Uncharted 4 e la narrativa: il mito del pirata tra sogno e realtà – Speciale

A quattro anni dalla sua conclusione, indaghiamo le radici storiche e tematiche di Uncharted 4, perché pirata e cacciatore di tesori non sono così diversi.

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A cura di Adriano Di Medio - 8 Luglio 2020 - 11:49

È stato accolto con grande entusiasmo ed è risultato tra i videogiochi più premiati del 2016 e in generale uno dei migliori della sua generazione. Uncharted 4: A Thief’s End (da noi conosciuto come Uncharted 4: Fine di un Ladro) è stato l’ultimo videogioco “maggiore” di Naughty Dog prima del recentissimo The Last of Us: Part II. Ma seppure ogni avventura di Nathan Drake si configuri con precise radici storiche, questa sua conclusione invade tanto la storia umana quanto la storia personale di Nate. Ecco quindi che vale la pena indagare le radici storiche e storiografiche dietro all’ultima opera della coppia Bruce Straley-Neil Druckmann.

Uncharted 4: Storia di Zio Henry

La tematica portante di Uncharted 4 è l’inseguimento del tesoro del pirata Henry Avery, una figura storica realmente esistita, vissuta nella seconda metà del Seicento ma la cui data di morte rimane ancora adesso ignota. Pur se il suo operato si colloca decenni prima della cosiddetta “epoca d’oro della pirateria” e quindi oggi sia assai meno conosciuto al grande pubblico, ai suoi tempi Avery fu davvero una leggenda vivente.

Una leggenda alimentata anche dai mass media dell’epoca: su di lui venne scritta l’opera The Successful Pirate (Il Pirata di successo) ma soprattutto Il Re dei Pirati, libro di Daniel Defoe che parrebbe avere tra le sue fonti delle interviste di prima mano con lo stesso Avery. La denominazione “regale” di Avery derivò proprio dall’autore di Robinson Crusoe, e con quella fu così ricordato che metaforicamente arrivò persino in Giappone: Eiichiro Oda si ispirò proprio a Avery per Gol D. Roger, il Re dei Pirati del suo One Piece.

Uncharted 4 e la narrativa: il mito del pirata tra sogno e realtà – Speciale

 

Le informazioni che Uncharted 4 dà di Henry Avery sono storicamente autentiche e, volendo, abbastanza note. Dopo essersi ammutinato nel 1694 sulla nave corsara Charles, la rinominò Fancy e fece rotta per il Madagascar con la speranza di farsi una fortuna depredando le navi di pellegrini che partendo dall’India arrivavano alla Mecca. Con una buona dose di fortuna riuscì, nel settembre dell’anno successivo al suo ammutinamento, ad assaltare la Ganj-i-Sawai, la più voluminosa delle imbarcazioni appartenenti all’imperatore indiano Gran Mogol. Questa nave in Uncharted 4 viene chiamata Gunsway, che è il nome inglese che le venne ai tempi dato per assonanza.

L’ammontare del bottino conquistato, ottenuto anche dopo le efferatezze compiute dall’equipaggio di Avery e delle due navi che l’avevano assistito, non è mai stato quantificato ma è certo fosse enorme. Affermazioni successive dicono che ammontasse a più di seicentomila sterline, valore che il videogioco di Naughty Dog converte in 400 milioni di dollari di oggi. La bravata milionaria di Avery ebbe conseguenze anche politiche: il Gran Mogol si risentì molto dell’avvenimento, causando un incidente diplomatico sia con gli inglesi che con la Compagnia delle Indie Orientali, che furono espulsi dal regno. Vennero riammessi solo dopo che l’Inghilterra ebbe promesso di catturare Avery, impegno mai mantenuto perché il colpevole fece perdere per sempre le proprie tracce.

