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Bravely Default 2 | Video Recensione – Cara, vecchia tradizione JRPG

Un gioco di ruolo à la giapponese estremamente classico, che piacerà ai fan del genere

Dopo aver messo mano a varie demo e ad una prima parte del gioco che è stata oggetto del nostro ultimo provato, eccoci finalmente all’appuntamento conclusivo del viaggio di Bravely Default 2, quello con la recensione, che proverà a sciogliere le riserve emerse sin qui e aggiungere nuovi elementi di riflessione grazie ai quali potrete valutare o meno l’acquisto al day one.

Bravely Default 2

Piattaforma:
SWITCH
Genere:
gioco-di-ruolo
Data di uscita:
26 Febbraio 2021
Sviluppatore:
Team Asano, Claytechworks
Distributore:
Koch Media

Prima di cominciare, ci fa piacere sottolineare il lavoro svolto da Nintendo e Nintendo Italia nella fornitura dei codici con un ampio anticipo, una pratica – avrete notato di recente – sempre meno comune nel settore, in virtù della quale abbiamo sviscerato ogni anfratto del titolo e ci siamo fatti un’idea molto chiara dell’esperienza che avranno i giocatori regolari una volta disponibile nei negozi questo (lunghissimo) JRPG.

Nell’arco delle 85+ ore che vi abbiamo speso, 65-80 delle quali necessarie per completare a 360 gradi i contenuti della storia, abbiamo vissuto gli alti e i bassi che si confanno ad esperienze di questo tipo, in particolar modo a quelle che si prefigurano come estremamente classiche e rispettose di una tradizione trentennale. Perché questo è Bravely Default 2: un JRPG fortemente attinente al canone del filone, nel bene e nel male, in cui è importante soppesare l’importanza di quanto funzioni con la componente, tutt’altro che assente, di storture dettate da una simile fedeltà.

La verifica finale

Giocando la versione completa del titolo, abbiamo potuto esplorare alti e bassi di Bravely Default 2, generalmente ben scanditi da ciascun capitolo lungo cui si dipana la storia.

C’è una partenza lenta, che si articola tra il prologo fino alla prima metà del secondo capitolo, e c’è anche un punto basso francamente abbastanza difficile da prevedere, perché arriva a ridosso dell’apice narrativo “sospendendo” l’evoluzione della trama e dei sistemi di gioco come succede spesso (qui in modo non troppo piacevole) nei JRPG di vecchio stampo.

La direzione artistica di Bravely Default 2 è capace (anche) di questo.

Di norma, il gioco di ruolo a turni del Team Asano e di Claytech Works ha una struttura ciclica, che alterna città da liberare da un male circondate in ingresso, al centro e in uscita da un dungeon nel quale rafforzare i propri personaggi. Capita molto raramente che questo schema venga ribaltato o pure soltanto modificato in minima parte, per cui non aspettatevi grosse sorprese in tal senso, e del resto quello che avevamo messo sotto stress nelle nostre prove precedenti sembrava indicarlo a lettere abbastanza chiare; tuttavia, e qui viene ereditato un altro dei “vizietti” del genere e del modo di fare videogiochi giapponese, il layout è infranto solo intorno al quarto capitolo, interamente dedicato per qualche ragione – motivata alquanto pigramente nella storia – al backtracking e quindi alla riesplorazione di location già attraversate.

Nonostante ciò che per gran parte del percorso vuole far credere, il materiale a disposizione del gioco non si esaurisce lì: non appena conclusa questa amara parentesi, infatti, continuano a spuntare città e personaggi come se niente fosse, e l’unica spiegazione che ci siamo dati per la sua esistenza (e di una boss rush che, per fortuna, è pari soltanto a quella del primo capitolo) è presumibilmente la volontà di fornire un input per l’aumento del livello dei giocatori sul feedback raccolto in corsa, magari proprio dopo le demo, e non farli trovare impreparati di fronte alle sfide che li attendono più avanti.

Una panoramica su una delle città più ispirate.

Due dei punti che erano rimasti in sospeso, ricorderete, erano relativi alle side quest e al grinding, degli interrogativi sollevati dal fatto che nella demo e nelle battute iniziali del gioco queste fossero 1) molto lineari, 2) abusato e poco profittevole; in entrambi i casi portiamo buone notizie, per quanto la visione e il telaio imbastiti alle spalle del progetto rimangano quelle che avevamo già delineato nelle precedenti puntate.

