Se c’è una parola che torna spesso quando si ripensa al 2025 videoludico, è “contraddizione”. Una contraddizione vivace, capace di generare scintille invece che cenere. Perché il 2025, più di qualunque altro anno recente, ha mostrato un medium che non solo rifiuta l’idea di maturità come punto d’arrivo, ma la rivendica come processo continuo, sofferto, irrisolto.
Annus mirabilis di luci e ombre, di blockbuster che cercano un’anima invece di nascondersi dietro la spettacolarità, di indie che hanno smesso di chiedere il permesso per alzare l’asticella, di sequel che non si accontentano di ripetersi e di autori che, invece di sedersi sugli allori, hanno ricominciato a mettere in discussione persino il proprio nome.
Ed è forse qui, in questa tensione creativa, che si annida la ragione per cui abbiamo amato tanto (e in modo così sorprendentemente intenso) ciò che è uscito negli ultimi dodici mesi.
Il vecchio anno
Il 2025 è stato l’anno in cui abbiamo guardato i videogiochi e ci siamo detti: «Ecco, ci risiamo, stanno di nuovo rischiando.» E non è un dettaglio da poco. Perché il rischio, quello vero, quello che non puoi pronosticare, era diventato merce rara. E invece no: ha ricominciato a essere valuta preziosa, una moneta che pochi hanno avuto il coraggio di spendere, ma che proprio per questo è stata capace di comprare ciò che conta davvero, ovvero il cuore dei giocatori.
Non il like sui social, non la benzina delle vendite al day one (o dei preorder), ma quella scintilla silenziosa che avverti solo quando qualcosa ti scuote davvero. Quella sensazione che ti fa dire: «Sì, questo non è solo un gioco, è qualcosa che somiglia a un pezzo della mia vita.»
C’è chi continua ostinatamente a cercare “il gioco più bello”, come se esistesse una verità matematica capace di definire l’esperienza perfetta, l’equazione in cui trama, gameplay, direzione artistica e colonna sonora si combinano in un’unica formula definitiva.
Quelle che si rivolgono ai tuoi nervi scoperti, che bussano dove fa male, o dove serve, o dove semplicemente eri pronto ad ascoltare.
Provate a pensarci: qual è stata l’ultima volta che un gioco vi ha fatto piangere? O che vi ha fatto ridere con quell’ironia che arriva in ritardo di un secondo, perché serve un istante per capire quanto fosse sottile? O, ancora, quando è stata l’ultima volta che avete spento lo schermo e siete rimasti a fissare il buio, con un silenzio che durava un minuto di troppo?
Quella sospensione è un dono, ed è il metro di giudizio più vero che abbiamo. Tutto il resto, classifiche comprese, è un tentativo maldestro di mettere ordine nell’indomabile.
Il 2025 ha avuto il merito di ricordarcelo. In un panorama in cui le top ten sembrano spesso redatte da algoritmi, con punteggi che si muovono secondo logiche che sfuggono alla vita reale, è stato l’anno in cui ci siamo accorti che avremmo potuto fare a meno dei verdetti universali.
Non perché non servano più, ma perché non raccontano davvero la complessità di ciò che stiamo vivendo come medium e come comunità. Le opere che hanno lasciato il segno non sono quelle perfette, ma quelle coraggiose. Quelle che hanno accettato di potersi schiantare, di poter fallire, pur di inseguire qualcosa di più autentico di un Metascore impeccabile.
E allora sì, possiamo dirlo senza timore: il 2025 non è stato l’anno della perfezione unanime. È stato l’anno dell’audacia. L’audacia di osare, di sorprendere, di non seguire la strada più facile. Autori che hanno scelto di raccontare storie che non avevano un pubblico garantito.
Team indipendenti che hanno deciso di lavorare come se avessero il doppio del budget (qualcuno ha forse detto Sandfall Interactive?), semplicemente perché non riuscivano a fare altrimenti. Giganti dell’industria che hanno rinunciato alla forma più prevedibile del sequel e hanno preferito espandere, deviare, reinventare.
Non ci sono manifesti né proclami. È più una vibrazione, un movimento lento ma costante. Si avverte nelle produzioni che hanno scelto di non abbracciare il fotorealismo a tutti i costi, prediligendo uno stile che fosse una presa di posizione estetica (come ad esempio Death Stranding 2: On the Beach di Hideo Kojima).
Si sente nei giochi narrativi che non puntano più soltanto al colpo di scena, ma alla capacità di costruire un’emozione duratura. E persino nei progetti multiplayer che hanno smesso di inseguire il modello del game as a service come unica via per la sopravvivenza economica (vedi ARC Raiders).
Ciò che resta, alla fine, sono esperienze che hanno saputo incorporare l’imperfezione come segno di vitalità. Perché la verità è che la perfezione, quando viene raggiunta, smette di vibrare. E se c’è una cosa che il 2025 ci ha insegnato, è che i videogiochi vibrano ancora.
Vibrano nei bug risolti al day one, nelle patch che riassestano un equilibrio, nei finali che dividono la community. Vibrano perché sono vivi, e perché dietro ognuno di essi ci sono persone che hanno scelto di correre un rischio invece di replicare un successo già scritto.
In questo scenario, forse il gesto più esplicito non è stato realizzare il gioco tecnicamente più avanzato, ma quello emotivamente più sincero. Un gesto che non si può misurare con numeri di vendita, perché parla un linguaggio diverso, più vicino a quello della letteratura o del cinema indipendente che non ai report degli investitori. È un gesto che si rivolge direttamente al giocatore e gli chiede un atto altrettanto coraggioso: fidarsi.
Fidarsi di un nuovo mondo che non ha referenze, fidarsi di una meccanica che non ha un tutorial tradizionale, fidarsi di un racconto che non si preoccupa di spiegare tutto.
Fidarsi del fatto che un gioco possa ancora sorprenderci, non perché ne abbiamo bisogno, ma perché è una delle poche cose che questo medium può fare meglio di chiunque altro: coinvolgere, scuotere, mettere a disagio, aprire spazi inattesi di bellezza.
Se c’è qualcosa da salvare e da celebrare del 2025, è quindi proprio questo ritorno alla vertigine. Alla sensazione che ogni nuova uscita possa essere una piccola rivoluzione, un pezzo che si incastra in quel puzzle emotivo che ognuno di noi costruisce senza accorgersene. Non è l’anno delle certezze, ma quello delle possibilità. Non è l’anno della sicurezza, ma quello dell’esplorazione.
Ed è un paradosso bellissimo che in un momento storico così saturo di annunci, trailer, leak e previsioni, ciò che ricorderemo di più saranno le sorprese. Quelle vere, quelle che non si lasciano anticipare nemmeno dal marketing più aggressivo.
Un anno di transizione necessaria
E allora sì, anche se non è stato un anno perfetto, è stato un anno necessario. Perché ha riportato al centro il motivo per cui amiamo ancora il videogioco, nonostante tutto: la sua capacità di muoversi al confine tra arte e intrattenimento, tra sperimentazione e comfort, tra rischio e consolazione.
Un medium che vive delle sue contraddizioni e che, proprio per questo, continua a evolvere. Se questo non è abbastanza per continuare ad amarlo, allora non so davvero cosa possa esserlo.
Perché il 2025 ci ha insegnato che il valore di un gioco non sta solo in ciò che offre, ma in ciò che osa. E nel modo in cui riesce, anche solo per un istante, a farci sentire di nuovo vivi.