Yakuza Kiwami 2 – Il lungo passato del Drago di Dojima

Recensione
A cura di Gianluca Arena - 20 Agosto 2018 - 0:00

Per anni, vittima di stupidi pregiudizi, il sottoscritto si è tenuto alla larga dal sushi, perdendosi una delle prelibatezze della cucina giapponese, solo per poi rendersene conto, alla soglia dei trent’anni, e rimediare, abboffandosi di salmone, tonno e riso ogni volta che se ne presenta l’occasione.
Ecco, Sega con la serie Yakuza ha fatto più o meno lo stesso: dopo aver pubblicato per anni con lunghissimo ritardo le versioni occidentali, lasciando un paio di spin-off confinati al suolo nipponico, la casa di Sonic si è resa conto di quanto il franchise sia amato anche in occidente, ed ha iniziato a sfornare sequel e remake uno dopo l’altro.
Nel giro di un anno e mezzo, noi europei abbiamo potuto godere di Yakuza Zero, del remake del primo titolo, di Yakuza 6 e, da domani, anche di Yakuza Kiwami 2, remake della seconda avventura di Kazuma Kiryu.
E, come per il sushi, di cotanta abbondanza di certo non ci lamentiamo.
Yakuza Kiwami 2 – Il lungo passato del Drago di Dojima

Il passato non perdona

La cura riposta in Yakuza Kiwami 2 è evidente sin dal principio, specificatamente nella scelta di Sega di permettere a quanti vogliano (i neofiti, ma anche coloro che hanno memoria debole) di rivivere tutti gli eventi cardinali del primo capitolo, di cui questo remake è un seguito diretto: molto è accaduto in Yakuza Kiwami, e molto è stato portato via a Kiryu, che pensava di essersi lasciato alle spalle la sua vita da yakuza ed era fermamente convinto di intraprendere una nuova strada con Haruka, più di una figlia adottiva per lui.
Ma il passato, inesorabile, ha per il Drago di Dojima tutt’altri piani: Terada, uomo di fiducia di Shintaro Kazama cui il nostro cede i galloni di Chairman al termine del primo capitolo, viene braccato ed assassinato da sicari inviati dalla Omi Alliance, che spera di approfittare dello stato di riorganizzazione in cui versa il Tojo Clan per appropriarsi dei suoi business e dei suoi territori.
All’alba di quella che potrebbe essere una sanguinosissima guerra tra est ed ovest, con centinaia di morti, Kazuma, incurante dei pericoli e del suo status di civile, decide di tener fede alla promessa fatta a Terada nei suoi ultimi istanti di vita, portando al leader avversario, Ryuji Goda, una proposta di non belligeranza.
Di qui, tra Kamurocho e Sotenbori, si sviluppa un intreccio denso, pieno di figure secondarie e di tradimenti, in pieno stile Yakuza: gli elementi che rendono a tutt’oggi questo secondo capitolo uno dei preferiti dai fan di vecchia data sono soprattutto la coesione del plot, giocato su più linee temporali, e il carisma dell’antagonista, uno dei migliori (se non il migliore in assoluto) che Kazuma Kiryu si è trovato a fronteggiare nella sua lunga epopea.
Goda incarna benissimo il prototipo di uomo d’onore che riesce a far presa sul pubblico nonostante intenzioni e modi tutt’altro che nobili: come i protagonisti dei romanzi di Mario Puzo e i migliori personaggi del franchise di Sega, egli agisce seguendo motivazioni logiche seppure non condivisibili, e condivide con il protagonista una complicata storia personale e abbondanti dosi di dolore e sofferenza, tanto fisici quanto psicologici.
Più sicuro di sé e più strafottente del Nishikiyama visto nel primo episodio, Goda tiene testa a Kiryu per buona parte della storia, prima dell’inevitabile (e spettacolare) scontro finale: se a questo si aggiunge un nuovo capitolo dedicato a Majima Goro, un altro dei pezzi da novanta della serie, ecco che la narrativa di Yakuza Kiwami 2 spicca il volo senza troppa fatica, nonostante un incipit leggermente stereotipato.
Ad aggiungere drammaticità e peso alle numerosissime scene di intermezzo, poi, ci pensa lo splendore del Dragon Engine, già visto all’opera nel recente sesto episodio, che rimodella i volti dei personaggi e dona loro un’espressività senza pari nell’attuale panorama videoludico.
Sui dettagli tecnici, comunque, torneremo più avanti: ai nostri lettori basti sapere che la storia che sorregge questa avventura è una delle migliori dell’intera serie e li avvincerà fino ai titoli di coda.
Yakuza Kiwami 2 – Il lungo passato del Drago di Dojima

