C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel modo in cui il tempo tratta i videogiochi. Li consuma troppo in fretta e, allo stesso tempo, si rifiuta di lasciarli davvero invecchiare. L’immagine degli anniversari che ci aspettano nel 2026 sembra una celebrazione, una sfilata ordinata di numeri tondi, loghi patinati e ricorrenze da condividere sui social con l’hashtag giusto.
Ma basta fermarsi un attimo, guardarla davvero, per capire che non è una festa. È un promemoria. È il calendario di ciò che siamo stati, e soprattutto di ciò che non siamo più.
Quarant’anni di The Legend of Zelda. Quarant’anni di Metroid. Quarant’anni di Dragon Quest. Quarant’anni di Kid Icarus. Quarant’anni di Castlevania. Poi Sonic che ne compie trentacinque, Persona e Pokémon che arrivano a trenta, Animal Crossing, Luigi’s Mansion e Pikmin a venticinque. Numeri che dovrebbero suggerire solidità, continuità, grandezza storica. E invece fanno l’effetto opposto. Mettono a nudo una fragilità che l’industria cerca disperatamente di nascondere sotto remake, collection celebrative e trailer “per i fan di lunga data”.
Perché il punto non è che questi giochi abbiano quarant’anni. Il punto è che sembrano gli unici ad averli davvero vissuti.
Le candeline costano più della torta
Zelda compirà quarant’anni nel 2026 e nessuno può onestamente dire che non sia ancora rilevante. Ma è una rilevanza strana, quasi colpevole. Ogni nuovo capitolo viene accolto come un evento epocale non solo perché è un grande gioco, ma perché conferma che esiste ancora un’idea di videogioco capace di parlare di avventura, di silenzio, di scoperta senza dover chiedere scusa a nessuno.
Breath of the Wild e Tears of the Kingdom non sono stati semplici successi: sono stati promemoria di quanto il medium possa essere libero quando smette di inseguire se stesso. E forse è proprio questo il problema. Zelda è sopravvissuto perché non ha mai accettato davvero di diventare moderno.
Metroid, che nel 2026 spegne le stesse quaranta candeline, è l’altra faccia della stessa medaglia. Una serie che l’industria ha lasciato morire più volte, salvo poi riesumarla quando serviva ricordare al pubblico che sì, Nintendo sa ancora fare videogiochi duri, solitari. Metroid non è mai stato un "confort game", non è mai stato davvero popolare nel senso più commerciale del termine. Eppure è diventato immortale proprio perché non ha mai cercato di piacere a tutti.
Samus Aran è un’icona che non parla, che non spiega, che non chiede empatia. Un personaggio che oggi sarebbe considerato “problematico” perché non offre appigli narrativi immediati, perché non è ottimizzato per il binge emotivo. Quarant’anni dopo, Metroid è ancora lì a ricordarci che il silenzio, nel videogioco, può essere più eloquente di mille dialoghi doppiati.
E guardandolo oggi, in mezzo a un’industria ossessionata dalla spettacolarizzazione, Dragon Quest appare malinconico, quasi fuori posto. Non perché sia vecchio, ma perché appartiene a un’epoca in cui il videogioco non aveva ancora il complesso di inferiorità del cinema.
Kid Icarus, anch’esso a quota quaranta, è forse il più crudele di questi anniversari. Una serie che esiste più come ricordo che come presenza reale. Un nome che evoca un passato glorioso ma che il presente non sa più dove collocare. Kid Icarus è il simbolo perfetto di ciò che accade quando un’idea sopravvive solo come citazione, come cameo, come nostalgia riciclata. Celebrarne l’anniversario significa ammettere implicitamente che non sappiamo più cosa farcene.
E Castlevania. Quarant’anni anche per lui. Qui la malinconia diventa quasi rabbia. Perché Castlevania non è morto per mancanza di idee, ma per eccesso di cinismo. È stato sacrificato sull’altare del pachinko, dell’abbandono programmato. Symphony of the Night è ancora oggi uno dei vertici assoluti del medium, eppure la serie è rimasta congelata, prigioniera di un passato che l’industria sfrutta senza volerlo davvero far tornare. Celebrarne i quarant’anni nel 2026 sarà un atto di ipocrisia se non accompagnato da una vera rinascita.
