C’è sempre un momento in cui l’euforia lascia spazio alla lucidità. Un punto di equilibrio fragile in cui l’industria smette di inseguire a testa bassa qualcosa che non riesce ancora a definire, si ferma un secondo, osserva le proprie crepe, i propri limiti e anche le proprie meraviglie, e decide di ripartire.
Il 2026 dei videogiochi sembra proprio questo: non un anno di rivoluzioni fragorose, ma un anno di consapevolezza. Un anno in cui tutto si ricolloca, in cui le promesse diventano concrete e le illusioni si dissolvono. Un anno in cui, forse per la prima volta dopo molto tempo, il settore tenta davvero di capire cosa vuole diventare.
Il 2025 è stato un terreno difficile da attraversare. Ha lasciato dietro di sé code di licenziamenti, tagli di budget, ristrutturazioni pesanti e un pubblico che ha iniziato a pretendere trasparenza, cura e soprattutto senso. In tanti hanno avuto la sensazione che qualcosa si fosse incrinato definitivamente, ma allo stesso tempo è stato l’anno in cui giochi come Clair Obscur: Expedition 33, Death Stranding 2: On The Beach, Silent Hill f e tanti altri hanno dimostrato che il videogioco può ancora reinventarsi con delicatezza, senza urlare, senza travolgere. Una rivoluzione lenta, quasi pittorica, che ora si affaccia sul 2026 con una direzione più chiara.
È da qui che bisogna partire per capire che volto potrebbe avere il 2026 nel mondo dei videogiochi.
Cosa ci ha raccontato il 2025 e cosa prepara il 2026
Se togliamo di mezzo per un attimo budget, modelli di business e hardware, la domanda più semplice resta sempre la stessa: che cosa stiamo giocando, davvero? Il modo migliore per leggere il 2026 è guardare quali giochi hanno definito il 2025, perché sono quelli che dettano il tono del discorso.
Clair Obscur: Expedition 33 è stato uno spartiacque. Non perché abbia inventato chissà quale meccanica rivoluzionaria, ma perché ha avuto il coraggio di sposare fino in fondo un’idea di JRPG che sembrava quasi fuori tempo massimo: combat system a turni, forte componente narrativa, direzione artistica ispirata, una struttura che non ha paura di chiedere al giocatore attenzione e coinvolgimento. Ha dimostrato che, se l’identità è forte, il pubblico risponde. Non conta che la formula sia “vecchia” o “nuova”: conta se è onesta, coerente, viva.
Attorno a lui si è consolidato un pattern abbastanza evidente. RPG narrativi, sia occidentali che giapponesi, sono tornati al centro del discorso, e nel 2026 vedremo questa tendenza esplodere: nuovi capitoli delle saghe Trails, progetti mid-budget che mescolano tattica e storia, esperimenti che portano la struttura a turni in territori nuovi. È un movimento che nasce da una richiesta molto semplice: storie forti, mondi densi, personaggi che restano.
Parallelamente, il 2025 ha ribadito quanto l’horror e il dark fantasy siano generi perfetti per questa generazione. Silent Hill f ha riportato in primo piano il lato più disturbante e atmosferico del medium, mentre altri titoli hanno spinto sul thriller psicologico, sul simbolismo, su un uso della paura che non è mai solo jump scare ma riflessione, disagio, inquietudine sottopelle. Resident Evil Requiem e altre produzioni che vedremo nel 2026 (come potrebbe essere OD di Kojima, se uscirà il prossimo anno) continueranno a cavalcare questa onda, perché l’horror è uno dei pochi generi capaci di mettere insieme, in modo naturale, tecnica e linguaggio.
D'altra parte, mentre il presente cerca di capire che forma prendere, il passato non smette di bussare alla porta. Negli ultimi anni il numero di remake e remaster ha toccato livelli che, in altri contesti, sarebbero stati letti come sintomo di crisi creativa. Eppure, nel 2025, si è percepito qualcosa di diverso: sempre più spesso queste operazioni sono arrivate con un peso specifico diverso, non come riempitivi di calendario ma come autentici eventi.
Siamo abbastanza certi che nel 2026 questo trend non si fermerà, anzi. D'altronde, il remake non è più un semplice “lucidare il vecchio” ma, sempre più spesso, un’occasione per riscrivere il canone e, volendo, è qui che nasce un quesito interessante: qual è la “versione vera” di un gioco? Quella che abbiamo giocato vent’anni fa o quella restaurata e reinterpretata oggi?
