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Pro
- Un’opera senza tempo e questo remake lo dimostra.
- Le migliorie alla Quality of life sono calibrate magistralmente.
- La direzione artistica è molto più azzeccata di quello che può sembrare.
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Contro
- Potrebbe non offrire alcuna sfida a chi ha già giocato l’originale.
Conclusioni Finali di SpazioGames
Il comparto artistico, al netto della soggettività di ognuno di noi, è perfettamente coerente con lo spirito dell'originale e omaggia con rispetto il background di chi gli diede la luce quasi trent'anni fa. Ora non resta altro da fare che aspettare di mettere le mani sulla sua versione definitiva per comprendere quanto sarà in grado di segnare una nuova generazione di giocatori che si crogiolerà nelle verdi praterie di Hyrule, cullati dal dolce suono di un'ocarina.
Informazioni sul prodotto
Nel mentre che la celebre Title Theme di Koji Kondo si diffondeva dagli speaker del monitor e il sole sorgeva sulla verdeggiante piana di Hyrule, prima di lasciarmi rapire dalla nostalgia mi sono imposto di rispondere a due domande: nel 2026 a chi vuole parlare ancora The Legend of Zelda: Ocarina of Time e, soprattutto, dopo aver rivoluzionato diversi generi videoludici nel 1998, ha ancora qualcosa da dire ai giocatori di oggi?
Me lo sono chiesto per tutta la durata della mia prova di una versione, quasi definitiva, di The Legend of Zelda: Ocarina of Time. Mentre affrontavo le prime fasi del viaggio di Link nel villaggio dei Kokiri (o Bosco Kokiri se preferite); mentre girettavo per le viuzze della città del castello di Hyrule e persino mentre affrontavo, quasi a cervello spento per via delle troppe volte in cui ho giocato il titolo originale, le insidie del Tempio della Foresta.
Poi, tutto a un tratto, la risposta arrivò da sola. Non subito, solo giorni dopo aver messo mano a quella build. Quando le melodie di Kondo uscirono, finalmente, dalla mia testa e l'entusiasmo per aver messo piede in quella Hyrule che sognavo di vedere da, quasi, trent'anni si placò.
La verità è che Ocarina of Time non ha bisogno di avere ancora qualcosa da dire oggi, perché in realtà non ha mai smesso di dirle certe cose.
Tutto come ce lo ricordavamo, o quasi
La sensazione che ho avuto per tutta la prova, difatti, è stata la stessa di quando giocai la versione per 3DS di Ocarina of Time. Ovvero di essere davanti a un gioco senza tempo, incapace di superare la prova del tempo solo per un'estetica che potrebbe non essere apprezzata dal pubblico di oggi, non per la sua sostanza.
Nintendo, d'altronde, ha sempre ribadito che i remake delle sue produzioni non nascono dalla volontà di cambiare il DNA di un'opera, ma semplicemente di preservarla negli anni, rendendola godibile alle nuove generazioni di giocatori e con il remake di Ocarina of Time ha fatto esattamente questo.
Svecchiarla dove serve, omaggiando con la sua direzione artistica sia il fascino di lunga data di Shigeru Miyamoto per il teatro di marionette (Ningyōgeki), e le rappresentazioni teatrali, influenze che hanno contribuito a concepire personaggi e mondi come "giocattoli in movimento" piuttosto che come rappresentazioni della vita reale, sia quel passato fatto di Karakuri e diorami meccanici che convinse Nintendo ad assumere Eiji Aonuma, oggi produttore generale e supervisore della serie di The Legend of Zelda.
Il sistema di controllo, la Quality of Life e tutti quegli aspetti che ci si aspetta da una produzione del 2026 sono, ovviamente, presenti in questo remake; così come ho potuto scorgere un paio di piccole novità nella piana di Hyrule che, purtroppo, non mi è stato possibile approfondire a dovere (se ne riparlerà in fase di recensione); ma Ocarina of Time non è stato cambiato nella sua struttura.
Gli oggetti si trovano dove erano una volta; i nemici sono gli stessi di un tempo; gli enigmi si risolvono in maniera praticamente identica, al netto di un paio di modifiche logiche per rendere più "logiche" alcune soluzioni. Forse questo è l'unico aspetto che potrebbe rendere meno magica l'avventura di Link a chi l'ha già vissuta innumerevoli volte, ma questo remake non vuole parlare solo a noi.
L'elemento che sorprende è che se in un gioco di, quasi, trent'anni fa andassimo ad ammodernare il sistema di controllo, con molta probabilità romperemmo il gioco, visto che andremmo a incrinare tutta una serie di "stratagemmi da sviluppatore" pensati per sfruttare le limitazioni dell'epoca come elementi di gameplay.
Pensate, per esempio, a rigiocare il primo Resident Evil senza controlli tank, con la possibilità di mirare e camminare nello stesso momento e aggiungendo tutte quelle "regole non scritte" di una produzione odierna. La difficoltà verrebbe letteralmente azzerata.