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Quando la finzione si avvicina alla realtà

Qui finisce la storia e inizia la finzione: non è infatti noto cosa abbia fatto Henry Avery dopo la sua più grande rapina. La ricerca accademica ha comunque ridotto a due le fini possibili per il Re dei Pirati. La prima (e volendo anche quella più accreditata) è riportata nella General History of the Pirates (1724) del capitano Charles Johnson: Avery sfuggì alla cattura tornando in Inghilterra ma poi, cercando di piazzare il bottino, ne perse la maggior parte a seguito di una colossale truffa da parte di alcuni mercanti. Il re dei pirati si sarebbe quindi spento in povertà assoluta nel Devon (per la precisione nel paese di Bideford) non avendo i soldi neanche per una degna sepoltura.

La seconda conclusione invece ipotizzava che si fosse goduto serenamente le sue ricchezze in qualche isola tropicale: quest’ultima è la strada che Uncharted 4 segue, incrociandola con il mito di Libertalia, la leggendaria colonia segreta pirata.

Le aree di buio che il gioco Naughty Dog impiega sono appunto le poche informazioni su Avery a seguito della sua più grande impresa e il fatto che neanche la sua data di morte sia certa. Per convenzione quest’ultima è fissata tra il 1699 e il 1714, due numeri spiegabili rispettivamente come la sua precoce morte in povertà e la messa in scena di The Successful Pirate (il libro di Defoe è invece del 1719; molti sono convinti che lo stesso capitano Johnson sia solo un altro pseudonimo usato da Defoe).

Uncharted 4 e la narrativa: il mito del pirata tra sogno e realtà – Speciale

Parimenti ad Avery, anche buona parte di quelli che Uncharted 4 accredita come fondatori di Libertalia sono figure che si perdono nelle nebbie della storia (oltre che occasione per una citazione, visto che tra loro c’è anche un maturo Guybrush Threepwood). Il gioco elegge a braccio destro di Avery il pirata Thomas Tew, a sua volta con una base nel Madagascar ma che fu una figura autorevole nei commerci illegali fino a Boston e New York (il ricco sottobosco criminale presente in quelle città verrà ripreso anche nella rievocazione di Assassin’s Creed III).

L’operato di Tew sarebbe poi stato chiamato Pirate Round, il “giro dei pirati”. Neanche di lui è noto il luogo di sepoltura, ma in questo caso la data di morte è fissata al 1695 per via di una cannonata subita durante l’ennesimo assalto a una nave moghul. Ma, come chi ha giocato Uncharted 4 già sa, quasi mai le circostanze della morte in mare sono chiare.

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Una devozione inaspettata

Ancor prima del tesoro di Avery, a muovere la storia di Uncharted 4 per almeno tutto il primo terzo è un curioso crocefisso. La caratteristica principe è infatti un dettaglio biblico poco famoso: nella Passione solo Gesù era inchiodato, mentre i suoi due compagni di sventura (il ladrone buono e il ladrone cattivo) erano invece solo legati. Proprio il fatto che la figura sulla croce fosse solo legata è il dettaglio che porta Nate e suo fratello a identificarlo non come Cristo ma come Disma, il ladrone buono. Oltre a nascondere una frecciata sul comune sentire che semplifica ogni crocefisso con Cristo, Uncharted 4 infatti ipotizza che Herny Avery fosse molto legato a questo santo. Si tratta di una devozione di cui storicamente non esistono prove, soprattutto perché Disma non è, almeno ufficialmente, celebrato nella liturgia cattolica, ma solo in quella ortodossa: in quest’ultimo caso viene ricordato ogni 23 marzo. Il motivo per cui Disma è poco conosciuto è il suo comparire solo nei vangeli apocrifi, peraltro in maniera assai defilata.

“Dopo la sentenza [Pilato] aveva dato ordine che la motivazione fosse scritta come un titolo, in lettere greche, latine ed ebraiche, secondo quanto dicevano i Giudei: – È il Re dei Giudei.

Uno dei malfattori appesi si rivolse a lui, dicendo: – Se tu sei il Cristo, salva te stesso e noi!

Ma Disma lo rimproverava, dicendo a sua volta: – Non temi per nulla Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? E per noi è giusto, poiché riceviamo la degna ricompensa di ciò che abbiamo fatto; ma costui non ha fatto nulla di male -. E diceva: – O Signore, ricordati di me nel tuo regno!

Gli disse Gesù: – In verità ti dico che tu oggi sarai con me in Paradiso.”

