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Pro
- Ritratto elegante e visivamente curato.
- Momenti intimi e sinceri sulla formazione dell’autore.
- Sequenze sul processo creativo che mostrano il lavoro dietro Kojima Productions.
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Contro
- Totale assenza di conflitto.
- Tono eccessivamente celebrativo che riduce la complessità dell’autore.
- Interventi esterni poco incisivi, spesso limitati ad elogi generici.
Il Verdetto di Cultura POP
Scrivere di Hideo Kojima: Connecting Worlds significa addentrarsi in un territorio dove mito, autoconsapevolezza e narrazione si inseguono senza sosta. Un documentario che, fin dai primi minuti, dimostra chiaramente di voler proporre non tanto un’analisi dell’autore dietro Metal Gear Solid e Death Stranding, quanto una celebrazione controllata, elegante, lucidissima, del suo immaginario. Un’operazione che ha il pregio della cura formale, dell’affetto palpabile, ma anche il difetto di evitare accuratamente qualsiasi asperità, qualsiasi punto d’ombra, qualsiasi parentesi critica.
La cornice del Lucca Comics and Games 2025 non ha fatto che amplificare questo effetto. Tra cosplayer e fan di ogni genere, la figura di Hideo Kojima è stata accolta come quella di un profeta contemporaneo, e la sala gremita del Cinema Moderno sembrava voler vivere quel documentario (questa volta sottotitolato in italiano) come una sorta di rito collettivo.
Le aspettative erano imponenti, perché non capita spesso che un film provi a raccontare uno degli autori più influenti degli ultimi trent’anni. Tuttavia, proprio queste aspettative diventano una lente particolare, perché è evidente fin dal primo fotogramma che Connecting Worlds non vuole “raccontare” Kojima: vuole incorniciarlo.
Un uomo chiamato Hideo
Il documentario si apre all’interno della nuova sede di Kojima Productions, uno spazio così lucido da sembrare più un museo che uno studio di sviluppo. La regia di Glen Milner ne cattura ogni dettaglio con una cura quasi sacrale: le pareti, i neon, i tavoli perfettamente ordinati, i gadget che sembrano reliquie. Kojima si muove in questi ambienti come una figura sospesa, osservata più che raccontata.
La macchina da presa lo segue mentre analizza concept art, sorveglia il lavoro del team, sfiora i monitor come se fossero finestre verso altri mondi. Ed è proprio in questo sguardo devoto, quasi reverenziale, che emerge il primo limite del documentario: la totale assenza di distanza critica.
Quando però Kojima lascia cadere il velo dell’icona e parla della sua infanzia, delle solitudini, del rapporto complesso con la madre, allora il documentario trova finalmente la sua parte più fragile e più vera. In quei frammenti (spesso brevissimi, quasi rubati) si percepisce l’uomo dietro l’autore. La sua vocazione per il racconto, la sua sensibilità cinematografica, la sua ossessione per i mondi possibili. Sono momenti in cui l’opera si fa emozionante, sincera, perfino commovente.
Eppure, proprio quando si intravede la possibilità di scavare a fondo, il film si ferma. Esita. Rallenta. Milner sembra volere rappresentare la vulnerabilità di Kojima, ma non toccarla davvero. E allora le crepe si richiudono, i margini si addolciscono, e il racconto torna su binari rassicuranti, dove ogni intuizione assume i toni del destino e ogni ostacolo viene trasformato in un’inevitabile premessa al trionfo.
Il grande assente, il fantasma più rumoroso di tutto il documentario, è ovviamente Konami. Il trauma professionale che ha portato alla frattura tra l’azienda e l’autore – un passaggio che ha segnato l’intero settore – non viene semplicemente evitato: viene cancellato. Mai nominato, mai evocato, mai nemmeno suggerito. Una scelta incomprensibile per chiunque conosca il percorso dell’autore e sappia quanto quella rottura abbia influito sulla nascita del primo Death Stranding e sulla rinascita di Kojima Productions.
