Tropico 6 Recensione | La dura vita di El Presidente

Tra qualche novità e tradizione, torna il cinico senso dell'umorismo di Tropico

Recensione
A cura di Daniele Spelta - 29 Marzo 2019 - 10:00

Di questi tempi mi vergogno a professare la mia incondizionata simpatia per un dittatore, ma nel caso di El Presidente sono certo che verrei ampiamente scusato e anzi troverei parecchi sodali di quello strambo emulo di Woody Allen nel suo stato libero di Bananas. Nei suoi atolli caraibici, il despota di Tropico è diventato nel corso degli anni un’istituzione riconosciuta nel mondo dei gestionali e questo sesto capitolo conferma la longevità di una serie oramai entrata nel cuore dei giocatori grazie al suo caustico senso dell’umorismo e ai suoi toni parodistici. Nonostante il passaggio di consegna da Haemimont Games a Limbic Entertainment, la vita di El Presidente non è cambiata di molto e il realismo politico la fa ancora da padrone, ma non pensiate che le giornate trascorrano tranquillamente fra un oppositore incarcerato e un golpe sventato: nella vostra testa forse la quotidianità di un dittatore è tutta commercio clandestino, gioco d’azzardo e cocktail dal tetto del proprio sontuoso palazzo vista favelas, ma la realtà è molto più cruda e serve essere dei veri equilibristi per fregare tutti e non scontentare nessuno.

Sull’onda del passato

Questo nuovo capitolo si innesta all’interno della serie come una sorta di continuum rispetto al passato, non recide le sue origini e il cuore dell’esperienza resta quel mix fatto di city building, gestione economica e perfetto doppiogiochismo per sfruttare tutti i sostegni politici esteri ed interni. Ciò non significa però che non ci siano state delle innovazioni e dei passi in avanti verso delle nuove e sempre più stravaganti forme per controllare e dirigere la propria isola tropicale dei sogni. Anzi, qui occorrerebbe dire arcipelago dei sogni.

Il map design è sicuramente il vero punto di rottura e, a differenza di un unico insediamento da sviluppare all’interno di un territorio uniforme, qui gli aspiranti despoti dovranno convivere con aree decisamente più frastagliate e ricche di risorse e sfide. Non si tratta solo di una mera frammentazione, ma di un level design completamente inedito e che richiede numerosi accorgimenti da dover adottare per creare un sistema produttivo e commerciale capace di generare profitti. Le mappe godono ora di una decisa verticalità dove, nei periodi più avanzati, trovano spazio teleferiche e tunnel che scavano direttamente attraverso i monti, evitando così quei fastidiosi comparti stagni che spezzano il territorio in tante piccole aree semi-indipendenti.

Qui la parola d’ordine è sinergia. Per fare del cioccolato servono zucchero e cacao, ma non tutte le isole garantiscono la stessa fertilità a queste due materie prime. Ecco che bisogna cercare le zone adatte sparse su tutto l’arcipelago, per poi dirottare tutte le risorse tramite navi e camion in un punto nevralgico rappresentato dalla fabbrica stessa. Una volta ottenuto il bene ci si deve dirigere al porto, aspettare un cargo e quindi incassare gli introiti dello scambio commerciale. Prendete questa operazione, estendentela ed espandetela a più sistemi di produzione ed avrete in sostanza Tropico 6.

Un popolo felice per una grande dittatura

La “rottura” della mappa evita però saggiamente quei fastidiosi e continui accorgimenti infrastrutturali causati da ponti monchi, strade che finiscono nel nulla e casse svuotate dalla creazione e immediata cancellazione di vie di comunicazione: qui basta tirare una lingua d’asfalto e, passando sopra uno specchio d’acqua, automaticamente quest’ultima si trasforma in un ponte, per poi tornare al suolo appena si tocca terraferma.

Le facilitazioni urbanistiche sono numerose, con tanto di griglie per posizionare al meglio case, fabbriche e le altre costruzioni, ma non sono sufficienti a rendere le città dei luoghi utopici e perfettamente ordinati: pur nella buona varietà di edifici e strutture, Tropico 6 non primeggia per il colpo d’occhio fornito e non è circondato da quell’effetto diorama tipico ad esempio di Cities: Skyline. Non mancano inoltre sgraziate compenetrazioni poligonali, con navi che attraversano come dei fantasmi i porti, e altre stranezze come abitanti che avanzano per le vie facendo il moonwalk.

Come i suoi predecessori, anche Tropico 6 nasconde un’inaspettata profondità e articolazione se si scava sotto le freddure e i motti propagandistici ripetuti di frequente alla radio, con una componente economico-gestionale che si sviluppa su più strati e in cui occorre sempre saper trovare la chiave di lettura esatta per mettere al loro posto tutte le variabili che compongono una lunga catena causa-effetto.

Quale è la base per una solida dittatura? Una florida economia e un popolo felice e con la pancia piena, senza badare a sottigliezze o alla propria morale. Le tasche dei cittadini di Tropico sono però spesso vuote ed ecco perché il commercio è l’unico vero modo per avere entrate costanti nelle casse dello stato, con le esportazioni che rappresentano la maggiore fonte di introiti. A queste si aggiungono poi delle soluzioni meno eleganti, come i raid che partono dal covo dei pirati e che ritornano carichi di bottini di ogni genere, dal mais al cacao, dall’acciaio all’oro, ma può capitare che qualche spedizione riporti verso l’isola alcune delle meraviglie sparse per il mondo, edifici speciali – e new entry – che aumentano l’attrattività turistica dell’isola. Chi è meno affidabile e pulito di un marinaio con uncino e occhio sulla benda? Un broker impomatato e nuovo attore nell’atollo caraibico, il solito tizio senza scrupoli che, oltre a fornire obiettivi e missioni al limite della legalità, dà anche un rapido accesso ad una serie di facilitazioni e modi per far valere il proprio conto svizzero.

