Etherborn, un puzzle game a testa in giù

Recensione
A cura di Daniele Spelta - 18 Luglio 2019 - 18:05

Sopra e sotto, destra e sinistra, avanti e indietro. Etherborn è un continuo perdersi, un viaggio surreale attraverso una dimensione onirica e sospesa, un puzzle game dove le forme cambiano repentinamente e la fisica segue delle leggi tutte sue. Il team di Altered Matter ha fuso assieme platform e rompicapo per dar vita ad una breve avventura a enigmi elegante e curata: ogni passo è accompagnato da un nuovo interrogativo ma il tutto è incorniciato in tratti barocchi e artificiosi.

Non un semplice Puzzle game

Etherborn vuole essere qualcosa di più di un semplice rebus e unisce i livelli tramite la fumosa storia di un essere dalle sembianze umane senza volto e senza nome, strappato dalla sua dimensione e gettato dentro questo quadro esotico e allo stesso tempo inquietante. I temi toccati sono abbastanza importanti e nei brevi interventi della voce narrante si affrontano argomenti come la creazione e la nascita dell’uomo, il suo voler imprigionare ogni singolo elemento in categorie, la potenza dei linguaggi e dei concetti, la forza distruttrice dell’antropocentrismo e il simbolismo. Nella realtà dei fatti tutti questi elementi vengono sfruttati in modo banale e sono avvolti in una sintassi aulica ma vuota, priva di un vero significato e che non fornisce molti stimoli al giocatore nel volerne sapere di più. Cercano di evocare sentimenti profondi sulla natura dell’uomo, qui sintetizzata nei lineamenti stilizzati del protagonista, senza però toccare le giuste corde e privi della necessaria sensibilità.

Etherborn è però un gioco coerente, che rispetta nei suoi tratti e nelle sue scelte registiche l’insignificanza dell’uomo nel creato. La telecamera non si avvicina mai al personaggio principale, che viene sempre inquadrato da lontano: non si cerca di entrare in connessione con quella singola figura ma con la relazione tra esso e ciò che lo circonda. Il punto di vista vuole sottolineare questa natura infinitesimale e l’obiettivo è raggiunto attraverso campi larghi e con pochi e sapienti tocchi di classe. La colonna sonora composta da note dolci e lente, creata soprattutto con archi, segue in modo magistrale il percorso dell’anonimo corpo dando vita così ad un’atmosfera sospesa e sognante.

I temi sono inseriti in modo abbastanza forzato e questo emerge anche nella scarsa organicità tra di essi e i singoli livelli, che avrebbero potuto sopravvivere anche senza le presentazioni adottate. Presi di per sé, i cinque scenari risultano comunque degli interessantissimi puzzle ambientali in cui la soluzione è celata dietro complesse geometrie e con la giusta strada nascoste da prospettive e giochi sulle quattro dimensioni. L’obiettivo in tutti gli ambienti è sempre lo stesso: recuperare delle gemme e piazzarle su dei punti segnalati, in modo tale da aprire nuovi sentieri o aggiungere altre piattaforme e arrivare così a fine livello. Più facile a dirsi che a farsi: senza mai scadere nella frustrazione o in punti in cui si finisce inesorabilmente bloccati, Etherborn richiede comunque attenzione e concentrazione per giungere al termine dell’avventura e il senso dell’orientamento viene messo sempre alla prova.

Il gioco segue anche una corretta evoluzione. Il primo mondo è poco più di un tutorial e serve a far apprendere le regole, dove si può andare e dove invece la forza di gravità conduce al game over, che resta comunque una rapida pausa e non comporta alcuna penalità. Mano a mano che si procede vengono introdotte nuove strutture e assume sempre maggiore importanza l’esplorazione. Bisogna saper leggere attentamente quelle forme per scovare ogni via che porta ad una gemma e interpretare una prospettiva in costante mutamento.

Complessivamente i livelli non sono estesi eppure Etherborn riesce a creare l’illusione di trovarsi in spazi senza confini. Si cammina lungo una piattaforma e dopo pochi passi ci si trova a testa in giù con i piedi appesi su una parete per poi compiere un balzo nel vuoto e atterrare su una base scorta sul fondo di un ponte senza fine. Questo surrealismo ha però delle controindicazioni. Il continuo cambio di prospettiva potrebbe non essere così agevole e ogni tanto dà anche dei fastidi simili a delle vertigini: è un disturbo che varia da giocatore a giocatore ma ne va comunque tenuto conto. Il secondo difetto è invece intrinseco alla costruzione degli scenari, non sempre chiari da analizzare. Quello che sembrava un passaggio agevole può rivelarsi invece una trappola mortale, mentre un balzo che preludeva a morte certa finisce invece con l’essere una mossa chiave per completare la sezione. Può inoltre capitare che le stesse pareti curve, bivi necessari per raggiungere i quattro angoli degli scenari, non risaltino a sufficienza, finendo così bloccati solo perché non salta all’occhio il dettaglio.

Nonostante queste imprecisioni gli enigmi posti Etherborn sono originali e senza soluzioni banali e la presenza di un new game+ aggiunge un ulteriore livello di sfida, mescolando le carte e spingendo con ancor maggior forza il giocatore a trovate sempre più originali.

+ Ottimo level design
+ Puzzle riusciti, mai banali né frustranti
+ La colonna sonora si sposa alla perfezione con le scelte registiche, anche esse riuscite
- C'è della filosofia spiccia
- Non sempre i livelli sono facili da leggere
- Qualche fastidio causato dal continuo cambio di prospettiva

7.0

Etherborn è un puzzle game originale, con un level design raffinato che gioca un ruolo fondamentale nella creazione degli enigmi. La progressione è corretta, l’esplorazione assume mano a mano più importanza e viene impreziosita da un art direction semplice ma funzionale. Un paio di difetti sono presenti anche a livello ludico ma è nel suo voler esser qualcosa di più che Etherborn fallisce: la storia risulta infatti vaga e allo stesso tempo fumosa, sarebbe anche interessante eppure pare inserita in un secondo momento, quasi indipendentemente dalla struttura del gioco.




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