Code Vein, sete di sangue e ricordi perduti – Recensione

Code Vein è il nuovo soulslike in stile anime degli autori di God Eater. Vediamo come se l'è cavata nella nostra recensione.

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A cura di Domenico Musicò - 26 Settembre 2019 - 16:00

Dal momento di grande popolarità di Dark Souls in poi, sono state molte le opere che hanno tentato di sfruttare la stessa scia di successo, spesso con alterni risultati e mai davvero in grado di spodestare il re dal suo trono. Nel corso degli anni, una manciata di titoli ha tentato di proporre qualcosa di nuovo all’interno di questo sottogenere, come la declinazione cyberpunk voluta dalla serie The Surge; con Code Vein, invece, il particolare mix è soprattutto estetico, più che strutturale, sebbene un paio di elementi di gioco siano indubitabilmente piuttosto riusciti.

 

Code Vein: Ben più che semplici vampiri

Sviluppato da Shift, studio che si è già occupato di God Eater, Code Vein è uno dei primi soulslike a proporre graficamente una forte vicinanza allo stile degli anime, sia per il design dei personaggi, sia per il modo in cui viene narrata la storia e per il tenore che mantiene dall’inizio alla fine. Come vedremo, Code Vein prende in prestito solo alcuni degli elementi tipici dei cosiddetti soulslike, poiché si rivela in realtà un’opera assai più vicina agli action-RPG di stampo nipponico basati pesantemente sulla presenza di dungeon sempre più elaborati e labirintici.

Code Vein, sete di sangue e ricordi perduti – RecensioneLa storia di Code Vein è ambientata in un futuro non troppo lontano da quello in cui viviamo, dove un misterioso disastro ha ridotto il mondo al collasso, trasformando terre rigogliose e prospere in lande brulle e quasi desolate, presidiate solo dai cosiddetti Perduti, creature che hanno ceduto alla sete di sangue perdendo così ogni parvenza di umanità. L’unica speranza è rappresentata da un piccolo manipolo di esseri che hanno perso la loro memoria e che possono ancora scoprire la verità sul passato, attraverso una serie di eventi che si susseguiranno per circa una quarantina d’ore. La narrazione non è mai sibillina come accade spesso nel genere di appartenenza e i dialoghi sono sempre chiari e con un buon ritmo, seguendo gli stilemi di manga e anime giapponesi. Troverete pertanto momenti di tribolazione, drammi familiari e disperazione adolescenziale, coi toni tipici del dark fantasy giapponese.

Code Vein, sete di sangue e ricordi perduti – Recensione

In Code Vein è presente una sorta di base dove di volta in volta potrete scambiare quattro chiacchiere coi co-protagonisti dell’avventura, taluni dediti alla vendita di oggetti, armi e accessori utili per le battaglie, e altri sempre pronti a offrire un nuovo sguardo sugli accadimenti che hanno squassato il mondo di gioco. Da questo HUB principale, dove ci si prepara per il briefing, ci si equipaggia e si sceglie di missione in missione quale sarà il compagno più adatto per la zona da esplorare, si partirà poi alla volta delle zone devastate. Ciascuna di esse è suddivisa in macro zone che sono in realtà dei labirinti a sé stanti; sono idealmente uniti l’uno con l’altro da aree di raccordo, ossia dalle arene in cui si disputano le boss fight.

Code Vein, sete di sangue e ricordi perduti – Recensione

Nome in codice: Sangue Fresco

L’impressione è che non ci sia un’organicità tra un dungeon e l’altro, e che tutto sia stato sviluppato avendo in mente dei compartimenti stagni. Scordatevi pertanto il level design tentacolare delle mappe di From Software, o le sovrabbondanti scorciatoie di The Surge 2: Code Vein è un insieme di labirinti certamente ben realizzati, con shortcut e più piani lungo cui avventurarsi, ma manca in modo evidente quella forte impronta autoriale che opere di questo genere dovrebbero sempre avere. È insomma tutto molto scolastico e tutto sommato prevedibile, almeno concettualmente, mentre perdersi è talvolta piuttosto facile. In vostro soccorso arriveranno i cosiddetti Vischi Oscuri, ossia delle propaggini arboree che sono spesso ben nascoste ma che, una volta scovate, irradieranno la mappa e la mostreranno chiaramente, liberandovi dal vano peregrinare mentre seguite le vostre orme in dissolvenza nella mini mappa.

La meccanica di gioco più importante di Code Vein è rappresentata dai Codici Sanguigni, che sono in sostanza delle classi che possono essere cambiate in qualunque momento. Non avrete mai un vincolo e la vostra scelta iniziale non sarà affatto definitiva: al contrario, i Codici Sanguigni vanno scelti con attenzione a seconda della situazione in cui vi ritroverete. Partirete con quello del Combattente, del Ranger e dell’Occultista, ma ne collezionerete una quantità talmente alta da avere a disposizione build sempre differenti e utili ai vostri scopi.

