Speciali 6 min

La ricca fauna dell’online

Non sono un grande consumatore di multiplayer, non è che non mi piaccia confrontarmi con altri giocatori in carne e ossa, ma sono proprio i generi che prediligo – i gestionali e gli strategici lenti e compassati – che mal si sposano con l’arena competitiva. L’estate è però una stagione povera di uscite e le novità si contano sulle dita d’una mano, ma questi mesi sono un ottimo periodo per recuperare tutti gli arretrati e per uscire dai soliti schemi e così, preso dalla noia in una di queste calde serate, ho deciso di rispolverare un bel po’ di titoli prettamente online su cui non mettevo le mani da un po’, convinto di trovare nella compagnia di altri giocatori quel rimedio al tedio provocato dall’afa e dalle zanzare. Mi sbagliavo di grosso: molte delle relazioni – se così le si vuole chiamare – si sono rivelate dei fattori da aggiungere al ronzio degli insetti e all’umidità soffocante. Ciò che si è aperto davanti ai miei (ingenui) occhi è un mondo costellato da vari e improbabili individui, ognuno con le sue sfumature di insulti e rabbia repressa, frustrazione o spiccato spirito autolesionista. Tutti sono ben o male etichettabili in varie categorie, trasversali ai generi videoludici e ai vari titoli: quella che vi propongo è una carrellata di idealtipi che racchiude le figure con cui ci si imbatte giocando online. SPOILER: potreste esserci anche voi.
L’anarchico
L’anarchico è facilmente individuabile ed è quello che gioca solo ed esclusivamente per sé, non segue nessuna tattica e se ne frega bellamente degli obiettivi e della modalità di gioco. Me lo immagino seduto in casa sul suo divano con due segni neri sotto gli occhi e la benda rossa alla Rambo, perché ogni sua azione è unicamente diretta verso l’eliminazione di tutti i nemici, a prescindere da dove siano sulla mappa e dall’utilità che tale strage ha sulla partita. Se finite in un team in cui vi sono più anarchici che disciplinati soldatini, mettete pure il pad sul tavolino e aspettate l’inevitabile sconfitta, visto che quando si tratta di difendere un carico o un’area – vedi Overwatch – costoro vanno a spasso per l’arena, corrono su e giù per gli edifici assetati di sangue, lasciandovi da soli a gestire nemici che vi attaccano da ogni lato nella zona cruciale. Oltre al danno del match perso, quello che lascia veramente l’amaro in bocca è la beffa di vedere questi fastidiosi personaggi senza regole e dio ottenere i punteggi più alti e magari, dall’alto del loro piedistallo, giudicare come insufficienti le prestazioni dei propri compagni, che poveracci hanno la sola colpa di essersi attenuti a delle strategie utili alla vittoria. 

