ha creato l’universo sempre tramite la melodia della sua voce millenni e millenni fa. La vita sui pianeti è oramai corrotta, non c’è armonia nel creato e l’unica soluzione è un bel punto e a capo, ma il giovane e anonimo – almeno inizialmente – protagonista non vuole rassegnarsi ad una fine che crede ingiusta e decide di intraprendere un viaggio per cercare una soluzione all’imminente fatalità.

Più facile a dirsi che a farsi: di utilizzare una spada non se ne parla, i muscoli non sono proprio il suo forte e anche il coraggio non è che abbondi. Ma se c’è una cosa che il non-eroe sa fare è cantare e con la sua voce dare forma alla cose, entrare in contatto con una realtà differente e toccare le giuste corde del cuore. Non si sa se questi ingredienti siano sufficienti per salvare il mondo, ma un estremo tentativo va fatto e la chiave risiede nella conoscenza della Earthsong, una canzone che può essere eseguita solo quando tutti gli esseri viventi entrano in perfetta sintonia e i cui frammenti sono posseduti dagli Overseer, esseri soprannaturali che però il tempo sta consumando.

Ciak, azione

Divisa in vari atti, la storia porta il protagonista a visitare svariati città e luoghi, a parlare con i loro numerosi abitanti e a fare amicizia con una lunga sequela di personaggi secondari tutti quanti ottimamente caratterizzati, con le proprie virtù e debolezze e che, uniti, rendono Wandersong una delle opere meglio scritte degli ultimi tempi. Con il suo tratto estetico lineare e con i suoi toni scanzonati, il titolo potrebbe essere scambiato per un’avventura infantile, quasi ingenua, ma bastano pochi dialoghi per capire come sotto quel velo di immediatezza risiedano tematiche ben più profonde, che spaziano da argomenti più generali ed esistenziali, fino a toccare problematiche più concrete e legate ai nostri giorni.

Senza scendere troppo nei dettagli per evitare fastidiosi spoiler, Lobanov è riuscito a parlare senza scadere in “banalismi” o eccessiva “mielosità” del distacco, della morte o della depressione: ci sono ragazzi che celano le proprie emozioni dietro ad un muro di pietra solo per apparire più fighi e ci sono pirati che per rivalsa devono per forza mostrare la propria virilità giusto per compensare l’abbandono della propria moglie. Ogni atto è un condensato di situazioni in cui al giocatore è chiesto di prendersi un attimo per riflettere, come quando viene messa in discussione l’artificiale felicità dovuta a beni materiali o il valore del lavoro nel rapporto uomo-macchina. Ma Wandersong sa anche non prendersi troppo sul serio e sono abbondanti gli sprazzi di leggerezza e umorismo, che scaturiscono da dei botta e risposta ottimamente scritti, ma anche da situazioni ben oltre il limite dell’assurdo, come una ciurma di pirati dipendenti dal caffè.

Se avessi un figlio, Wandersong sarebbe uno di quei titoli da giocare fianco a fianco con lui: è come una fiaba sospesa fuori dal tempo e dallo spazio ed è difficile non innamorarsi dei suoi attori, a partire dal bardo stesso, con la sua caparbietà anche davanti a degli ostacoli che sembrano montagne, come quando entra in scena il vero eroe ed antagonista, oppure la strega Miriam, un concentrato di acidità e di freddezza sulle prime battute, ma che si sviluppa durante i vari capitoli in un processo di crescita interiore che porta alla luce la sua insicurezza. Lo ammetto: in molti titoli finisco con l’annoiarmi davanti ai molti dialoghi e difficilmente perdo tempo ad interagire con NPC non strettamente necessari, ma qui ogni scambio di battuta è curato fin nel minimo particolare e racchiude dei dettagli indispensabili per creare una magnifica cornice che sta per essere spazzata via dal canto di Eya.

Il potere della voce

In Wandersong non c’è nulla di statico, i personaggi evolvono, così come le ambientazioni vengono trasformate dalla voce del protagonista, perno attorno a cui ruotano tutti gli schemi di gioco. Attraverso la rotazione dello stick destro viene attivato un menù radiale colorato, dove ad ogni fetta corrisponde un’intonazione differente. Sulla carta sembra poco per rendere interessante un titolo che dura circa dieci ore, ma questi scarsi ingredienti sono stati invece sapientemente mescolati per dare vita a situazioni sempre differenziate, che variano dal platform, al rhythm game, passando per svariati puzzle.

La difficoltà è del tutto assente e non ci sono game over a porre fine all’avventura: la mancanza di brusche interruzioni permette di fruire al meglio della componente narrativa, ma anche davanti ad una complessiva semplicità si rimane sorpresi nel veder il titolo continuamente cambiare forma, con la voce del protagonista sfruttata per modificare ad esempio delle piattaforme su cui saltare o per respingere la forza del vento.

Non mancano poi momenti più tipicamente da gioco musicale, in cui eseguire correttamente dei ritmi dettati da un direttore d’orchestra invisibile. Proprio queste sezioni si sono rivelate però le più deboli: il sistema di controllo non è sempre impeccabile, per fortuna steccare qualche nota non ha dirette ricadute sul gioco, ma le stonature prodotte spezzano la magia.

Dar vita al mondo

Nella sua semplicità, Wandersong è visivamente incantevole e ogni scenario si lascia ammirare per come è stato costruito e diversificato rispetto a quello precedente, sia nelle ambientazioni – si va da navi, a città asfissiate dallo smog, toccando grotte e luoghi eterei – sia nel ricco cast di personaggi che mano a mano si incontrano. Lo svolgimento dell’avventura è inoltre impreziosito da una sapiente regia capace di valorizzare ogni singolo passaggio, sia esso lo stato d’animo del bardo, una performance canora o, ancora, il sabotaggio di una fabbrica.

Data la natura dell’opera, un ruolo chiave viene giocato dal sound design e dalla colonna sonora, composta da A Shell in The Pit, un piccolo studio che ha dato vita a delle melodie capaci di spaziare da ritmi più tranquilli e rilassati, fino a toccare tracce elettroniche decisamente più incalzanti. Oltre alla soundtrack in sé, Wandersong vibra grazie alle improvvisazioni del giocatore, concretizzate dalle note del mai silenzioso non-proprio-eroe.

- Riesce a creare dei legami emotivi fra il giocatore ed il protagonista
- Storia ricca e ben raccontata
- Tutti i personaggi hanno il loro perché
- Ogni passaggio ludico riesce a sorprendere
- Qualche difficoltà con la gestione dei comandi

9.0

Wandersong è uno dei seri candidati al premio di indie dell’anno, trofeo che forse gli va pure stretto visti i suoi pregi, la sua vena innovativa e le sperimentazioni che emergono ad ogni atto. Da qualsiasi punto di vista lo si guardi, il titolo riesce a stupire: da una semplice meccanica di gioco – la voce del protagonista – scaturiscono infatti una molteplicità di situazioni, ma è soprattutto a livello narrativo che l’asticella viene alzata, con un’avventura capace di toccare le corde del cuore e di trasportare la mente giocatore a riflettere su tematiche per nulla banali, ma sempre con spensieratezza e senza mai voler essere il primo della classe.