Da un lato è rassicurante, giacché i cataloghi storici delle piattaforme smettono di essere musei polverosi e diventano magazzini attivi, pronti a rifornire i calendari quando serve. Dall’altro, però, c’è il rischio concreto di saturazione; se ogni anno arrivano tre o quattro remake grossi trattati come uscite principali, quanto spazio resta davvero per le nuove IP? E quanto ci metterà il pubblico a iniziare a percepire questa marea di ritorni come un gigantesco “abbiamo paura di rischiare”?
Meno blockbuster, più identità
Volgendo ora lo sguardo a cosa aspettarsi realmente dal 2026, in cima resta sempre lei, la categoria AAA, ma non più affollata come qualche anno fa. I blockbuster di nuova generazione non vogliono soltanto convivere: vogliono dominare.
GTA 6 è l’esempio più evidente di questo nuovo paradigma; anche senza averlo ancora tra le mani è facile intuire che la sua uscita sarà un vero e proprio evento culturale, una di quelle scadenze che deformano il calendario: prima di GTA 6, dopo GTA 5. Gli altri giochi attorno, inevitabilmente, si spostano, si comprimono, si ricalibrano.
Accanto a lui si muoveranno altri colossi, dagli action cinematografici ai grandi open world narrativi, ma la logica è cambiata. I publisher sembrano aver capito che non possono permettersi cinque “puntate al casinò” a stagione: puntano su poche fiches grosse, cercando di trasformare ogni AAA in un momento catalizzatore, in qualcosa che non è solo un gioco ma un fenomeno. Questo, ovviamente, ha un costo. Ogni fallimento pesa di più, e lo si è visto bene nel 2025 con svariati capitomboli che hanno fatto male.
Quello che potrebbe rendere davvero interessante il 2026, però, non è il vertice, bensì il centro. Quella fascia AA che qualche anno fa sembrava destinata a sparire, schiacciata tra indie e blockbuster, sta diventando il vero motore creativo del settore. Studi medio-piccoli, budget ancora importanti ma non suicidi, una libertà di manovra che il tripla A non ha più.
È in questi giochi che troviamo le idee più nette, le estetiche più riconoscibili, le scelte più coraggiose: RPG mid-budget con un’identità fortissima, avventure narrative non allineate, action che non vogliono per forza inseguire la checklist del “gioco totale”.
L’indie, dal canto suo, continua a smarcarsi dall’immagine di “piccolo e fragile” che gli è stata appiccicata addosso per anni. Nel 2025 abbiamo visto progetti indipendenti reggere tranquillamente il confronto con produzioni ben più costose, e nel 2026 questo effetto potrebbe essere ancora più evidente: la distinzione tra indie, AA e AAA diventerà meno una questione di “dimensione” e più una questione di linguaggio, ambizione, target. Il giocatore non guarderà più il budget per capire cosa aspettarsi, ma il tipo di esperienza.
IA: tra miracolo, scetticismo e orgoglio artigianale
Purtroppo nessun discorso sul 2026 può evitare il nodo più spinoso: l’IA generativa. Finora, per lo meno nel settore dei videogiochi, è stata più un’ombra che una presenza reale, un argomento da conferenza e da documento per investitori più che una componente percepibile dal giocatore; ma lentamente, in modo quasi impercettibile, sta iniziando a infiltrarsi nell’esperienza.
Il punto di ingresso più evidente saranno gli NPC, come già abbiamo avuto modo di vedere con il caso Where Winds Meet, dove si è rivelata più un buco nell'acqua che un successo dato che un sistema di dialogo guidato dall'IA può sembrare profondissimo per cinque minuti e poi crollare appena si stacca dalla trama generale.
Un NPC che improvvisa troppo può rompere tono, lore e atmosfera, per cui la speranza è che l'intelligenza artificiale, se ci deve essere, venga introdotta tramite soluzioni mirate: companion che ricordano davvero le tue azioni, nemici che adattano routine in modo più sfumato, personaggi che reagiscono in modo meno scriptato a ciò che succede nel mondo di gioco.
La vera sfida del 2026 sarà proprio questa: capire come integrare l’IA nel game design senza farle fare quello che non sa fare, e senza usarla come content filler per tappare buchi di produzione. Se l’IA diventa solo un modo per generare asset più velocemente e licenziare un illustratore in meno, siamo davanti a un fallimento, non a un’evoluzione.
In risposta a questa ondata, sta nascendo con forza sempre maggiore una corrente opposta: quella dei giochi dichiaratamente “AI-free”. Studi che mettono in primo piano la scelta di non usare generative AI da nessuna parte, né per concept art, né per VO, né per sistemare dialoghi; è una presa di posizione che unisce etica e identità: un modo per dire che qui, in questo specifico gioco, tutto ciò che vedi è stato fatto da persone, con tutti i limiti e le meraviglie del caso.