Sonic, a trentacinque anni, è un caso ancora diverso. Sonic è il personaggio che più di tutti ha sofferto il passare del tempo. Nato come simbolo di velocità, di aggressività pop, è diventato una mascotte che fatica a capire chi sia. Ogni suo anniversario è una promessa di rilancio che raramente viene mantenuta. Sonic vive di slanci improvvisi e ricadute dolorose, come una rockstar che continua a salire sul palco per dimostrare di essere ancora viva, anche quando il pubblico ha smesso di crederci davvero. Trentacinque anni dopo, Sonic non è vecchio. È stanco.
Poi arriviamo ai trent’anni di Persona e Pokémon. Due serie che, pur condividendo la cifra anagrafica, raccontano storie opposte. Persona è cresciuto lentamente, trovando una voce sempre più definita, diventando uno specchio generazionale capace di parlare di identità, alienazione, maschere sociali. Persona non ha paura di essere verboso, di essere stilizzato, di essere eccessivo. Ed è proprio per questo che funziona.
Pokémon, invece, è l’esempio più lampante di come il successo possa diventare una prigione. Trenta anni dopo, Pokémon è ovunque, ma raramente è davvero vivo. Ogni nuovo capitolo sembra più preoccupato di non disturbare che di osare. Celebrare i suoi trent’anni nel 2026 significherà probabilmente guardare ancora una volta al passato, perché il presente fatica a reggere il confronto.
Animal Crossing, Luigi’s Mansion e Pikmin, tutti a quota venticinque, raccontano un’altra storia ancora. Quella di un Nintendo che sapeva permettersi il lusso di essere strano, di sperimentare senza l’ansia del brand globale. Animal Crossing è diventato un fenomeno culturale quasi per caso, perché parlava di lentezza in un mondo che correva.
Luigi’s Mansion ha trasformato un personaggio secondario in protagonista proprio grazie alla sua fragilità. Pikmin è rimasto un gioco intimista, delicato, spesso ignorato, ma profondamente coerente. Venticinque anni dopo, queste serie sembrano ricordarci che non tutto deve diventare gigantesco per essere importante.
E allora l’immagine degli anniversari del 2026 smette di essere una celebrazione e diventa una domanda. Quanti nuovi mondi, quante nuove icone, quante nuove idee stiamo creando oggi che potranno permettersi di compiere quarant’anni senza diventare caricature di se stesse? Quanti giochi moderni sono progettati per durare, e quanti sono pensati per essere dimenticati non appena finisce la stagione?
Non sei vecchio, sei vintage!
Il problema non è la nostalgia. La nostalgia è solo un sintomo. Il problema è un’industria che ha smesso di credere nel futuro e ha iniziato a vivere di anniversari come se fossero ossigeno. Ma il tempo non si celebra. Il tempo si attraversa. E molti dei grandi nomi che festeggeremo nel 2026 sono sopravvissuti non perché protetti, ma perché ostinatamente fedeli a un’idea di videogioco che oggi sembra quasi "sovversiva".
Guardare quell’immagine dovrebbe farci sentire orgogliosi, sì. Ma anche un po’ tristi. Perché racconta un’epoca in cui i videogiochi nascevano per necessità creativa, non per riempire un calendario. Un’epoca in cui non serviva pensare subito al remake che verrà, al reboot di scorta, alla celebrazione.
Nel 2026 brinderemo a questi anniversari. Ci emozioneremo. Condivideremo ricordi. Ma forse, nel silenzio dopo la festa, dovremmo farci una domanda più onesta: stiamo creando qualcosa che meriti davvero di essere ricordato tra quarant’anni, o stiamo solo imparando a vendere meglio il passato?
Perché il tempo, nei videogiochi come nella vita, non perdona. E l’immagine degli anniversari del 2026 è uno specchio. E non è detto che ci piaccia quello che riflette.