Valorant è uno shooter molto più promettente di quanto potreste immaginare – Provato

Abbiamo trascorso un po' di ore con Valorant, scoprendo che molte delle sue ambizioni sono ben riposte

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A cura di Valentino Cinefra - 3 Aprile 2020 - 19:00

Lo scorso weekend abbiamo avuto modo di partecipare ad un evento molto ricco dedicato a Valorant. Riot Games ha organizzato un Digital Bootcamp (così l’hanno chiamato), tre giorni dedicati al loro nuovo titolo tra conferenze, chiacchiere con gli sviluppatori, un vero e proprio addestramento per quanto riguarda le dinamiche di gioco e, ovviamente, tanto gameplay.

Abbiamo avuto a disposizione Valorant, insieme ad una sola altra testata giornalistica italiana ma contornati di tanti influencer e creatori di contenuti da tutto il mondo, per tre lunghe sessioni di gameplay totalmente libero, che abbiamo sfruttato per oltre dodici ore. Un’esperienza quindi incredibilmente vicina a quella che potrebbe essere la versione finale del gioco, che dal 7 aprile partirà in beta chiusa.

Siamo quindi pronti a raccontarvi le nostre prime impressioni dopo un hands-on considerevole, condito dalla presenza di un server Discord in cui il team di sviluppo e PR ci ha accompagnato per tutto il tempo, rispondendo alle nostre domande e raccontandoci ogni dettaglio possibile sul lavoro svolto.

Dopo il primo incontro con Valorant, che è stato solamente verbale e non fisico – per così dire – eravamo molto curiosi di saggiare le buone intenzioni del team di sviluppo. Concluso il Digital Bootcamp vi possiamo consigliare caldamente di seguire le sue vicissitudini perché, al netto di alcune perplessità che solo il tempo e la prova sul campo potranno far scomparire o meno, Valorant rischia seriamente di scuotere i ruoli di forza degli shooter competitivi sul mercato.

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Sulle spalle dei grandi

Facciamo un piccolo riassunto di cos’è Valorant, per i più distratti. Riot Games ha sviluppato uno shooter competitivo a squadre (5 contro 5), free to play con eroi da sbloccare con valuta reale e/o di gioco, con lo scopo di costruire un’esperienza altamente competitiva. Deve molto a Counter-Strike che rappresenta al momento l’ispirazione più grande (il feeling, mouse e tastiera alla mano, è clamorosamente simile), e sebbene ci sia un cast di eroi overwatch-like tra cui scegliere, le abilità che gli Agenti potranno esibire durante le partite non sono il fulcro del gameplay.

Al centro della dinamica di gioco c’è sempre il gunplay, e le singole abilità servono solo a supportare una strategia di gioco. Detto in soldoni: per giocare bene a Valorant dovrete sapervi muovere, conoscere le mappe, ed avere una buona mira. Effettivamente molti round tra quelli che abbiamo giocato si sono risolti senza che la squadra lanciasse praticamente delle abilità. Anche perché, tra le idee che illustreremo tra poco, le skill non sono usabili a piacimento ma vanno comprate.

Vi raccontiamo una partita tipo, giusto per darvi un’idea di cosa stiamo parlando – perché, a paragonare Counter-Strike ed Overwatch, potreste essere giustamente confusi.

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Uno shooter moderno ed old-school allo stesso tempo

All’inizio di ogni round si possono acquistare armi (una principale ed una secondaria), l’armatura, nonché gli usi delle abilità. Ogni Agente ne ha una peculiare che è sempre attiva, ed altre due i cui utilizzi vanno acquistati come fossero oggetti. Immaginate di sostituire le classiche granate con palle di fuoco ed altre amenità, e ci siamo. L’abilità definitiva si carica invece con le uccisioni ed i round trascorsi, ed è slegata completamente dal sistema di acquisto. Esattamente come in Counter-Strike, tra un turno e l’altro si può decidere di fare economia per rimpinguare il proprio equipaggiamento, oppure cedere delle armi, o addirittura comprare oggetti per i compagni di squadra più squattrinati.

Dopo una breve fase di preparazione, in cui si può giusto decidere come dividersi tra gli obiettivi in una mappa momentaneamente bloccata da barriere energetiche, il round inizia. Ci si divide in attaccanti e difensori, dove i primi devono piantare una bomba avveniristica ed i secondi devono impedirlo. Il round si vince all’eliminazione della squadra avversaria oppure, rispettivamente, facendo esplodere o disinnescando la bomba. Dopo 12 round giocati si invertono i ruoli (e si azzera tutto l’equipaggiamento ottenuto fino a quel momento), ed il primo team a raggiungere i 13 round vinti si aggiudica la partita.