Nel 2026 questa spaccatura rischia di diventare una vera e propria linea di marketing: da una parte giochi “potenziati” dall’IA, dall’altra giochi che rivendicano orgogliosamente la propria natura artigianale.
Steam Machine romperà gli equilibri?
Sul fronte hardware, il 2026 sarà meno pirotecnico di altri anni, ma ugualmente decisivo. Switch 2 ha già fatto la sua mossa nel giugno 2025, confermando che Nintendo non ha alcuna intenzione di rinnegare l’idea di console ibrida che le ha cambiato il destino; la nuova macchina ha più potenza, certo, ma non è sulla forza bruta che gioca la sua partita.
È, ancora una volta, la “casa” naturale di certi tipi di esperienze: RPG giapponesi, produzioni mid-budget, giochi che puntano su direzione artistica e gameplay leggibile più che su realismo estremo. Nel 2026 vedremo questa identità rafforzarsi, con un flusso costante di titoli che sembrano nati per girare proprio lì, in mano o in dock.
La vera incognita si chiama Steam Machine. Valve ci aveva già provato anni fa con un’idea simile, ma quello era un esperimento timido, mal comunicato e troppo in anticipo sui tempi. Oggi il contesto è completamente diverso: Steam Deck ha dimostrato che c’è un pubblico enorme per un PC “preconfezionato” e integrato, che non ti chiede di mettere mano a driver, file di configurazione e strane alchimie per funzionare.
Steam Machine vuole portare quella filosofia in salotto: un PC-console, con specifiche standardizzate, SteamOS ottimizzato, un’interfaccia che sembra una dashboard console e sotto tutta la libreria Steam pronta a girare.
Se l’idea attecchisce, l’impatto può essere enorme. Significa abbattere una delle ultime barriere culturali che separano PC e console: la percezione di complessità. Con una Steam Machine in salotto, il PC smette di essere “la macchina per chi ne capisce” e diventa un’opzione immediata anche per chi ha sempre e solo vissuto nel mondo console. Per gli sviluppatori, significa anche poter contare su una configurazione di riferimento più stabile, senza dover inseguire mille combinazioni hardware diverse.
Sony e Microsoft, dal canto loro, continueranno a spingere su una strategia fatta meno di “generazioni nette” e più di ecosistemi. Retrocompatibilità, servizi in abbonamento, cloud come estensione di console e PC, aggiornamenti incrementali: nel 2026 l’idea di “cambio di generazione” sembrerà ancora meno netta di quanto non lo sia già oggi.
Ed è qui che arriva il punto forse più importante: la console war, nel senso tradizionale del termine, ha sempre meno senso. Non siamo più in un’epoca in cui si “tifa” per una macchina contro l’altra. Si scelgono combo di piattaforme in base al proprio modo di giocare: qualcuno avrà solo Switch 2, qualcuno vivrà di Game Pass tra PC, Steam Machine e Xbox, qualcuno resterà fedele alla sua PS5 e al suo catalogo di esclusive. È una geografia più sfumata, meno binaria, in cui ogni hardware rappresenta un certo tipo di esperienza e non un fronte di guerra.
Dove andremo nel 2026
Mettendo insieme tutti questi pezzi, il quadro del 2026 non è quello di un anno esplosivo, ma di un anno formativo. Da una parte abbiamo l’onda lunga dei grandi colossi, i GTA VI di turno che catalizzano la conversazione. Dall’altra c’è un sottobosco sempre più ricco di AA e indie che provano a costruire un’altra idea di videogioco: più misurata, più personale, più sostenibile.
In mezzo, si agitano forze potenti e ambigue: l’IA che può diventare strumento di liberazione creativa o di sfruttamento, a seconda di come viene usata; l’UGC che trasforma i giocatori in co-autori, ma anche in forza lavoro invisibile; i remake che tengono vivo il passato, ma rischiano di occupare troppo spazio nel presente; le piattaforme che si ibridano, si sommano, si contaminano, mentre l’idea di “console” si scioglie in qualcosa di molto più fluido.
Se dovessi riassumere come mi immagino il 2026 in un’unica immagine, non sarebbe quella di un’esplosione, ma di una tavolozza che qualcuno ha appena deciso di usare con più coscienza. Meno schizzi improvvisati, più pennellate ragionate. Non è l’anno in cui il videogioco diventa qualcos’altro, ma l’anno in cui smette di correre a caso e inizia a chiedersi seriamente dove vuole andare.
E forse, per un medium che negli ultimi dieci anni ha vissuto quasi sempre in apnea, non è affatto poco. E voi cosa vi aspettate per il 2026?