Judgment – Gli occhi della mente non si chiudono mai – Recensione

Inseguire la giustizia a qualsiasi costo

Recensione
A cura di DottorKillex - 20 Giugno 2019 - 15:30

Kamurocho, il quartiere fittizio di Tokyo pesantemente ispirato a Kabuki-cho, è molto più dell’ambientazione di uno dei franchise più amati e longevi di Sega: è uno state of mind, un luogo di villeggiatura estremamente pericoloso dove ci piace tornare di quando in quando. Qui, gironzolando tra i vicoli, ci siamo sorpresi ad esclamare ” ah ma qui hanno aperto un nuovo sushi bar” come se fossimo a spasso in una città reale dalla quale mancavamo da qualche mese.  E qui, dopo anni di peripezie di Kazuma Kiryu, si svolgono le vicende di Takayuki Yagami, protagonista di Judgment, spin-off della serie Yakuza che abbiamo sviscerato per voi.

Il detective Yagami

Ritorno a casa

Dopo Yakuza 6 e il remake del secondo capitolo, mancavamo dalle strade di Kamurocho da tanti (troppi?) mesi, e, inevitabilmente, le emozioni successive ai primissimi minuti di gioco, quando siamo stati lasciati liberi di gironzolare tra Tenkaichi Street e Theater Square, sono state forti ma contrastanti. Ci siamo diretti immediatamente al New Serena, solo per scoprire, non senza una punta di delusione, che il locale è chiuso e inagibile per tutta la durata di Judgment, e che il ruolo di bar underground, dove incontrare contatti e presunti informatori, è divenuto invece il Tender, a due passi dalla Millennium Tower. Questo avrebbe dovuto farci capire quanto Nagoshi e il suo team abbiano cercato di dare un taglio al recente passato e, liberatisi della carismatica ma ingombrante figura di Kiryu, abbiano provato a fare qualcosa di nuovo, coniugando location, combattimenti e meccaniche familiari con nuovi personaggi, nuove storie e, soprattutto, un cambio di prospettiva notevole. Le vicende di questo spin-off ruotano attorno a Takayuki Yagami, un avvocato cresciuto tra le strade di Kamurocho, rimasto orfano in giovane età proprio a causa del lavoro del padre, anch’egli avvocato, chiamato a difendere un presunto assassino e rimasto vittima, con la moglie, della furia vendicatrice di uno dei familiari della vittima. Incitato agli studi da Matsugane, patriarca dell’omonima famiglia affiliata (guarda un po’…) al clan Tojo, Yagami diviene presto uno dei giovani avvocati più promettenti del foro di Tokyo, tanto da entrare nello studio associato Genda, uno dei più antichi e rispettati della capitale nipponica. Qui incontra un’altra figura paterna, quella di Genda-sensei, l’anziano avvocato a capo dello studio, ma il suo percorso come avvocato viene bruscamente interrotto da un evento tragico: uno dei suoi assistiti, che Yagami aveva fatto brillantemente scagionare da una precedente accusa di omicidio, uccide la fidanzata e appicca il fuoco alla sua abitazione.

Yagami passa, in un batter di ciglia, dal ruolo di eroe degli innocenti a difensore di un mostro, vede la sua carriera disintegrarsi e, con la coscienza gravata da un peso enorme, lascia l’avvocatura, reinventandosi investigatore privato per poter pagare l’affitto e le bollette. Il tempo, si sa, sa essere galantuomo e lenire anche le ferite più profonde, ma Yagami sembra troppo segnato dagli avvenimenti per tornare ad essere ciò che era: si accontenta dell’amicizia di Kaito-san, un ex-yakuza ora suo assistente, dell’immutata stima di cui gode presso gli ex colleghi allo Studio Genda e dei piccoli piaceri della vita, dai flirt con qualche cliente alle partitine a flipper notturne nella sua agenzia, che, per inciso, gli fa anche da abitazione. A rompere la monotonia di questa routine arriva una sequela di morti violente e collegate, con Kamurocho che piomba nel terrore della “Talpa”, un serial killer che cava gli occhi alle proprie vittime come marchio distintivo. Come nella tradizione delle produzioni del Ryu Ga Gotoku Studio, la narrativa, l’introspezione psicologica e la caratterizzazione dei personaggi sono di altissimo livello, e, liberi dai vincoli che le storia di malavita fin qui raccontate imponevano, Nagoshi ed il suo team hanno dato vita ad un universo credibile, pulsante, che ruota attorno ad un protagonista capace di risvegliare una forte empatia nel giocatore in quanto molto più fragile ed umano di quel carroarmato che era Kazuma. L’immedesimazione è peraltro aumentata dalla presenza, per la prima volta nella serie dai tempi del secondo Yakuza su PS2, di una sottotitolazione italiana, sebbene, come vedremo, non di qualità eccelsa.