Quell’assenza pesa come una voragine narrativa. Perché senza il conflitto, senza la crisi, senza il momento in cui tutto rischiava di crollare, il racconto non può che risultare incompleto. L’autore che ha costruito saghe basate sulla tensione tra uomo e sistema, tra individuo e potere, tra libertà creativa e struttura gerarchica, viene qui dipinto come un artista puro, privo di ostacoli reali. Un poeta del digitale che attraversa il tempo senza mai sporcarsi davvero.
La struttura del film (divisa in capitoli tematici) cerca di compensare tale lacuna concentrandosi sui pilastri del pensiero di Kojima: la connessione, la solitudine, la contaminazione culturale, la visione interdisciplinare. Sono segmenti densi, affascinanti, spesso costruiti con grande eleganza. Kojima parla di cinema, letteratura, musica, di registi e scrittori come fossero antenne collegate al suo immaginario. Dice molto, ma paradossalmente rivela poco. Tutto appare limpido, armonioso, perfettamente calibrato. Forse troppo.
Gli interventi dei numerosi ospiti (attori, registi, musicisti, autori) contribuiscono a creare un coro celebrativo più che un contrappunto critico. Ognuno aggiunge un tassello di ammirazione, ma nessuno mette mai in discussione la figura del creatore. Il risultato è un universo in cui Kojima non viene spiegato: viene adornato. Una vetrina impeccabile, costruita affinché il maestro risplenda in ogni inquadratura.
È in questi momenti che Milner riesce davvero a raccontare Kojima: non come un’icona, ma come un direttore, un autore che coordina, ascolta, pretende, modella. Un creativo che non si accontenta di replicare schemi, ma tenta di reinventarli.
Ma anche qui, quando il film si avvicina alla parte più interessante (ovvero come nascono davvero le sue opere) arriva l’ennesimo stop narrativo. La selezione del materiale è sempre filtrata, sempre addolcita, sempre calibrata per restituire un ritratto coerente con l’immagine pubblica dell’autore. Nessun accenno alle pressioni, ai ritardi, alle difficoltà strutturali di produzioni così ambiziose. Il conflitto viene ancora una volta evitato.
A Lucca, però, questo approccio è sembrato perfettamente funzionale. Il pubblico non cercava la verità dietro l’icona: voleva l’icona stessa. E Milner, consapevole della sensibilità dell’ambiente e dell’eredità culturale del suo protagonista, offre esattamente questo: un ritratto levigato, controllato, quasi museale. Un film che preferisce essere cornice invece che lente.
Come opera cinematografica, Hideo Kojima: Connecting Worlds resta dunque un documentario affascinante ma incompleto, raffinato ma non riesce mai a essere davvero incisivo. Il suo racconto illumina senza mai abbagliare, emoziona senza mai ferire, spiega senza mai rischiare. È un’opera che somiglia più a un album fotografico che a un’indagine, più a un manifesto poetico che a un ritratto sincero.
Piacerà a chi ama Kojima?
In definitiva, chi ama profondamente Hideo Kojima troverà nel documentario (la cui uscita italiana ufficiale è al momento ignota, al momento in cui scrivo) un viaggio emozionante, un omaggio appassionato al suo immaginario, un’esperienza quasi rituale. Chi invece sperava in un’opera che osasse andare oltre la superficie, che scardinasse il mito per restituire l’uomo dietro la maschera, resterà con la sensazione che quel “mondo connesso” raccontato dal titolo abbia lasciato fuori proprio la parte più vulnerabile, complessa e contraddittoria dell’autore.
Forse era inevitabile. O forse era semplicemente il ritratto che Kojima desiderava consegnare al futuro: lucido, elegante, impenetrabile. Un autore che cammina tra i mondi, sì, ma senza permettere mai davvero a nessuno di attraversare il suo.