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Pro
- Narrazione profonda e stratificata.
- Combattimenti tattici ben bilanciati.
- Esperienza gratificante per fan storici.
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Contro
- Poco accessibile ai neofiti.
- Grafica datata rispetto agli standard PS5.
- Dialoghi lunghi e talvolta eccessivi.
Il Verdetto di SpazioGames
Non è perfetto: la grafica non sempre rende giustizia all’ambizione del gioco e i dialoghi sono lunghi, a volte estenuanti. Ma tutto questo non toglie che si tratti di un titolo che lascia il segno, pensato per chi vuole davvero immergersi nell’universo di Trails e non si accontenta di scorci superficiali.
Ci sono videogiochi che ti prendono per mano. E poi ci sono quelli che ti guardano negli occhi e ti dicono: “Qui dentro c’è tutta la tua pazienza, la tua memoria e, forse, anche un pezzetto della tua fede nel JRPG classico.”
The Legend of Heroes: Trails Beyond the Horizon appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. È un titolo che non ammicca ai neofiti. E lo fa con la consapevolezza di essere l’ennesimo, ambiziosissimo tassello di una delle saghe più longeve, stratificate e orgogliosamente verbose della storia del genere.
Falcom non sta semplicemente pubblicando un nuovo capitolo. Sta chiudendo e riallacciando fili narrativi che vanno avanti da oltre vent’anni. E lo fa senza guardarsi troppo indietro, come chi sa di parlare a un pubblico che, se è arrivato fin qui, non ha bisogno di mappe ma solo di tempo.
Un racconto che non inizia, quindi, ma continua. Scopriamo insieme se ne vale la pena.
Un ritorno a casa
La prima cosa da chiarire, senza girarci troppo intorno, è che Trails Beyond the Horizon non è un punto di partenza. È un punto di convergenza. La narrazione riprende direttamente gli eventi dei capitoli precedenti, intrecciando personaggi, fazioni e tematiche che affondano le radici in archi narrativi lontani, alcuni dei quali risalgono addirittura alla saga di Cold Steel.
Il gioco sceglie una struttura a più prospettive, alternando tre linee narrative principali che finiscono per incastrarsi l’una nell’altra come ingranaggi di un meccanismo più grande. Da una parte troviamo Van Arkride, investigatore borderline e anima grigia di una Zemuria sempre più instabile.
Dall’altra il ritorno di figure storiche come Rean Schwarzer, simbolo vivente di una generazione di Trails, e Kevin Graham, personaggio che riporta alla luce vecchie ferite e questioni mai davvero risolte.
Il collante di tutto è un tema che Falcom tratta con la solita, sorprendente serietà: la corsa allo spazio. Ma non come esercizio di spettacolo, bensì come nuova frontiera politica, ideologica e metafisica. Lo spazio, in Beyond the Horizon, non è solo un luogo, è una minaccia, una promessa, una destabilizzazione dell’equilibrio mondiale.
Il risultato è una narrazione densa, stratificata, a tratti persino ostica. I dialoghi sono lunghi, spesso lunghissimi. I riferimenti interni continui. Le spiegazioni non si preoccupano di essere inclusive. È un racconto che pretende attenzione e memoria, e che restituisce profondità solo a chi è disposto a concedergliele.
Il peso (e il valore) della continuità
Qui sta uno dei punti più delicati dell’intera esperienza. Trails Beyond the Horizon è un gioco profondamente elitario nel senso più neutro del termine. Non perché sia volutamente ostile, ma perché è figlio di una filosofia narrativa che mette la continuità sopra ogni altra cosa.
Ogni personaggio che entra in scena ha un passato. Ogni dialogo rimanda a eventi già accaduti. Ogni scelta, ogni reazione emotiva, è carica di un vissuto che il gioco dà per acquisito. Per il fan di lunga data, tutto questo è oro puro: è il piacere raro di vedere una saga che non dimentica nulla. Per il neofita, invece, può diventare una muraglia.
Ed è qui che Falcom, ancora una volta, decide consapevolmente di non mediare. Beyond the Horizon non semplifica, non riassume, non introduce. Prosegue. E questa coerenza, per quanto rischiosa, è anche la sua più grande forza.