(Vangelo di Nicodemo, Cap. X vv. 7-11)

In Italia comunque Disma è leggermente più conosciuto, ma con il nome di Tito, visto che Fabrizio De André lo elegge a voce narrante della sua ballata Il Testamento di Tito che ne racconta la redenzione spirituale: “Io nel vedere quest’uomo che muore/Madre, io provo dolore/Nella pietà che non cede al rancore/Madre, ho imparato l’amore”.

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In ogni caso è probabile che il celeberrimo cantautore abbia preso questo nome da un altro vangelo apocrifo, precisamente il Vangelo dell’Infanzia arabo-siriaco. Qui, nel capitolo XXIII, Gesù e i suoi genitori si imbattono nottetempo in una compagine di briganti che si sta riposando. Due di questi, chiamati Tito e Dumaco, li notano – ma Tito fa desistere il compare dal rapinarli. Gesù assiste alla scena, e dice alla madre che sono proprio i due ladroni che verranno crocifissi insieme a lui in futuro. Nei vangeli canonici invece i due non hanno nome.

In sé comunque Tito/Disma è ricordato appunto come simbolo del ladro redento, e simboleggia in un certo qual modo l’idea che non è mai troppo tardi per pentirsi delle proprie cattive azioni. Non a caso è stato più volte identificato come patrono dei prigionieri, dei becchini, dei condannati a morte e come invocazione di fede per coloro che si occupano del recupero e reinserimento dei criminali nella società. Un’impresa che spesso si rivela non solo improba ma anche con il concreto rischio di insuccesso.

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Il paradosso del pirata

C’è infatti un concetto abbastanza importante correlato al ruolo di San Disma: Henry Avery era molto devoto a tale santo proprio per la sua natura di “ladro redento”, che appunto si sposava con il suo considerarsi una sorta di proto-ladro gentiluomo. Un esempio di ciò lo troviamo nuovamente nel suo colpo alla Gunsway, in cui ordinò che non venissero compiute efferatezze nei confronti delle donne, ordine però bellamente ignorato dai suoi uomini.

Racconti e azioni che vestono i panni del bagno di realtà: nonostante tutte le romanticizzazioni, la nobiltà d’animo e gli ideali, tanto il pirata quanto il cacciatore di tesori rimangono figure che non sono in grado di produrre ricchezza, ma solo di vivere arraffando quella altrui. L’unica differenza sta nel fatto che il cacciatore di tesori “ruba” a chi non è più vivo, quindi in linea di massima è più moralmente accettabile. Un concetto per certi versi già esplorato anche in anni precedenti – del resto ne parlava anche Assassin’s Creed IV: Black Flag. In Uncharted 4, però, tutto ciò viene eletto a collante tra passato e presente.

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L’analogia tra le due professioni è infatti totale –o quasi. Entrambe viaggiano per ambienti pericolosi o inesplorati come carceri, isole e giungle, ricorrono a ogni mezzo per procurarsi informazioni e hanno a che fare con quelle che molti chiamerebbero le parti peggiori dell’umanità: ladruncoli, banditi, tagliagole, trafficanti, mercenari. Il tutto perché sospinti da un’insaziabile febbre dell’oro, in questo caso incarnata sia dall’antagonista Rafe che da Sam Drake, redivivo fratello di Nate; tuttavia, anche quest’ultimo ne subisce gli effetti, specialmente nel suo rapporto con la moglie Elena.

Tutte tematiche molto più umane, e che si ripercuotono anche a livello di gameplay. Pure se quest’ultimo di fondo non cambia tra enigmi, esplorazione e sparatorie – anzi, aggiunge un’amorevole sensazione di libertà – è palese come lo sentiamo più “pesante”. Uncharted 4 abbandona quasi completamente l’incedere spaccone per concentrarsi sull’essenza meno piacevole dell’avventura, mettendo davanti al giocatore l’ovvietà che in quel mestiere la maggior parte delle volte tutti gli sforzi fatti finiscono con l’essere vani.

