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5 giochi Xbox dimenticati che avrebbero meritato di più

La prima Xbox è stata anche un laboratorio. E come tutti i laboratori, ha prodotto esperimenti riusciti solo a metà: ecco i 5 migliori.

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5 giochi Xbox dimenticati che avrebbero meritato di più
Avatar di Marcello Paolillo

a cura di Marcello Paolillo

Editor-In-Chief @SpazioGames

Pubblicato il 20/01/2026 alle 12:21
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In questo articolo
  • Psychonauts — Il platform che pensava troppo
  • Call of Cthulhu: Dark Corners of the Earth — L’orrore che non voleva intrattenere
  • Blinx: The Time Sweeper — La mascotte che non è mai diventata simbolo
  • Otogi: Myth of Demons — FromSoftware prima che il mondo fosse pronto
  • Gun Valkyrie — La velocità che non sapevamo gestire
In questo articolo
  • Psychonauts — Il platform che pensava troppo
  • Call of Cthulhu: Dark Corners of the Earth — L’orrore che non voleva intrattenere
  • Blinx: The Time Sweeper — La mascotte che non è mai diventata simbolo
  • Otogi: Myth of Demons — FromSoftware prima che il mondo fosse pronto
  • Gun Valkyrie — La velocità che non sapevamo gestire
  • Psychonauts — Il platform che pensava troppo
  • Call of Cthulhu: Dark Corners of the Earth — L’orrore che non voleva intrattenere
  • Blinx: The Time Sweeper — La mascotte che non è mai diventata simbolo
  • Otogi: Myth of Demons — FromSoftware prima che il mondo fosse pronto
  • Gun Valkyrie — La velocità che non sapevamo gestire

Quando si parla della prima Xbox, la memoria collettiva fa un percorso piuttosto prevedibile. Halo, Fable, Star Wars: Knights of the Old Republic. Titoli giganteschi, fondamentali, capaci di definire l’identità di una console che doveva dimostrare tutto e lo faceva spesso a colpi di esclusiva.

Ma la storia videoludica non è mai fatta solo di vincitori. È fatta soprattutto di titoli che hanno provato a dire qualcosa di diverso, che hanno osato, che hanno cercato strade laterali mentre il pubblico correva compatto verso l’autostrada principale.

Giochi che non sono stati ignorati perché brutti, ma perché scomodi, strani, fuori tempo massimo o semplicemente incapaci di farsi amare subito.

La prima Xbox è stata anche questo: un laboratorio. E come tutti i laboratori, ha prodotto esperimenti riusciti solo a metà, idee troppo avanti, giochi che oggi guardiamo con affetto e una punta di rimpianto. Non perché fossero capolavori incompresi, ma perché avrebbero meritato una seconda possibilità. Questi sono cinque di loro:

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Un eroe fin troppo incompreso.

Psychonauts — Il platform che pensava troppo

Psychonauts è uno di quei giochi che oggi vengono celebrati con entusiasmo retroattivo, come se il mondo videoludico lo avesse sempre amato. La verità è un po’ più scomoda. All’epoca, su Xbox (ai tempi la versione migliore e più performante, specie rispetto a quella PS2), Psychonauts vendette poco, parlò a pochi e fu percepito come “strano” in un modo che non aiutava certo il passaparola.

Eppure era un platform che faceva qualcosa di rarissimo: ti chiedeva di giocare e pensare allo stesso tempo. Di entrare nella mente dei personaggi, letteralmente, e affrontare paure, traumi, ricordi repressi, il tutto filtrato da uno stile visivo che sembrava uscito da un cartone animato deformato.

Non era perfetto, anzi. Ma aveva un’identità fortissima, una scrittura che oggi definiremmo autoriale e un coraggio creativo che, nel 2005, non tutti erano pronti a premiare. Psychonauts non è stato ignorato perché sbagliato, ma perché chiedeva troppo a un pubblico che voleva essere guidato, non messo in discussione.

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A suo modo, davvero d'atmosfera.

Call of Cthulhu: Dark Corners of the Earth — L’orrore che non voleva intrattenere

In un’epoca in cui l’horror videoludico era ancora fortemente legato all’azione, Dark Corners of the Earth provava a fare qualcosa di profondamente diverso. Niente hud tradizionale, niente supereroi armati fino ai denti, ma vulnerabilità, paranoia e una sensazione costante di essere fuori posto.