Se la dinamica di gioco ricorda moltissimo il leggendario sparatutto di Valve, sono le novità a rendere Valorant una grande ventata d’aria fresca. La prima cosa, fondamentale da segnalare, è che la scelta dell’Agente è fissa per tutta la partita. A differenza di Overwatch, quindi, non si può cambiare il team in base alla necessità. Questo è ovviamente la conseguenza del concetto di gunplay first che accennavamo prima: se sapete sparare bene un eroe vale (quasi) l’altro. Anche perché non ci sono armi distintive ma tutti possono comprare dallo stesso negozio all’inizio di ogni round.

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Le mappe, che saranno poche ma di qualità secondo gli sviluppatori, sono studiate per sostenere un tipo di gameplay molto competente ed attento. Ci saranno due o tre obiettivi di cui tenere conto, in scenari che non garantiscono mai degli angoli completamente sicuri da cui camperare senza pietà, rendendo impossibile agli avversari un contrattacco. Nelle due mappe che abbiamo provato nascondersi significa, nella stragrande maggioranza dei casi, non avere linea di vista e, in generale, essere esclusi totalmente dall’azione di gioco.

Inoltre ci sono sempre vie di fuga, percorsi alternativi, ed anche teletrasporti a senso unico (nei quali possono entrare anche alcune abilità) che permettono di rovesciare l’equilibrio di gioco in qualsiasi momento. L’intento degli sviluppatori è quello di rendere gli scenari un supporto al flusso della partita, al servizio dello scontro tra giocatori. Anche a livello di design, le location sono strutturate per far risaltare i giocatori ed impedire che si possano confondere all’interno di esse. Sono esteticamente e strutturalmente funzionali per impedire lo sforzo fisico degli occhi ma anche dell’hardware di gioco, non ci sono hitbox invisibili ed ogni dettaglio è incredibilmente pixel perfect (c’è anche la wall penetration, ma i proiettili rallentano notevolmente dopo l’impatto).

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Gli Agenti di Valorant

Sebbene risultino, paradossalmente, l’elemento meno preponderante del gameplay di Valorant, è giusto dedicare almeno una sezione agli Agenti.

Nella build avevamo a disposizione nove di essi, quelli che saranno presenti al lancio (ma non tutti saranno da subito sbloccati). Evitando di descriverli con una tediosa lista, sappiate che sono tutti fortemente caratterizzati. Esteticamente riescono a distinguersi, pur pagando un pur minimo debito di somiglianza con produzioni come Team Fortress 2, ovviamente Overwatch, ma anche League of Legends (ma in questo si gioca in casa, sicché non è un grosso dramma). Le abilità, invece, sono abbastanza singolari.

Gli Agenti si dividono in quattro categorie principali. I Controller sono quelli votati alla strategia, i cui giocatori hanno bisogno di conoscere a menadito le mappe, e le cui abilità in generale servono a supportare la strategia del turno. I Sentinel sono eroi molto difensivi, che danno supporto diretto ai compagni. Gli Initiator creano scompiglio tra gli avversari, sono in grado di raccogliere informazioni ed in generale creano un vantaggio tattico. Infine i Duelist, che sono i più votati allo scontro diretto.

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Le abilità di ognuno di essi sono ovviamente a tema con il proprio ruolo. C’è un solo curatore, l’Agente Sage, ma ci sono personaggi in grado di piazzare telecamere, creare aree venefiche o di fuoco che fanno danni continuati, lanciare frecce che rivelano la posizione dei nemici come un sonar, e tante altre simili – oppure variazioni sul tema di quanto visto in titoli come Overwatch e soci. Non mancano ovviamente le peculiarità, come Phoenix che può lanciare delle palle di fuoco che accecano i nemici, oppure Breach che lancia onde stordenti applicandole da un muro e facendole esplodere dietro.

Alla prova sul campo effettivamente le abilità degli Agenti non risultano mai devastanti, ma ci sono due considerazioni da fare. In primis, alcuni di essi sono visibilmente più utili e generalmente “forti” di altri. In particolare il citato Phoenix che ha un set di abilità davvero troppo più d’impatto di altri, ma soprattutto Jett – che nel nostro lungo playtest è risultata l’agente di gran lunga più desiderato. Ha un set di abilità che la rendono molto agile, in grado di spostarsi in altezza, nascondersi, ed una definitiva che genera un output di danni devastante con troppa velocità.

Parlando di nascondersi, abbiamo notato un considerevole implemento di abilità in grado di nascondere, limitare, oppure impedire la linea di vista dei giocatori. Dei nove agenti dotati di tre abilità ciascuno tra muri, cortine venefiche, di fuoco e fumogene che bloccano la vista, ci sono circa una decina di abilità di questo tipo (diverse nell’esecuzione e più o meno utili), ma non un corrispettivo di abilità in grado di rompere gli eventuali muri fumogeni. Qualcuno potrebbe dire che granate fumogene e flashbang fanno più o meno la stessa cosa negli sparatutto, ma la durata è considerevolmente più bassa in quei casi, così come l’estensione delle aree di effetto.