Le insidie per l’ascesa di El Presidente possono però venire da ovunque, sia dalle superpotenze irritate da qualche comportamento non troppo ortodosso, sia da cittadini che osano lamentarsi solo per dei turni massacranti e per delle paghe misere, pronti a voltare le spalle al palazzo tramite elezioni oppure con più cruenti sommosse. Certo, alle volte capita che proprio quell’oppositore politico finisca per sbaglio in pasto agli squali o che vengano trovate delle misteriose carte che incriminano il leader dei capitalisti, ma non è sempre sufficiente lavorare sottobanco per garantirsi il posto di lavoro.

Prima di tutto la chiarezza

Il migliore alleato del dittatore virtuale è sicuramente l’interfaccia di gioco chiara ed immediata, con i vari menù disposti in ordine e dove trovano spazio tutti i vari edifici, suddivisi nelle sotto-categorie e accompagnati da una descrizione che ne esemplifica gli input e gli output, le ricerche, gli editti da emanare e le politiche per il proprio stato canaglia. Non tutte queste categorie sono però ricche allo stesso modo: se per le costruzioni, a parte qualche ovvio DLC che arriverà in futuro, non ci si può di certo lamentare, appaiono invece più lacunosi gli editti utili per dirigere la nazione, ridotti ad una manciata di bonus/malus da attivare all’occorrenza.

Per guidare Tropical Island verso il sol dell’avvenir ci sono poi le indispensabili mappe di calore, guide attraverso cui interpretare al meglio le conformazioni morfologiche dei terreni e piazzare così le varie piantagioni in aree dalla massima fertilità, le miniere esattamente sopra i giacimenti e i moli dei pescatori nelle zone con più fauna marina. Ci sono poi indicatori per la felicità del popolo, delle relazioni con gli altri stati e tutta una serie di dati utili per capire se si sta seguendo la giusta strada o se ben presto il nome di El Presidente rotolerà nel fango. Questi strumenti sono quasi sempre sufficienti, ma non mancano fasi più critiche durante le quali occorre scendere a compromessi con una microgestione che costringe a lavorare su il singolo cittadino o su un preciso edificio, come quando le ciminiere della centrale elettrica tacciono e non c’è nessun lavoratore presso i macchinari.

In Tropico 6 convivono presente e passato e proprio da quest’ultimo proviene il sistema delle epoche, ciascuna con le sue peculiarità ed attori, dalla Corona durante gli anni del colonialismo, ai due blocchi orientale e occidentale in Guerra Fredda, passando per l’Asse e gli Alleati in quella che dovrebbe essere l’età delle guerre mondiali. Il condizionale è però quanto mai d’obbligo, viste le molte licenze poetiche prese da Tropico 6, dove ogni epoca ha ben poco in comune con quella studiata sui libri di storia. Sarebbe però da ipocriti lamentarsi e il titolo di certo non ha alcuna pretesa didattica. Infine, un altro gradito ritorno sono i discorsi elettorali, utili per convincere il popolo a mettere una X accanto al nome di El Presidente ai seggi, ma che nascondono parecchie insidie nel caso in cui non vengano mantenute le promesse fatte dal balcone del palazzo. La dimora del despota può ora essere personalizzata in modi stravaganti ed eccentrici, una piacevole introduzione estetica senza troppe pretese.

Tutti questi ingredienti concorrono nelle due – tre, considerando il multiplayer – modalità di gioco: la partita sandbox e le missioni. Sulla prima non c’è molto da dire ed è il classico match in cui definire nel dettaglio tutte le variabili di gioco, come le dimensioni della mappa, la difficoltà, l’aggressività delle potenze straniere e via dicendo, oppure in cui partire direttamente da uno degli arcipelaghi presenti di default nel gioco o da quelli che verranno aggiunti dalla stessa community. Le missioni sono invece degli scenari indipendenti, ciascuno con un suo setting, con i suoi obiettivi e con una lontana parvenza di narrazione, ma nulla di paragonabile ad una campagna lineare con tanto di trama e sviluppo di personaggi. Questa suddivisione garantisce una certa varietà di approcci, ma priva Tropico 6 della sua assurda mitologia e avvicina fin troppo le missioni a delle partite sandbox standard.

+ Un complesso gestionale a dispetto dei toni scanzonati
+ UI chiara e con tutte le informazioni al posto giusto
+ Ottimo lavoro sul design delle mappe
+ Qualche gradita novità...
- ... Ma sempre nell'ottica del tradizione
- Manca una vera e propria campagna
- Qualche traccia di microgestione

7.7

A prescindere da chi ci fosse in cabina di regia, la serie di Tropico ha sempre mantenuto uno standard qualitativo più che buono e anche questo sesto capitolo, affidato a Limbic Entertainment, rispetta la tradizione fatta di cinico senso dell’umorismo e profondità strategica. Dall’altra parte non si può certamente parlare di un cambio di marcia: qualche ottima novità c’è, come tutto il lavoro svolto a livello di map design e l’abbondanza nella scelta degli edifici, ma sotto questa spolverata di innovazione resta sempre il medesimo sostrato fatto di gestione economica e spietato realismo politico, con lo spettro di qualche DLC che già campeggia all’orizzonte. Ma in fin dei conti va bene così, ormai Tropico ha una sua storia alle spalle, consolidata e apprezzata dalla sua fan base e poi è impossibile non amare El Presidente.




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