Nel remake di Ocarina of Time, tutto questo non succede. Link non saltava a comando nel gioco originale, ma solo in momenti predefiniti; eppure non è stato necessario ridisegnare da zero le ambientazioni per aumentarne la difficoltà. Un esempio fra i tanti che si potrebbero fare, paragonando questa nuova versione al titolo originale, per dimostrare che il level design dell'originale è perfetto oggi come allora.
Link è più agile in combattimento, può alternare armi e oggetti più rapidamente, eppure gli scontri non vengono semplificati da queste migliorie. Gli scheletri del Tempio della Foresta rimangono sulla difensiva come allora, i lupi evitano i colpi come nel 1998, il boss ha le stesse fasi e gli stessi pattern di attacco eppure nulla risulta più semplice rispetto al titolo originale, solo meno rugginoso. E credo che basti questo per far capire cosa rende davvero un titolo "senza tempo".
Perché è ancora rilevante?
Un'altra cosa che mi sono chiesto più volte mentre provavo Ocarina of Time è stato come sarebbe stato accolto dai nuovi fan della serie, soprattutto dopo che su Nintendo Switch sono approdati Breath of the Wild e Tears of the Kingdom. Poi mi sono ricordato del remake di Link's Awakening e del più recente Echoes of Wisdom e di come The Legend of Zelda sia uno dei pochissimi franchise che è scivolato solo quando ha insistito nel riproporre una formula troppo a lungo.
Laddove alcune serie sono nate in un modo e non sono mai riuscite a uscire da quei binari (basti pensare a tutti quei franchise che non sono mai riusciti a staccarsi dalle due dimensioni in maniera convincente), The Legend of Zelda ha costantemente cambiato pelle.
Dagli esordi isometrici, fino agli abnormi open world liberamente esplorabili, la serie non ha mai seguito un unico genere. Ha trasposto il suo DNA in esperienze tanto simili quanto diametralmente diverse fra loro, riuscendo quasi sempre a uscirne vincitrice.
Il remake di Ocarina of Time, difatti, non deve essere paragonato con Breath of the Wild e Tears of the Kingdom. Non per una questione di non voler fare paragoni con il passato, ma proprio perché sono giochi diversi, con strutture e scopi totalmente diversi. Ocarina of Time è un action molto lineare. La storia segue dei binari ben precisi, la sfida sale di conseguenza, l'esplorazione degli ambienti maggiormente aperti è parte dell'avventura ma non è l'elemento predominante. È solo un elemento pensato per dare un respiro più ampio, per garantire la giusta immersione del giocatore in quel mondo, per enfatizzare il viaggio dell'eroe.
Mi è bastato girovagare per la piana di Hyrule per capirlo. Un'area molto più contenuta rispetto a quella dei due recenti open world, ma non per questo meno affascinante. Ha i suoi segreti da scoprire, funge da punto di collegamento fra le aree principali dell'avventura e con il suo mutare assieme al passaggio costante fra giorno e notte, restituisce quella sensazione di trovarsi in un mondo vivo.
Allo stesso modo gli enigmi del Tempio della Foresta non risultano scontati, non sono vittima delle facilitazioni odierne, ma non sono mai difficili per il gusto di esserlo, come invece lo erano molti puzzle di quegli anni. Come dicevo prima, al netto di sorprese dell'ultimo minuto, la sfida per chi lo ha già sviscerato in ogni suo pixel negli ultimi decenni sarà quasi nulla, ma sono certo che molte "nuove leve" sbatteranno la testa nel tentativo di districarsi all'interno del Tempio dell'Acqua o alla ricerca degli Skulltula o anche solamente di fronte a un gioco che non ti porta per mano alla prossima meta, ma ti lascia sempre intuire come proseguire.
Ed è proprio per tutti questi aspetti che Ocarina of Time Remake è ancora rilevante oggi come nel 1998. Perché per quanto non arrivi come un fiume in piena, riscrivendo i dogmi degli action in terza persona, è ancora oggi una produzione incredibilmente attuale sotto praticamente ogni aspetto. In poco meno di due ore ho potuto giusto constatare come è stato snellito il tutorial iniziale, come è stata resa più fluida l'esplorazione delle varie aree e come siano ancora attuali i suoi dungeon.
Non ho avuto modo di testare nessuna delle nuove funzioni legate all'ocarina, o di capire se ci saranno effettivamente delle aggiunte in termini di contenuti, eppure già così, pur conoscendone ogni centimetro a memoria, mi ha lasciato quella voglia di "volerne ancora" che solo le opere senza tempo riescono a trasmettere, motivo per il quale sono curioso dell'impatto che avrà in tutti quei giocatori che per la prima volta si addentreranno in una delle produzioni più maestose della storia di Nintendo.