Reinventare la ricetta senza stravolgerla

Sebbene ci auguriamo presto di rivedere Yagami e i suoi amici sui nostri schermi, la bontà della scrittura da sola non sarebbe bastata a far promuovere tanto sonoramente questo capitolo spurio del franchise Yakuza: Judgment convince anche sul piano del gameplay, a condizione di non aspettarsi una rivoluzione copernicana da un prodotto che, per sua stessa natura (è uno spin-off), non poteva riscrivere da zero i canoni del genere. Per ogni azione familiare, e ce ne sono tante, l’ultima fatica del Ryu Ga Gotoku Studio ne propone una inedita, o pesantemente modificata rispetto alle avventure vissute nei panni del Drago di Dojima: si combatte, ad esempio, e lo si fa per lunghi tratti dell’avventura, sebbene in proporzioni inferiori rispetto agli Yakuza tradizionali, ma il sapore della minestra è sufficientemente diverso da non farla venire a noia. La struttura fisica di Yagami è assai lontana da quella di Kazuma Kiryu, e questo ha concesso una certa libertà al team in fatto di combat design: il detective dispone di due differenti stili di lotta, quello della Gru, estremamente rapido ed adatto al crowd control degli scontri da strada, e quello della Tigre, basato su combinazioni più potenti e maggiormente indicato per gli scontri uno contro uno.

Il giocatore può passare da uno stile all’altro in qualsiasi momento alla pressione della croce analogica, adattando il proprio stile di lotta alla necessità del momento: Yagami si controlla più similmente al Goro Majima visto in Yakuza 0, ponendosi come un personaggio agile ma non troppo resistente, difficile da colpire ma battibile con due o tre colpi ben assestati. Laddove impersonando Kiryu si era chiamati a concentrarsi sulla potenza e sulla difesa, con tanto di possibilità di neutralizzare persino i proiettili, vestendo i panni di Yagami è fondamentale non farsi colpire e dare assoluta priorità ai nemici armati di pistole, capaci di stendere il nostro con due pallottole appena. Certo, il feeling generale dei combattimenti non è mutato in maniera clamorosa, e chi non amava lo stile da risse di strada dei giochi canonici difficilmente si innamorerà di Judgment, ma le modifiche apportate ben si addicono al personaggio e offrono una ventata di aria fresca.

E, a proposito di aria fresca, l’avventura di Yagami propone una serie di meccaniche fin qui inedite o poco esplorate, che vanno ad intersecarsi l’una con l’altra per fornire davvero l’impressione di essere un detective: analisi delle scene del crimine con cursore, non dissimili da quanto visto nei thriller investigativi a la Phoenix Wright, sessioni di interrogatorio dei testimoni, con una sequela di domande “giuste” da porre che consente di guadagnare esperienza extra, inseguimenti, travestimenti, raccolta di prove con il drone e tanto altro ancora. Ognuna di queste aggiunte contribuisce a diversificare significativamente il titolo da quelli precedenti del team e ad aggiungere varietà all’esperienza di gioco, con una sola, significativa eccezione: i pedinamenti. Come se dalle parti di Tokyo non fosse arrivata la lezione appresa da Ubisoft riguardo ai pedinamenti negli Assassin’s Creed, in parecchi frangenti della storia principale, come anche in un buon numero di missioni secondarie, è necessario pedinare dei sospetti, con tanto di instant fail in caso ci si faccia scoprire.