Il Pr0Gam3r
Gioco senza troppe pretese a Rainbow Six Siege, titolo perfetto per questa categoria, ma ammetto di non aver quasi mai provato un senso di inferiorità pari a quello che sento quando vedo la mia squadra tenuta a galla da un unico ninja stoico con mouse e tastiera, capace con le sue abilità di eliminare buona parte dei nemici, disinnescare bombe, salvare ostaggi, far detonare C4 e allo stesso tempo non proferire parola in chat. Lo shooter di Ubisoft è difficile e punitivo, capita di assistere a partite quasi interamente da spettatore perché si viene uccisi con un paio di colpi ad inizio match, eppure il pro gamer rimane freddo come il ghiaccio, non si scompone e con precisione chirurgica rimette in piedi un 1vs5, con tutti i compagni a fare il tifo per lui, un novello Cristiano Ronaldo finito a vestire la maglia della Longobarda. Purtroppo, non sempre la storia ha il lieto fine e il match termina con una cocente batosta, attimi in cui salgono i sensi di colpa per aver gettato male una granata o per aver fatto esplodere una porta al momento sbagliato, mettendo KO i due terzi della squadra: le statistiche di gioco renderanno però giustizia a questi militi ignoti, con dodici uccisioni e tre assist, mentre te ti glorifichi per aver individuato un nemico con il drone di dotazione o per aver spazzato una palla in Rocket League (questo sono io da un paio di giorni a questa parte).
Il gentiluomo
Sono rari i giocatori che non si macchiano di imprecazioni contro le madri degli avversari e dei compagni, ma per fortuna ci sono. Che poi, fortuna mica tanto, visto che spesso sono quelli che ottengono i punteggi peggiori e che non aiutano in alcun modo la squadra, ma loro salutano sempre con un cordiale “gg” o “Well played :)” a fine match, durato sì e no tre minuti e che sfiderei a definire ben giocati. A tali soggetti però non importa, si divertono e tanto basta, se lanci contro di loro degli insulti, questi rimbalzeranno sul loro doppiopetto e ti torneranno contro sotto forma di domanda che ti invita a scusarti, ad argomentare e giustificare tali atteggiamenti, che mal si sposano con la natura innanzitutto ludica del medium. Con loro non vincerai una partita perché la competizione non è nelle loro corde, ma soprattutto ti sentirai in colpa per aver osato solo pensare a quale triste fine vorresti corressero incontro: è una specie che va salvaguardata, non servono a niente, ma è giusto che ci siano. 
Il blasfemo
Diametralmente opposti ai gentiluomini, ci sono i blasfemi, figura ricorrente in tutti i match giocati online, a prescindere dal titolo e dal genere, perché se potessero infilerebbero parolacce anche passando del tempo su qualche videogioco della Lego. Sono contraddistinti da una voce acuta e strillante, che denota la loro infantile virilità e la qualità è una variabile che non c’entra nulla con questa categoria: ho giocato spalla a spalla con utenti che mi hanno insultato svariate volte anche se li guardavo dall’alto verso il basso per il punteggio. Credono che tutti stiano giocando male a parte loro e che la sconfitta derivi solo dalle incapacità altrui, o dal lavoro delle madri dei propri compagni: sì, il lavoro più vecchio del mondo. La cosa che poi mi sorprende è la fantasia e la quantità di insulti con cui riempiono la chat e immagino che abbiano quattro mani per scrivere così tanto e allo stesso tempo giocare. Infine, spesso sono afflitti da manie complottiste, credono che chiunque vinca il match o faccia una serie di uccisioni utilizzi qualche sorta di cheat o di trucco e ne pretendono l’immediata espulsione.
L’italiano
Un nostro compatriota lo si riconosce lontano un miglio, semplicemente perché si ostina a utilizzare solo ed esclusivamente la propria lingua, ignorando o forse fregandosene che nessuno lo capirà mai, chiuso nella sua patriottica bolla. La scena classica in cui mi sono imbattuto in questi giorni è la seguente: “C**o, scortate il carico, io uso il tank per difendere” a cui seguono una serie di: “????”, “Italian retarded” e l’immancabile “cyka blyat”. A questo punto, l’italiano non si perde però d’animo, sono quasi certo che non capisca nemmeno le risposte ricevute e i giustificati interrogativi, e va avanti per la sua strada, dando consigli e suggerendo strategie che cadranno nel vuoto, ostacolate da una barriera linguistica che la sua mente si ostina a non vedere. Quando si incontrano queste macchiette, il miglior atteggiamento è quello camaleontico, confondersi nella mischia e far finta di nulla, unendosi alla discussione evitando di proferire una sola parola in italiano perché, come è nostro uso e costume, il giocatore tricolore cercherà immediatamente di fare comunella con voi, trascindandovi in uno scontro fra culture dove vengono esaltati i peggiori stereotipi.
 
Il casual
Categoria della quale faccio parte anch’io in molti giochi che, per tempo, voglia o innata incapacità, non ho mai approfondito. Siamo delle persone brutte e da evitare anche nelle partite non classificate? In buona parte sì, siamo pressoché inutili, rifacciamo costantemente gli stessi errori e utilizziamo i personaggi in modo totalmente casuale, come se fossero tutti quanti identici, gettandoci a testa bassa contro i nemici pur vestendo i panni di un healer, oppure convinti di infliggere pesanti danni quando il nostro compito sarebbe prima di tutto quello di difendere e di incassare gli attacchi nemici: quante volte siete rimasti interdetti davanti ad uno Zenyatta in versione sbarco in Normandia? Non è una scena così rara. In genere il casual vive il gioco in modo del tutto spontaneo, non scrive una riga in chat, non lo si sente mai al microfono e, per colpa sua, viene abbandonato come un cane in autostrada ad agosto, costretto a terminare la partita da solo perché tutti i suoi compagni sono fuggiti esasperati dalla sua completa incapacità.




L’online è un mondo variopinto, in cui si incontra ogni specie di videogiocatore e prendere parte a dei match in multiplayer è come assistere ad uno spaccato della vita quotidiana, dove ogni utente mette in campo, nel bene e nel male, le proprie attitudini e peculiarità. Le partite potrebbero tranquillamente essere analizzate sotto il punto di vista sociologico per capire quali siano le dinamiche che si innestano mentre il tempo scorre e quali siano i fattori scatenanti di certi atteggiamenti, ed è forse questo l’aspetto che più mi attrae e incuriosisce, al di là della qualità del gioco in sé. L’elenco qua sopra di certo non esaurisce tutte le categorizzazioni della fauna presente in rete, ma sono abbastanza sicuro che molti di voi ci si ritrovano e magari potrebbero allungare la lista con altri esempi provenienti dalla propria esperienza.