Ragazze e videogiochi: a che punto stiamo?

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a cura di Daniele Spelta

Redattore

Le barriere, così come gli stereotipi, sono sempre dure da abbattere, e noi che facciamo dei videogiochi una delle nostre principali passioni ne sappiamo qualcosa in fatto di luoghi comuni. Prima che questo medium divenisse un fenomeno di massa, noi videogiocatori eravamo visti come degli esseri asociali, bizzarri, che detestano la luce diretta del sole proprio come i vampiri e che vivono in un mondo parallelo. Per fortuna, oggi questi pregiudizi sono stati in gran parte cancellati e, forse è ancora una esagerazione, ma il nerd – ok, sempre molto stereotipato e che sfocia nel cosiddetto hipster – pare anche essere di moda. Cambio repentino. Ricerche più o meno recenti, come ad esempio quella del 2014 condotta dall’Internet Advertising Bureau, hanno dimostrato che ormai la percentuale di videogiocatrici si aggira attorno al 50%: seppur questo valore possa cambiare parecchio da paese a paese e comprenda qualsiasi piattaforma – console, pc e mobile – è in ogni caso dimostrata la tesi che i videogiochi non sono più esclusivamente un fenomeno maschile. Perfetto, ora uniamo le due parti del discorso e formuliamo l’ipotesi che cercheremo di verificare ed analizzare nel prosieguo dell’articolo: se, ad esclusione di qualche sacca reazionaria, noi videogiocatori maschi (Il punto di vista è di chi vi scrive Ndr.) siamo riusciti ad affrancarci da stereotipi che ci dipingevano come brutti, grassi e con la pelle unta, a che punto è il cammino per una ragazza che ama i videogiochi? Come viene ancora dipinta dall’industria? È accettata dalla comunità di giocatori maschili?
Game Developer Barbie
Forse non molti lo sanno, ma la Mattel ogni anno produce una versione limitata della propria bambola iconica, ispirandosi a uno dei lavori in voga in quel momento: se nelle edizioni precedenti abbiamo assistito alla Barbie Fashion Designer o alla Barbie Mars Explorer, questa volta, dalla catena di produzione di Atlanta, è nata niente poco di meno che la Game Developer Barbie. Il fatto che anche la bambola più famosa al mondo, da sempre vista come un personaggio rosa, piuttosto frivolo e adatto a creare improbabili, artificiali e sterili – sì, è una battuta sull’assenza delle parti intime – storie d’amore con il suo compagno Ken, abbia da poco tempo vestito i panni della sviluppatrice di videogiochi, è un chiaro segno del cambiamento dei tempi, che confermano i videogiochi come la vera moda del momento. Mattel si fa quindi portabandiera del nuovo che avanza, del femminismo 2.0 e, ce ne fosse ancora bisogno nel 2016, della parità di sesso fra uomini e donne, abbattendo così le barriere del preconcetto che vedono alcuni mestieri adatti solo ai maschi e non alle femmine. Le intenzioni appaiono quindi ottime ed anche le didascalie ed i dettagli del packaging trasmettono quel misto di pubblicità progresso e simpatia: sulla scatola viene infatti riportato cosa sia ununa game developer, persone descritte come creative, abili nella matematica, a proprio agio con la tecnologia e in grado di lavorare in squadra. Fin qua tutto molto bene ma, gettando uno sguardo un po’ più critico alla bambola, qualche perplessità inizia a sorgere. La nuova Barbie indossa jeans comodi e alla moda, porta una maglietta sulla quale campeggia la stampa “Ctrl+Alt+Barbie” e una giacchetta verde aperta. Insomma, niente più gonne e scarpine da principessa delle favole e, proseguendo con altri dettagli, la nuova Game Developer Barbie ha anche i classici occhiali in voga in questo periodo e ha detto addio alla sua lunga e bionda chioma fluente, alla quale si sostituisce una tinta mista rossa e castano. Esteticamente, la nuova Barbie si è parecchio allontanata dalle prime versioni, ma siamo sicuri che questa edizione favorisca una visione meno stereotipata della ragazza che ama la tecnologia e che sviluppa o gioca sulle console o con il pc? Non ne siamo così sicuri. Effettivamente, la Game Developer Barbie assomiglia anche ad alcune sviluppatrici o videogiocatrici, ma non è di certo detto che tutte le sviluppatrici o videogiocatrici debbano per forza indossare jeans, maglietta simpatica ed occhiali. Allo stesso modo, questi indumenti o accessori non sono ad ogni costo non sono esclusivamente ad uso e consumo per questa categoria di ragazze: puoi anche indossare jeans e magliette e ignorare completamente i videogiochi e la tecnologia. Quindi, ben vengano questi e tutti gli altri sforzi messi in atto in molti ambiti per ribadire quello che già i numeri ci hanno confermato, ossia che i videogame non sono più solo una prerogativa maschile, ma attenzione a non perpetrare ad ogni costo una visione maschilista di quelle che vengono tristemente chiamate gamer girl: insomma, se noi uomini ce le immaginiamo tutte quante vestite con jeans, felpe e capelli tinti, non è affatto detto che esse si vedano per forza così. Andando un po’ all’estremo, questa potrebbe quindi essere una delle tante altre mode passeggere, solo ben mascherata come un rigetto per quello che la televisione, internet o gli altri media trasmettono.
Lea May ed una coreana troppo brava ad Overwatch