Le missioni secondarie restano abbastanza rapide e facili da concludere, ma la loro conformazione “leggera” le rende piuttosto indicate nella cornice di un titolo che – sebbene abbia cambiato piattaforma, nel processo – rimane fruibile anche in portabilità; inoltre, per quanto grandi storyline si contino sulle dita di una mano, ce ne sono in grado di raccontare archi narrativi separati dal principale e approfondire alcuni dei personaggi carismatici incontrati lungo il percorso, e la loro quantità complessiva (ne spuntano di nuove con una buona regolarità e sono piacevolmente intuitive da seguire) è molto soddisfacente. Il tasso di sfida cala drammaticamente se le quest vengono affrontate a gioco completato ma, guardando all’endgame, fa piacere notare come gli sviluppatori abbiano sparso per la mappa, sempre inquadrati nell’ottica dei contenuti side, dei boss difficili da battere persino una volta chiusa la storia.

Scatterete tante foto, ispirati da scenari così.

A proposito di grinding, invece, questo è innegabilmente un caposaldo concettuale e pratico di Bravely Default 2, che in tale ottica interpreta con grande fedeltà i dettami del genere. Rispetto al provato di poche settimane fa, però, possiamo parlare di una problematica meno fastidiosa di quanto non avessimo esperito: se il sistema d’esplorazione, sia online che offline, si rivela poco funzionale e comunque adatto specie per quegli utenti intenzionati a livellare la classe più che i personaggi, sono le esche ad addolcire notevolmente la pillola.

Si tratta di materiali non acquistabili (per larga parte dell’avventura, almeno) grazie ai quali si possono innescare incontri consecutivi, che garantiscono dei moltiplicatori con cui guadagnare il doppio, il triplo e via discorrendo a confronto con una battaglia regolare; sfruttandole a dovere, il combattimento – anche contro nemici di norma molto più scarsi di noi – assume una dimensione tattica appassionante nella quale dobbiamo gestire turni e PM per arrivare alla fine di una sequela di scontri sfiancanti, e soprattutto porta a dei risultati apprezzabili per i quali, negli spot giusti, è possibile portarsi parecchio avanti rispetto al livello richiesto per il boss a cui ci stiamo preparando.

Parlerete spesso agli NPC con questa inquadratura laterale.

Attenendosi alle formule delle produzioni storiche, l’erede di Octopath Traveler presenta alcune spigolature non propriamente immersive con le quali bisogna fare la pace: tante volte ci siamo imbattuti in un livellamento ex machina, passateci il termine, che in pratica ha risolto qualunque problema avessimo in battaglia e addolcito sensibilmente la ripidità originale delle boss fight, specialmente nella prima parte dove avremmo voluto essere stimolati di più sotto il profilo della preparazione (un aspetto che, lo vedremo tra poco, entra in gioco soltanto a ridosso della fine).

Potrà sembrare un paradosso, ma questo è al contempo innesco e conseguenza di un equilibrio precario, per il quale abbiamo spesso situazioni in cui le spie che ci dà il dungeon prima di un boss si accendono tutte (i nemici – ora visibili – scappano a gambe levate, ad esempio, o semplicemente li battiamo in scioltezza), mentre non ce la possiamo neppure giocare con il nostro nemico principale. È una difficoltà, quella dell’equilibrio o meglio della sua assenza a targhe alterne, evidentemente troppo radicata nel design del prodotto per poterla risolvere con una o due pezze apposte in un anno dopo una demo.

Momenti di Gloria

Se finora ci siamo concentrati sulle asperità di una produzione tradizionale, è il momento di analizzare il bello di Bravely Default 2 e motivare in qualche modo il voto che, ne siamo sicuri, avete già sbirciato in fondo alla nostra recensione. Come anticipavamo, questo è un gioco di alti e bassi, nei quali i primi spiccano però in maniera molto più sensibile rispetto ai secondi, rendendolo un’esperienza di livello per gli appassionati del genere.

Nel nostro provato, abbiamo sottolineato la direzione artistica deliziosa che si produce in un’estetica incantevole e in una colonna sonora molto gradevole calata alla perfezione in ciascun contesto; ma questi elementi come si rapportano alla narrazione e al setting? Detto della partenza lenta e di un “buco” nel mezzo, il gioco ha momenti narrativi alti tra la fine del secondo capitolo e il terzo, e picchi ludici tra il quinto e il sesto. Nei primi, esplora tematiche interessanti come la religione, che spiccano in maniera particolare rispetto al resto abbastanza appiattito sui dettami di genere e che sembrerebbero più al loro posto in un Shin Megami Tensei o in un Persona.

Qui vi incontriamo i personaggi col carisma e il background maggiormente definiti, e un setting tratteggiato con cura che non si limita alla bellezza di una città hub ma approfondisce culture agli antipodi e relazioni complicate, creature fantastiche e affreschi di una storia lontana che si ripercuote nel presente. Il capitolo 3 in particolare, con la sua tentacolare “metropoli” fantasy, ci ha colpito in un contesto su cui pensavamo di avere già un giudizio lineare tra punti A e B triti e ritriti, e per questo vi raccomandiamo di arrivare perlomeno al suo completamento prima di pronunciarvi voi stessi.