Era un gioco lento, punitivo, spesso spigoloso anche dal punto di vista tecnico. Ma era anche uno dei pochi titoli capaci di restituire davvero l’orrore lovecraftiano, quello che non ti spaventa con il jumpscare ma con l’idea di essere insignificante.

Su Xbox, dove il pubblico cercava potenza e controllo, Dark Corners of the Earth chiedeva l’opposto: pazienza, attenzione e accettazione dell’impotenza. Non sorprende che sia stato dimenticato. Forse sorprende di più quanto fosse in anticipo su tante riflessioni moderne sull’horror interattivo.

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Una mascotte che non ce l'ha fatta.

Blinx: The Time Sweeper — La mascotte che non è mai diventata simbolo

Blinx è uno di quei casi che raccontano molto bene le ambizioni iniziali di Microsoft. Una mascotte, un platform colorato, un’idea forte: il controllo del tempo come meccanica centrale. Sulla carta, tutto sembrava pronto per costruire un’icona.

Nella pratica, il gioco era imperfetto. Telecamera ballerina, controlli non sempre precisi, una difficoltà che oscillava in modo irregolare. Ma dentro quelle imperfezioni c’era una creatività sincera, una voglia di differenziarsi che oggi appare quasi commovente.

Blinx non è stato un fallimento totale, ma nemmeno il successo che Microsoft sperava. È rimasto sospeso in una terra di mezzo, ricordato più come curiosità che come pietra miliare. Eppure, con un po’ più di tempo e fiducia, avrebbe potuto essere qualcosa di più di una nota a margine.

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Prima dei souls, c'era lui.

Otogi: Myth of Demons — FromSoftware prima che il mondo fosse pronto

Oggi FromSoftware è sinonimo di eccellenza, ossessione per un certo tasso di sfida. Ma prima che il mondo imparasse a temere e amare i souls, c’era Otogi. Un action frenetico, violento, stilisticamente potentissimo, che su Xbox passò quasi inosservato.

Otogi aveva un’anima grezza, un sistema di combattimento che puntava tutto sulla distruzione e sulla mobilità, e un’estetica che sapeva essere cupa senza essere derivativa. Era un gioco che non spiegava troppo, che pretendeva attenzione e adattamento.

Riguardandolo oggi, è impossibile non vederci i semi di ciò che FromSoftware sarebbe diventata. Ma all’epoca, senza un pubblico pronto a interpretarlo, Otogi rimase confinato a una nicchia. Non dimenticato per colpa sua, ma per mancanza di contesto.

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Un gioco veloce, anche a essere dimenticato.

Gun Valkyrie — La velocità che non sapevamo gestire

Gun Valkyrie è forse uno dei giochi più difficili da amare nella libreria Xbox. Non perché fosse brutto, ma perché chiedeva al giocatore di disimparare tutto ciò che sapeva sui platform tridimensionali.

Velocissimo, tecnico, punitivo, basato su un sistema di movimento che premiava la precisione e puniva l’improvvisazione, Gun Valkyrie non ti veniva incontro. Era lui a chiederti di fare un passo avanti. E non tutti erano disposti.

Visivamente affascinante, con un design che mescolava fantascienza e anime in modo spigoloso, il gioco di Smilebit era un esperimento radicale, più vicino a una sfida di controllo che a un intrattenimento rilassante.

È facile capire perché sia stato accantonato. È più difficile accettare che un titolo così audace venga ricordato solo come “quello difficile”. Gun Valkyrie non chiedeva pazienza, ma dedizione. E forse, nel 2002, era chiedere troppo.

Questi giochi non sono semplici esercizi di nostalgia. Sono promemoria. Ci ricordano che il valore di un videogioco non coincide sempre con il suo successo, e che molte delle idee che oggi celebriamo sono nate in titoli che all’epoca nessuno voleva davvero ascoltare.

La prima Xbox non è stata quindi solo una macchina da big assoluti. È stata anche una console di tentativi, di rischi, di scelte coraggiose che il tempo ha ingiustamente messo in secondo piano.

E forse, ogni tanto, tornare a guardare quei giochi dimenticati non serve solo a ricordare il passato, ma a chiederci che tipo di futuro vogliamo ancora per il medium.

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