Nonostante la rappresentazione della videogiocatrice secondo Mattel non brilli di certo per originalità, il tentativo dell’industria di giocattoli americana deve essere etichettato come un buon punto di partenza, se non altro per il fatto di aver portato alla ribalta un fenomeno sempre più evidente, facendo capire alla vox populi che anche le ragazze possono avere questa passione. Purtroppo, se si passa dagli esempi in plastica a quelli in carne ed ossa, questi ultimi non sono tutti quanti altrettanto edificanti e alcuni contribuiscono solo a dare un’idea molto lontana dalla realtà, dipingendo un mondo – veicolato dai vari Twitch o YouTube Gaming – nel quale vale più l’apparenza che non la reale abilità pad alla mano. Ci teniamo subito a precisare che un buon gameplay fatto da una ragazza vale esattamente come quello fatto da un ragazzo, ma casi come quello della streamer Lea May hanno la grave colpa di mettere in secondo piano i molteplici canali gestiti da valide videogiocatrici. Ecco dunque il misfatto: durante una delle sue sempre piuttosto accattivanti live, la bella ragazza bionda, evitando un fendente e sconfiggendo un boss a Dark Souls 3, ha messo in mostra inavvertitamente – almeno stando alle sue dichiarazioni – le proprie parti intime inferiori. Naturalmente, Twitch ha calato la mannaia e ha chiuso il canale di Lea May per circa un mese ma, nonostante le contromisure adottate, i fan non gliel’hanno fatta passare liscia e hanno subito segnalato al Mirror Online almeno una decina di casi in cui la streamer si è prodotta in altrettanti atteggiamenti più che provocatori. Il caso di Lea May è un evento estremo, ma se lo stesso Twitch è stato costretto a fare ricorso a una sommaria censura per proibire alle accattivanti streamer di trasmettere live di gameplay semi-nude, evidentemente c’è un problema, almeno secondo il nostro punto di vista, non tanto legato ai contenuti più o meno espliciti – quelli si trovano sempre, comunque ed ovunque – quanto al fatto che certi atteggiamento altro non fanno che diffondere una visione del tutto sbagliata, sessualizzata e androcentrica, che propina la donna – anche videogiocatrice – come fosse solo un oggetto da guardare. Il secondo episodio, se non è il diretto effetto di casi come quello che ha coinvolto Lea May, ne è certamente una conseguenza naturale e vede come protagonista una giovane coreana di diciassette anni, nickname “Gegury”, la cui unica colpa, se così si può dire, è di essere troppo brava ad Overwatch, in particolar modo guidando la corpulenta Zarya. Nel corso della Nexus Cup, un torneo ufficiale, le sue prestazioni sono state infatti talmente sopra la media da portare alcuni membri del team avversario ad accusarla di utilizzare cheat e trucchi vari, come l’odiato aimbot e solo dopo una lunga ed accurata indagine da parte di Blizzard stessa, la povera Gegury è stata definitivamente scagionata dall’accusa. Nonostante sia stata la stessa casa madre di Overwatch ad avere dimostrato l’innocenza della giocatrice, non sono mancate poi le “solite” minacce di morte verso la ragazza e molti dei giocatori professionisti hanno abbandonato il torneo, ignorando volontariamente l’infondatezza dei presunti trucchi utilizzati. In conclusione, se non ci troviamo davanti ad un chiaro segno di discriminazione e di pregiudizio sessuale, non sapremo davvero allora cosa potrebbe esserlo. Sorge quindi spontanea la domanda: se le stesse performance fossero state fatte da un giocatore, le accuse sarebbero state avanzate in ogni caso? Non ne siamo sicuri, ma potremmo azzardare una risposta negativa, poiché uno dei luoghi comuni più difficili da abbattere attorno ad una giocatrice, è che lei possa essere più brava di un ragazzo. Insomma, vanno bene videogiocatrici succinte, ma che non si azzardino a batterci.
Quanto è lunga la strada da fare?
Senza toccare faccende più spinose come quella di Zoe Quinn, in generale il GamerGate o il licenziamento di Alison Rapp da parte di Nintendo e le diffamazioni ancora non ben chiarite che la accusavano prima di istigare alla pedofilia – cosa del tutto falsa leggendo le sue tesi universitarie – e poi di essere una escort, è evidente come ci sia ancora una spessa barriera culturale, che impedisce di giudicare una giocatrice o una addetta del settore, senza valutarla in primis per il suo genere. Per fortuna, nonostante la strada da fare sia ancora molta e ripida, qualcosa si sta smuovendo e il caso esaminato in apertura di articolo, la Game Developer Barbie, ne è un caso evidente e, nella sua banale stereotipizzazione, va in ogni caso premiata per non nascondere più una evidenza comprovata: le donne, esattamente come gli uomini, giocano e amano i videogiochi e discutere ad esempio se vi sia o meno un genere più adatto ad esse, come se sportivi, horror o sparattutto fossero una prerogativa solo maschile, probabilmente è in fin dei conti un esercizio di stile fine a sé stesso.

Facciamocene una ragione anche noi maschietti: le ragazze, esattamente come noi, giocano e consumano videogiochi. Questo fatto è stato comprovato da statistiche e casi come quello della coreana Gegury mettono in evidenza come il genere non influenzi in alcun come le capacità pad alla mano, ma per molti, questo fenomeno è difficile da mandare giù ed il fatto che esistano delle videogiocatrici viene vista come un’invasione da parte di un corpo estraneo. Con ogni probabilità, ci vorrà del tempo prima che queste barriere vengano definitivamente abbattute e che si smetta di parlare di videogiocatori vs videogiocatrici, e casi come quello di Lea May sono da stigmatizzare proprio perché non aiutano questo processo, ma per fortuna qualcosa si sta muovendo e se anche un’azienda come la Mattel inizia a produrre bambole di sviluppatrici, forse vuol dire che culturalmente stiamo facendo dei passi avanti.

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