Code Vein, sete di sangue e ricordi perduti – Recensione

Per esempio, potreste completamente sbagliare l’approccio a una boss fight e rimanere lì a morire più del previsto, se sceglierete di avere un assetto da tank contro mostri dagli attacchi fulminei; o ancora, potreste pensare di avere un buon equipaggiamento ma in realtà non avete ben considerato che quello in dotazione ha una scarsa resistenza ad alcuni stati alterati. E questi, badate bene, sono solo alcuni degli scenari più scontati e facilmente interpretabili.

Code Vein e Codici Sanguigni

A ogni Codice Sanguigno sono associati dei Doni, che sono delle abilità da sbloccare e da inserire in un’apposita griglia: ce ne sono di passivi e di attivi ed entrambi concorrono a definire con precisione la classe di appartenenza. Per utilizzarle, servono i punti Icore, ossia il corrispettivo del mana, ripristinabile eseguendo backstab o combo prosciugamento; per sbloccarle serve invece la Foschia, che è il corrispettivo delle anime in Dark Souls. La Foschia serve però anche per salire di livello, pertanto dovrete sempre decidere in modo oculato dove destinare il frutto delle vostre fatiche. A proposito di backstab, un difetto marchiano che Code Vein si porta dietro sin dalla demo, è proprio la facilità con cui essi si eseguono, ossia aggirando nemici che non oppongono la minima resistenza né hanno delle routine atte a evitarli.

 

A proposito invece della crescita del personaggio, una grossa mancanza è rappresentata dall’impossibilità di decidere quali statistiche aumentare o meno. In sostanza, In Code Vein potrete solo scambiare la Foschia con l’upgrade di livello, mentre il gioco deciderà automaticamente per voi quali statistiche miglioreranno. È un difetto non da poco, per un gioco di ruolo action, ed è probabile che gli sviluppatori abbiano optato per questa scelta al fine di evitare problemi di bilanciamento. Bilanciamento che è ottimale nonostante una difficoltà tutt’altro che accentuata, rovinata com’è dalla lentezza dei nemici, da un’intelligenza artificiale non proprio così reattiva e dall’exploit rappresentato dai backstab facilitati. Inoltre, scegliere il compagno più coriaceo e potente vi darà quasi sempre un vantaggio non da poco durante l’avanzamento, e con un amico online che sa come muoversi, la situazione migliora ulteriormente.

Code Vein, sete di sangue e ricordi perduti – Recensione

È dunque più facile che in Code Vein muoriate per un agguato o quando i nemici sono in soprannumero, perché la gestione di uno o un paio di nemici è piuttosto elementare e migliorerà già dopo poche ore di gioco. A scanso di equivoci va detto che Code Vein ha dei picchi di difficoltà rappresentati da alcune zone interne ai dungeon un po’ più ostiche del solito, e talvolta partire dal Vischio più vicino (che funziona esattamente come i falò) non basta per recuperare la Foschia perduta. Se non volete buttare via del tutto i progressi accumulati, potrete decidere di richiamare a voi la metà della Foschia facendo un bagno nelle terme naturali che si trovano nella base, il quale rimane sempre un buon compromesso quando la progressione si rivela meno rapida del solito.

Sebbene Code Vein azzecchi diverse scelte stilistiche e abbia buon gusto per il modo in cui propone gran parte dei personaggi, tecnicamente non brilla particolarmente e appare decisamente un gradino al di sotto delle produzioni più importanti. Le texture sono spesso in bassa risoluzione, la modellazione poligonale è piuttosto basilare e molte aree appaiono disadorne e anonime. Oltretutto, si avverte chiaramente una forte sensazione di riciclo in diversi dungeon, che mutano dimensioni e forme lasciando inalterata la propria natura. Buona invece la localizzazione, priva di sbavature e senza errori di adattamento.

+ La possibilità di cambiare le classi al volo senza alcun tipo di vincolo
+ I Codici Sanguigni garantiscono sempre una grande profondità delle diverse build
- l'exploit dei backstab facilitati è ancora presente dai tempi della demo
- È impossibile decidere quali parametri migliorare ad ogni level-up
- Poco ispirato, con dungeon anonimi e senza alcuna organicità tra l'uno e l'altro

7.2

Il soulslike in stile anime ideato da Shift non riesce a convincere come dovrebbe, piagato com’è da alcuni goffi errori di progettazione dell’IA e da una tendenza sin troppo marcata al design di mappe labirintiche completamente slegate tra loro. Code Vein ha in egual misura pregi e difetti, ma questi ultimi pesano un po’ troppo nell’economia del genere di appartenenza, il quale non può essere privato di alcune tra le sue caratteristiche fondamentali.




TAG: bandai namco, code vein

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