I passatempi di uno yakuza

Liquidare il gameplay di Yakuza Kiwami 2 con un laconico (ma abbastanza esauriente) “è uguale al precedente, ma meglio” rappresenta una tentazione forte, visto che Sega, con questi suoi remake, sta uniformando certe meccaniche di gioco della serie e ne sta esaltando la natura da gioco di ruolo d’azione, con una maggiore attenzione alla crescita del personaggio rispetto agli originali PS2.
Eppure, a banalizzare i tasselli che compongono il gameplay di Yakuza Kiwami 2 si farebbe un torto non solo al team di sviluppo, ma anche ai numerosi neofiti che, non conoscendo la serie, potrebbero essere attratti dalla sua nuova veste grafica e da tutta una serie di cosiddetti quality of life improvements portati in dote dal lavoro di restauro operato da Sega.
Giocato a pochi giorni di distanza dalla raccolta dedicata a Shenmue, il prodotto di Nagoshi-san mette ancora più in evidenza i propri legami con quella serie seminale, ponendo forte l’accento sulla varietà di cose da fare e sulle interazioni tra il giocatore e tutto il mondo attorno a lui, tanto limitato nelle dimensioni quanto realistico, vivo, tangibile.
Che sia perdendo un intero pomeriggio a giocare a golf tra il verde di Sotenbori, migliorando i propri record a Virtual On o arricchendo il proprio cabaret (e non uno qualsiasi, ma il Four Shine, già diretto con maestria da Majma in Yakuza Zero), Yakuza Kiwami 2 lascia sempre un mare di piacevoli alternative al ritmo forsennato della sua campagna, equamente divisa tra lunghi dialoghi tendenti al melodrammatico, come sempre ottimamente recitati da attori digitali ormai indistinguibili da quelli reali, e combattimenti brutali ed estremamente fisici.
Da questo punto di vista, nonostante il nuovo motore fisico non sia esente da pecche, questo capitolo propone il meglio che la serie ha offerto fin qui: la fluida transizione tra le fasi di esplorazione ed i combattimenti non solo giova enormemente ai tempi di gioco, ma rende ogni scontro diverso da quello che lo ha preceduto, rimediando, almeno in parte, ad uno dei problemi storici della saga, ovvero la ripetitività.
Gonfiare come zampogne i visi di malcapitati bulli di periferia sulla soglia di un Don Quixote, utilizzando le merci esposte come armi improvvisate, restituisce sensazioni radicalmente differenti dal farlo sotto la pioggia battente, a mani nude, potendo contare solamente su un motorino (?!) incautamente parcheggiato nelle vicinanze: certo, come per gli scontri di routine in ogni gioco di ruolo mai creato, la cosa alla lunga verrà a noia, ma non si può non dare atto al team di sviluppo di aver aumentato la varietà di situazioni, anche grazie all’accresciuto numero di mosse finali e contestuali utilizzabili per chiudere gli scontri.
Sono aumentati anche gli equipaggiamenti disponibili nei vari negozi sparsi per la mappa, con benefici tangibili in termini di profondità e di scelte strategiche per il giocatore: sebbene al livello di difficoltà standard il titolo non impegni mai in maniera esagerata, a Difficile certi boss sono davvero degli ossi duri, e portarsi dietro l’equipaggiamento più adatto (scelto tra spade, bastoni, pugnali da lancio, segnaletica stradale verticale (?!), katane, biciclette, cassette della frutta e tanto altro ancora) può significare evitare un game over.
Baseball, chat con signorine discinte, karaoke, una versione ampliata del Clan Creator già visto in Yakuza 6, una (breve) storia inedita che ruota attorno a Majima Goro e una marea di storie opzionali, che offrono un divertente spaccato dell’eccentricità nipponica, sono solamente alcuni dei gustosi contorni che accompagnano il piatto principale, che rimane la campagna, probabilmente una delle migliori dell’intero franchise per intensità e varietà.
Tra i pochi difetti, annoveriamo l’assenza degli stili multipli di combattimento, già eliminati nel sesto capitolo e che, invece, avrebbero garantito ulteriore varietà alle fasi action del gioco, e l’assenza di elementi davvero innovativi, che avrebbero potuto far cambiare idea a quanti non abbiano mai digerito questa versione nipponica de “il Padrino”: entrambe queste pecche, comunque, non detraggono dall’esperienza di gioco nel suo complesso, che rimane longeva, variegata e dannatamente appagante.
Yakuza Kiwami 2 – Il lungo passato del Drago di Dojima