Nate realizza che è in debito con la fortuna da quattro cacce al tesoro (cioè i quattro capitoli della saga), e il peggio è che lo è in ogni suo aspetto, dal sopravvivere a continui scontri a fuoco con i mercenari alle arrampicate sospeso sul nulla, fino alla sua stessa situazione sentimentale. Qualsiasi altra donna diversa da Elena sarebbe scappata a gambe levate a fronte del suo comportamento. Eppure, nonostante i suoi difetti, l’ultimo Nate raggiunge la saggezza che prima era stata solo appannaggio di Victor “Sully” Sullivan, imparando finalmente a discernere quando conviene inseguire il tesoro e quando no.

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Uncharted 4: Ogni utopia è una perversione

Di fatto Uncharted 4 è composto da due storie parallele, quella di Nate e quella di Avery: per esplicarle i Naughty Dog ricorrono rispettivamente alla narrazione diretta e a quella silenziosa. Dove infatti Nate (e non solo) è il romanzo “cinetico”, in quanto lo controlliamo direttamente, la storia di Avery assume i tratti del romanzo epistolare, o per meglio dire di una rovinosa ambizione. Proprio per la sua devozione a Disma, Avery non aveva tentato di “sopprimere” la sua natura, ma di costruire un contesto in cui appunto fosse condivisa. È proprio in questo senso che egli aveva inseguito il sogno di una colonia libera per ogni pirata, appunto la già citata Libertalia.

Come abbiamo visto, la collocazione di Libertalia proprio in Madagascar da parte di Uncharted 4 è tutto meno che casuale. Oltre a essere base sia per Avery che per Tew, il Madagascar si è ritagliato negli anni la nomea di covo dei pirati.

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La descrizione che viene data di Libertalia è praticamente identica a quella che poi Uncharted 4 mostra: i pirati avevano fondato una colonia con le proprie regole e leggi, abbandonandosi poi a un lusso sfrenato, tra harem e schiavi, fino ai cittadini comuni che vivevano sotto la protezione dei fondatori. Ma senza spingerci nelle città fittizie, quella della repubblica piratesca fu qualcosa di realmente esistito: è durata circa undici anni e aveva come capitale Nassau, città delle Bahamas in cui (guarda caso) ai suoi tempi fece tappa lo stesso Avery dopo il saccheggio della Gunsway. La storia di Nassau come repubblica pirata comunque avrebbe avuto la sua triste conclusione nel 1718 per mano di Woodes Rogers, che offrì il perdono a tutti coloro che rinunciarono alla pirateria e impiccò (per opera dell’ex pirata Benjamin Hornigold) chi non accettò o non si arrese.

Tanto la reale Nassau quanto la fittizia Libertalia erano la concretizzazione di un’utopia a lungo inseguita: un luogo dove ogni pirata fosse libero e uguale, ciascuno con il diritto di godersi i propri soldi, fossero tanti o pochi. È infatti noto che, almeno formalmente, i pirati inseguissero un paradossale egualitarismo quando si trattava di decidere dove andare e cosa fare.

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Se da un lato questo li portava a essere estranei a qualunque tipo di programmazione, a volte aveva conseguenze notevoli quali la spartizione egalitaria del bottino a ciascun membro dell’equipaggio. Del resto possiamo immaginare che, per quanto illecitamente ottenute, considerassero che fosse meglio spendere le ricchezze per sé piuttosto che lasciarle nelle mani di Stati europei che, in teoria, le avrebbero solo utilizzate per finanziare l’ennesima inutile guerra. Una paradossale nobiltà di intenti, ma che poi appunto finiva con il far emergere come in realtà Avery non fosse per niente redento.

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La caccia al tesoro di Uncharted 4 è prima di tutto un grande inganno. Ma come molti altri della sua stessa generazione videoludica, è un inganno a fin di bene. L’ultima avventura di Nathan Drake riflette su sé stessa inscenando prima di tutto una vicenda umana, dalla febbre dell’oro fino alla realizzazione dei propri errori. E dove Avery inseguirà la spirale fino all’unica conclusione possibile, Nathan capirà che ci sono cose che i soldi non possono comprare e buchi che non possono riempire. E forse, se più persone valutassero più la casa che l’oro, forse questo mondo sarebbe un posto migliore.




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