Se la narrazione è quindi un fiume lento e inesorabile, il sistema di combattimento è il punto in cui Trails Beyond the Horizon decide di muoversi, finalmente, con maggiore agilità.
Il cuore del gameplay resta un sistema ibrido che unisce fasi in tempo reale e combattimenti a turni. È una soluzione ormai collaudata all’interno della saga, ma qui viene rifinita ulteriormente, con una fluidità maggiore e una gestione più intelligente del ritmo.
Il giocatore può scegliere se affrontare gli scontri in modo rapido, sfruttando l’azione in tempo reale per eliminare nemici minori, oppure entrare nella modalità a turni per gestire le battaglie più complesse con la dovuta attenzione tattica. Le nuove meccaniche introdotte, come le zone di controllo e le modalità di potenziamento temporaneo, aggiungono varietà senza snaturare l’identità del sistema.
Non è un combattimento rivoluzionario, ma è estremamente solido. E soprattutto è coerente con l’idea di Trails: strategia, pianificazione, gestione delle abilità e sinergie di squadra. Chi cerca un JRPG action puro guardi altrove. Qui si ragiona, si osserva e poi si colpisce.
Tra le aggiunte più interessanti spicca Grim Garten, una modalità opzionale che funge da dungeon modulare e spazio di sperimentazione. Non è un semplice contenuto accessorio, ma un ambiente pensato per approfondire il sistema di combattimento, testare nuove combinazioni e ottenere ricompense significative.
Grim Garten rappresenta bene la filosofia del gioco: nulla è obbligatorio, ma tutto è pensato per chi vuole andare oltre. Ignorarlo è possibile, ma significa rinunciare a una fetta importante dell’esperienza, sia in termini ludici che narrativi.
Tra routine e carattere
L’esplorazione si muove su binari abbastanza tradizionali. Le mappe sono ben costruite, le città vive, ricche di NPC e dialoghi secondari che spesso aggiungono contesto e sfumature al mondo di gioco. Le missioni secondarie sono numerose, non sempre memorabili, ma quasi sempre utili per approfondire personaggi e dinamiche politiche.
Su PS5 (versione da me testata), Trails Beyond the Horizon si presenta in maniera pulita ma non sorprendente. I modelli dei personaggi sono ben rifiniti, le animazioni funzionali, gli effetti speciali durante i combattimenti spesso spettacolari. Tuttavia, è impossibile non notare una certa distanza rispetto alle produzioni tripla A contemporanee.
Le texture ambientali e alcune soluzioni di illuminazione risultano datate, e il colpo d’occhio generale non sempre rende giustizia all’ambizione narrativa del titolo. Non si tratta di un problema grave, ma è uno di quei dettagli che ricordano costantemente le dimensioni del team e le priorità di Falcom.
Molto meglio il comparto sonoro. La colonna sonora accompagna ogni fase del gioco con grande sensibilità, alternando temi epici a momenti più intimi. Il doppiaggio giapponese è di alto livello, mentre quello inglese, pur svolgendo il suo compito, non sempre riesce a trasmettere la stessa intensità emotiva.
Un gioco che chiede dedizione
The Legend of Heroes: Trails Beyond the Horizon è un titolo che non si consuma. Si attraversa. Richiede tempo, attenzione, dedizione. È un gioco che ti chiede di ricordare, di collegare, di fermarti a leggere. In un’industria sempre più orientata alla velocità e alla semplificazione, questa scelta appare quasi controcorrente.
Ed è proprio per questo che funziona. Non è un gioco per tutti. Non vuole esserlo. Ma per chi ha seguito la saga fino a qui, rappresenta uno dei momenti più alti e ambiziosi dell’intero percorso. Un capitolo che non chiude tutto, ma rilancia, guardando davvero oltre l’orizzonte.
Trails Beyond the Horizon non è quindi perfetto. È pesante, esigente, tecnicamente non all’avanguardia. Ma è anche uno dei JRPG più coerenti, ambiziosi e rispettosi della propria storia che si possano giocare oggi.
Falcom dimostra ancora una volta che costruire un mondo narrativo non significa solo creare personaggi iconici, ma prendersi la responsabilità di portarli avanti nel tempo, senza scorciatoie. Un gioco che premia la fedeltà, la pazienza e l’amore per la serialità lunga. E che, proprio per questo, merita rispetto.