Un engine degno di un dragone

Mosso dallo stesso engine visto all’opera per la prima volta in Yakuza 6 The Song of Life, qui ulteriormente rifinito visto l’anno intercorso tra la pubblicazione giapponese del summenzionato e di Yakuza Kiwami 2, questo remake del secondo capitolo è, senza tema di smentita, l’episodio più bello da vedere nella lunga storia del franchise: dai riflessi del rinnovato sistema di illuminazione dinamica agli effetti di luce, dalle espressioni facciali all’arricchito comparto animazioni, tutto porta nella direzione di un prepotente, e benvenuto, ammodernamento dell’estetica della serie.
E non parliamo solamente di abbellimenti estetici, pur molto importanti in un titolo che fa dell’espressività dei volti e della drammaticità delle cutscene dei marchi distintivi, ma anche di aggiunte che vanno ad impattare in maniera decisiva sul gameplay, come già evidenziato nel paragrafo precedente: potersi godere Kamurocho senza un mare di caricamenti e non dover interrompere le fasi di esplorazione per impartire una lezione agli innumerevoli buzzurri da strada che ne popolano i vicoli non ha prezzo, e costituisce un esempio lampante di come la tecnica possa (e debba) mettersi al servizio del gameplay.
Ai fan di lunga data della serie, capaci di divertirsi anche con le prime incarnazioni del franchise su PS2, decisamente grezze a livello tecnico, non sembrerà vero di assistere ad un tale spettacolo visivo
Su PS4 Pro, piattaforma utilizzata per l’analisi, non abbiamo peraltro riscontrato alcun calo di framerate né bug di sorta, a testimonianza di come Sega stia davvero curando ogni minimo dettaglio, anche in fase di ottimizzazione, per far sì che il franchise ottenga in occidente il medesimo successo tributatogli dal pubblico nipponico.
Anche in assenza di qualsivoglia localizzazione italiana (parlato giapponese e testi in inglese, come al solito), non si possono non apprezzare le prove recitative degli attori e, a monte, la scelta delle voci, che rimbombano come campane nei momenti carichi di pathos e divengono un sibilo appena udibile quando la situazione volge al triste.
Praticamente impossibile quantificare la durata complessiva del prodotto, a causa di un’offerta ludica diversificata e sconfinata: a voler solamente portare a termine la storyline principale si potrebbero impiegare circa venticinque ore, ma coloro i quali volessero perdersi in un Sega Club e macinare record a Virtua Fighter 2 o portare a termine la maggior parte delle substories potrebbero tranquillamente raddoppiare il tempo di gioco.

Narrativamente appagante
Sistema di combattimento brutale e impreziosito da un’ottima fisica
Espressioni facciali e impatto grafico splendidi
Aggiunte di rilievo in quasi tutti i campi rispetto all’originale


Più un’evoluzione che una rivoluzione
Gli stili di combattimento multipli avrebbero impreziosito ulteriormente il combat system


8.5

Qui lo diciamo e qui lo neghiamo: Yakuza Kiwami 2 è il miglior episodio del franchise fin qui, perché unisce tutte le migliorie e gli accorgimenti già visti nel precedente titolo allo splendore del Dragon Engine, che porta la serie ad un altro livello sotto tantissimi punti di vista, dalle animazioni alla conta poligonale, passando per l’assenza di transizioni sia in fase di esplorazione sia in combattimento.
Se a questo si aggiunge quanto di buono c’era già nel secondo capitolo della serie, amatissimo dai fan di vecchia data e ritenuto (a ragione, secondo noi) uno dei migliori episodi (se non il migliore in assoluto) in termini di varietà, impatto narrativo e caratterizzazione dei personaggi, ecco che non stupisce che il risultato finale sia un action rpg diverso da tutti gli altri, capace di impreziosire la sempre più stratosferica libreria di Playstation 4.
E la bella notizia è che, tra l’assenza degli stili di combattimento e una certa stagnazione delle meccaniche alla base del gameplay, c’è ancora margine di crescita per il futuro.




TAG: yakuza kiwami 2