Andateci piano a dire che i videogiochi rendono depressi e ansiosi, dice neuroscienziata

La dottoressa Natasia Griffioen si è espressa sul fatto che la dipendenza da videogiochi sia una malattia ufficialmente riconosciuta, mettendo un freno

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A cura di Stefania Tahva Sperandio - 3 Ottobre 2019 - 13:15

Qualche tempo fa, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha decretato che il disturbo da dipendenza da videogiochi è ufficialmente riconosciuto come tale. Una decisione che ha diviso i membri dell’industria e che, apprendiamo oggi, trova in disaccordo anche la dottoressa Natasia Griffioen, ricercatrice presso GEMH Lab e neuroscienziata. Nel laboratorio, Griffioen si occupa di studi legati a giochi che possano fare bene alla salute mentale – e le sue conclusioni sull’argomento mettono un freno a quanti spesso si grida, additando i videogiochi di essere il problema.

Secondo la dottoressa, infatti, i videogiochi sono solo un mezzo per provare a evadere dalle proprie problematiche, nel caso delle persone che sviluppano una cosiddetta dipendenza. Come spiegato da Griffioen lunedì, durante l’evento Keys to Learn di Ubisoft:

Penso che tutti ci troviamo d’accordo nel dire che ci sono dei casi in cui qualsiasi cosa potrebbe diventare problematica. È come a dire ‘mangiare il cibo ti fa del male’. A volte può fare male, ma altre volte invece no.

Andateci piano a dire che i videogiochi rendono depressi e ansiosi, dice neuroscienziata

L’esempio fornito dalla dottoressa è in effetti molto calzante: quando si sviluppano dei disturbi alimentari, a essere identificati come problema sono i disturbi alimentari, non il cibo in sé – che a loro volta si originano di solito in seguito ad altre tipologie di problematiche.

Griffioen ha aggiunto:

Ci possono essere dei casi di gaming problematico nella società, ma stiamo parlando in realtà di circa l’1, il 2% di tutte le persone che giocano ai videogiochi. C’è sicuramente la possibilità che ci siano queste persone, ma nel complesso ci sono prove davvero esigue a dimostrazione del fatto che i videogiochi siano in grado di creare dipendenza, rispetto ad altri tipi di hobby.

Certo, i videogiochi sono molto amati dalle persone, ma la dottoressa fa notare che, mentre chi passa molto tempo con i videogiochi viene identificato come un possibile “dipendente”, non succede lo stesso, ad esempio, per chi passa molto tempo a leggere:

Ovviamente i videogiochi sono una cosa che piace alle persone, e se ci sono cose che ti piace fare, come leggere libri…  beh, diciamo che nessuno ti direbbe mai che sei dipendente dalla lettura.

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I videogiochi per superare il problema

Attenzione, secondo Griffioen, a mettere in croce i videogiochi perché cause di un problema: secondo la dottoressa, infatti, a volte questi mezzi vengono usati da una persona che soffre di un disturbo per cercare di reagire, per superarlo, per trovare degli stimoli. Privarli di questi stimoli equivarrebbe a rendere più difficile il loro percorso verso un ritrovato benessere:

Dobbiamo essere molto attenti, perché se stigmatizziamo le persone dicendo che sono dipendenti da videogiochi, potremmo togliergli quei videogiochi che magari stavano facendo da meccanismo per superare un problema più profondo e nascosto, come la depressione, o il disturbo d’ansia. Non abbiamo nessuna prova che i videogiochi causino ansia e depressione, ma potrebbe invece essere che le persone si rivolgano a questi per cercare di affrontare questo tipo di disturbi.

Nei giorni scorsi, avevamo parlato del rapporto tra videogiochi e salute mentale, con numerose testimonianze di appassionati da tutto il mondo che avevano raccontato come questo mezzo di comunicazione abbia avuto un impatto positivo sulla loro vita.

Fonte: VGC




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