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Ritmo di gioco solido e galvanizzate

Concludiamo questa prima, lunga, anteprima hands-on con un discorso sul feeling generale di Valorant, in termini di gameplay ma soprattutto tecnici. Il Digital Bootcamp è stata infatti l’occasione per capire in prima persona le potenzialità tecniche del gioco, inclusi i server a 128-tick.

La prima sensazione a colpirci in maniera estremamente positiva è stata proprio la solidità del netcode. Considerando che abbiamo provato Valorant con un pool di giocatori intorno ai trecento in tutto il mondo, con una build non definitiva, la sensazione è stata esattamente la stessa di quando si gioca in LAN. Può sembrare un’esagerazione per un videogioco online, ma l’infrastruttura tecnica messa in piedi da Riot Games si è rivelata a dir poco all’avanguardia.

Gli investimenti fatti per costruire la cosiddetta Riot Direct, una infrastruttura di server che potremmo banalmente descrivere come “Internet proprietaria”, fa sì che i giocatori connessi possano condividere in un certo senso le proprie bande di rete, mentre le macchine di Riot bilanciano in continuazione il ping di ogni giocatore per garantire a tutti i presenti nella partita la stessa esperienza di gioco.

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Per chi ha qualche anno di gioco su PC alle spalle, o semplicemente è molto abituato a partecipare ai tornei, è una sensazione molto chiara. Framerate stabilissimo, lag prossimo praticamente allo zero, hitbox pulitissime con ogni tipo di arma ed abilità. Un punto di forza notevole, che potrebbe garantire a Valorant una lunghissima vita online, anche supportato da un rigidissimo sistema anti-cheat su cui Riot sta investendo molto tempo ed energie.

E questo fa sì che il time to kill basso, ma veramente basso, non sia mai una fonte di frustrazione. Non siamo mai morti uccisi da nemici che non vedevamo, né abbattuti quando già avevamo svoltato l’angolo o ci eravamo nascosti come, spesso, accade negli shooter online. L’azione di gioco è pulita, ad alta tensione ma mai frenetica, una partita tira l’altra e la voglia è quella di migliorarsi ad ogni round vinto o perso, capire come muoversi meglio per la mappa, trovare le proprie armi preferite in base all’Agente scelto e, in generale, diventare giocatori migliori.

In tutto ciò, come accennato già in fase di anteprima, Valorant è per una visione precisa del team un videogioco per niente esoso in termini di hardware. Sia per il fatto che si tratta di un free-to-play e quindi in grado di raggiungere la platea più grande possibile, ma soprattutto per garantire a tutti di giocare al massimo delle prestazioni, i requisiti minimi ma anche consigliati sono a dir poco abbordabili. Noi abbiamo giocato su una configurazione che non si può certo definire high-end (un i5-3470 a 3.60GHz con una GTX 960), godendoci sempre un frame rate solidissimo al di sopra dei 60fps.

+ Gameplay appagante ed estremamente tecnico
+ Solidità strabiliante dell’infrastruttura di rete
+ Ogni Agente ha un suo senso di esistere
- Bilanciamento degli eroi da tenere sotto controllo
- Troppe abilità di oscuramento potrebbero compromettere l’equilibrio di gioco
- Non aspettatevi un shooter per rifarvi gli occhi

L’entusiasmo che gli streamer e content creator hanno riversato nel server Discord di Riot Games a supporto del Digital Bootcamp di Valorant è lo stesso che condividiamo anche noi dopo il lungo fine settimana di gameplay. Certo, ci sono degli elementi da tenere sotto controllo, per fortuna non strutturali, come le abilità degli Agenti ed una potenziale sovrabbondanza di abilità di oscurazione, che nelle mani dei giocatori professionisti o semplicemente più dedicati potrebbe rovinare l’equilibrio di gioco.

A parte questi dubbi, le intenzioni che il team di sviluppo ci ha raccontato qualche settimana fa sono corrisposte a realtà. Valorant è uno shooter estremamente tecnico, sicuramente non innovativo al cento per cento, ma che ha le idee chiare per imporsi su un mercato sovraffollato in cui i giganti (Overwatch, Counter-Strike ed Apex Legends, tra i tanti) a volte hanno il fiato corto, con una infrastruttura di server dalla solidità francamente impressionante. Certo non è per tutti, e non vuole esserlo, perché il gameplay è molto punitivo per i giocatori che non si mettono su mouse e tastiera con attenzione, ma siamo convinti che avrà modo di imporsi molto facilmente nel momento attuale.




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