Uno scorcio estivo.

I picchi ludici arrivano invece nei capitoli 5 e 6, che forniscono uno sguardo sulla massima espressione del sistema di combattimento. In questa fase, il combat system non si limita più allo scontro frontale, smettendo di essere una meccanica nella quale il più forte fisicamente vince e basta, e smarrendo, sebbene soltanto lievemente, la sensazione per cui sia obbligatorio raggiungere un certo livello prima di battersi con qualcuno perché alle spalle c’è un algoritmo che ha deciso così.

Affrontando boss dalle fasi diverse e dalle spiccate vulnerabilità o caratteristiche offensive, un po’ carenti prima, i giocatori sono obbligati a potenziare determinati aspetti del proprio equipaggiamento e a sperimentare con classi differenti, pure combinando in un equilibrio delicato la principale e la secondaria. Nessuno nel gioco vi dirà a chi dare una classe oppure come usarla per massimizzarne il potenziale, e la scoperta di questi elementi è un grande piacere per i più curiosi. È una fattispecie tattica che va oltre le semplici statistiche e che premia l’esperienza dell’utente che vi si rapporta, che sa come e quando rischiare con le dinamiche vincenti Brave e Default ma anche dove rinunciare a punti di difesa fisica e optare per un rafforzamento di quella magica.

Da 3DS a Switch

Bravely Default 2 è il primo capitolo ad arrivare su Nintendo Switch e i team di sviluppo di Square Enix sono stati abbastanza saggi da approfittarne per portare la serie su binari antologici, in modo da non costringere nessuno a recuperare titoli dall’impostazione ancora più datata per avere una comprensione narrativa completa. Non sono mancati svecchiamenti come la sparizione degli incontri casuali, che rende l’esplorazione (con indicatori disattivabili a piacimento per chi gradisce una sfida maggiore, specie nelle side quest) notevolmente più godibile e utile ai fini del livellamento.

Lo stacco dal 3DS, in termini di mole poligonale e definizione, è palpabile.

Insomma, quella che fa il suo debutto su Switch è la versione definitiva di un franchise che ha bisogno di affermarsi agli occhi del grande pubblico e lo fa aumentando i valori produttivi, introducendo non molte cutscene ma tutti i dialoghi doppiati (ad eccezione delle conversazioni di gruppo simili a quanto visto nel già menzionato Octopath Traveler, per citare un caso con cui potreste avere familiarità).

L’adeguamento al nuovo hardware è avvenuto non senza qualche affanno, come l’inquadratura nella mappa del mondo un po’ troppo schiacciata dall’alto sui personaggi, casi sporadici di cali di frame rate e risoluzione in presenza di scenari complessi, e inganni dovuti alla prospettiva nelle location dalla costruzione spesso ingarbugliata. Infine, il character design, che vede personaggi realizzati in un simil-chibi, talvolta stona con la gravità del tono, in un gioco dai modi frequentemente aulici e dalle situazioni seriose, e con la complessità che la console ha dimostrato di saper gestire.

Le conversazioni col party restituiscono dettagli su personaggi e lore.

La cifra stilistica molto marcata della saga è tenuta inalterata e anzi vibra ancora di più in questo nuovo capitolo, con città-hub su cui gettare un occhio per scorgerne tutte le opportunità ma anche (soprattutto) per apprezzarne la bellezza della raffigurazione in una sorta di malinconico acquerello. L’unico neo in questo senso è che ce ne sono solo due-tre di dimensioni soddisfacenti, mentre le altre – pur munite di tutti gli strumenti necessari, come negozi e locande – fungono più da breve passaggio obbligato che luoghi da respirare.

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8,2

Bravely Default 2

Piattaforme: switch
Quella di Bravely Default 2 è una storia di alti e bassi, in cui sono i primi a prevalere specie se siete alla ricerca di un JRPG dall'impostazione estremamente classica e (talvolta un po' troppo) punitiva. È la storia di una conversione di successo di una delle perle della libreria di Nintendo 3DS alla nuova e più ambiziosa piattaforma ibrida della Grande N, che nel compiere il grande salto rimane testardamente fedele al genere da cui arriva e, lo noteranno gli appassionati, a se stessa.

Pro

  • Sistema di combattimento tattico e appagante
  • Direzione artistica pregevole
  • Momenti ludici e narrativi esaltanti

Contro

  • Testardamente tradizionale
  • Equilibrio precario
8,2