Queste sezioni rallentano il ritmo dell’azione e vengono presto a noia, non solo perchè spesso si riducono ad un giro dell’oca intorno a due isolati, artificialmente allungato dalle assurde strade prese dagli NPC da seguire, ma anche perché in caso di errore si è costretti a sorbirsi la schermata di game over e il conseguente caricamento da dieci – quindici secondi prima di poter ritentare. A parte questa sfortunata parentesi, tuttavia, il gameplay di Judgment risulta più ricco e variegato di molti dei titoli aventi Kazuma Kiryu come protagonista, anche grazie ad una selezione stellare di minigiochi, capace di aumentare a dismisura il monte ore della produzione: da Kamuro of the Dead (praticamente House of The Dead di Sega ambientato a Kamurocho) giocabile negli arcade al già citato flipper nell’agenzia Yagami, passando per una sorta di Monopoly in realtà virtuale, le attività sono tante e tutte divertenti. La nostra preferita, tuttavia, rimane quella legata alle corse dei droni, che racchiude una sorta di minigioco alla Wipeout, su una serie di circuiti di difficoltà crescente ambientati per le strade di Kamurocho, con tanto di possibilità di modificare e migliorare il proprio attrezzo nemmeno si fosse in un qualsiasi capitolo della saga di Gran Turismo. Una droga!

Dragon Engine is the way

Dopo le già eccellenti prove fornite con gli ultimi due capitoli, in ordine temporale, del franchise Yakuza (ovvero il sesto capitolo e Kiwami 2), il Dragon Engine si conferma la solidissima base su cui Sega e il Ryu Ga Gotoku Studio possono continuare a costruire il futuro della serie. Giocato su PS4 Pro, Judgment è uno spettacolo per gli occhi, tra animazioni di ottima fattura, espressioni facciali degne di Hollywood, effetti di luce incredibili (dalle pozzanghere che riflettono le luci abbaglianti dei neon di Kamurocho al riverbero del sole in certi orari della giornata) e performance sempre stabili, con rarissimi e perlopiù impercettibili cali di framerate in certi frangenti.

judgment

Di eccellente fattura anche il doppiaggio (in lingua originale, come da tradizione, ma stavolta anche inglese) e l’accompagnamento musicale, con tracce che in genere si accontentano di rimanere in background per poi esplodere improvvisamente in concomitanza con gli snodi focali della lunga ed elaborata trama. A proposito di lunghezza, noi abbiamo impiegato circa quaranta ore a portare a termine le avventure di Yagami, dedicandoci al sessanta per cento delle attività collaterali nel processo: chi volesse correre, potrebbe arrivare in fondo in una trentina scarsa di ore, mentre coloro i quali volessero perdersi tra le mille attività opzionali di Kamurocho vi potrebbero soggiornare per almeno altre dieci o quindici ore rispetto al nostro playtime.

Come anticipato nel paragrafo dedicato alla narrativa, pur nella felicità di vedere il titolo finalmente localizzato in italiano, siamo costretti a segnalare, quantomeno al momento della stesura di questo articolo, una serie di errori, tanto grammaticali quanto di sintassi, nella redazione dei sottotitoli. Se, in alcuni casi, le mancanze sono evidentemente imputabili a semplici typo, facilmente risolvibili con una patch, in altre le scelte semantiche e gli errori sintattici portano quasi a pensare all’utilizzo di un traduttore automatico. In ogni caso, sebbene la qualità generale sia migliorabile, è bene sottolineare che nessuno di questi errori impedisce una corretta fruizione del titolo, soprattutto per quanti non masticassero bene l’inglese e avessero fin qui dovuto rinunciare alle produzioni del Ryu Ga Gotoku Studio.

+ Scrittura di alto livello
+ Una ventata di aria fresca per il franchise
+ Cast di personaggi che speriamo di rivedere presto
+ Localizzato in italiano...
- I pedinamenti annoiano presto
- ...ma non nel migliore dei modi

8.8

Sembra quasi un affronto al “nostro” Kazuma Kiryu affermarlo, eppure Judgment rappresenta il miglior prodotto del Ryu Ga Gotoku Studio da diversi anni a questa parte, per ritmo, scrittura e diversificazione delle meccaniche di gioco.

Il cambio di prospettiva, da uno yakuza dal cuore tenero ad un avvocato in disgrazia, ha giovato alla narrativa, concedendo maggiori libertà creative al team di sviluppo, che si sono riflesse in personaggi secondari molto ben caratterizzati e in nuove dinamiche di gioco perlopiù riuscite, ad eccezione dei pedinamenti.

Se a questo si aggiungono la consueta, impressionante mole di minigiochi ed attività secondarie disponibili, l’aggiunta del doppiaggio inglese e della sottotitolazione italiana (seppur migliorabile) e l’ennesima ottima performance del Dragon Engine, ecco che ci troviamo tra le mani un titolo imperdibile, consigliato non solo ai fan della saga principale ma a tutti gli amanti dei thriller investigativi e della cultura giapponese in senso più ampio.




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