C'era una volta una certezza incisa sul retro delle confezioni di plastica che mettevamo sugli scaffali: quello che c’era sul disco era il videogioco. Nel bene e nel male, con le sue virtù e i suoi bug immodificabili, il disco rappresentava l’opera finita, il lavoro compiuto da un team di sviluppatori che consegnava al pubblico il miglior prodotto possibile in quel preciso momento storico.
Se il gioco era rotto, rimaneva rotto; se era un capolavoro, brillava immediatamente di luce propria senza bisogno di un’infrastruttura di supporto. Oggi, in questo panorama iper-connesso, quel concetto di "prodotto finito" è stato metodicamente smantellato e sostituito da un’ipoteca sul futuro.
Quando oggi acquistiamo un titolo al day one (sborsando la cifra record di ottanta euro per le edizioni standard), non stiamo quasi mai comprando l’oggetto che abbiamo davanti agli occhi, ma bensì stiamo acquistando un’intenzione, una cambiale d’onore, un abbonamento a lungo termine sulla fiducia.
In realtà, stiamo pagando a prezzo pieno il diritto di partecipare a un cantiere aperto, confortati dalla promessa implicita (e talvolta persino sbandierata nei trailer) che quel software impreciso, povero di contenuti o funestato da problemi tecnici diventerà un capolavoro straordinario tra diciotto o ventiquattro mesi. Praticamente ci siamo trasformati a finanziatori a fondo perduto, cavie paganti di un sistema che ha trasformato la mancanza di rifinitura in un modello di business.
L'eredità di No Man's Sky e Cyberpunk 2077
Quando Hello Games lanciò No Man's Sky nell'ormai lontano 2016, l'impatto con la realtà fu piuttosto shockante. Il gioco prometteva un universo infinito ricco di funzionalità che semplicemente non esistevano all'interno del codice inviato nei negozi. Quello che seguì fu un lavoro titanico di recupero: anni di aggiornamenti gratuiti, espansioni monumentali e riscritture del gameplay che hanno trasformato quel titolo in un punto di riferimento per il genere fantascientifico. Una storia bellissima di dedizione e rispetto verso la community, senza dubbio.
Tuttavia, il successo comunicativo di quel percorso di redenzione (replicato anni dopo da CD Projekt RED con Cyberpunk 2077 dopo il disastroso lancio console del 2020) ha innescato un cortocircuito psicologico devastante nei consigli di amministrazione dei grandi publisher.
Le aziende hanno compreso che il pubblico è disposto a perdonare tutto, purché gli si prometta un futuro migliore. Il messaggio subliminale passato nell'immaginario collettivo è diventato pericolosissimo: "Lanciamo pure il gioco adesso per soddisfare la trimestrale con gli azionisti; tanto se è incompleto o rotto ci scuseremo con una lettera a sfondo nero sui social, pubblicheremo una tabella di marcia di aggiornamenti e tra due anni verremo celebrati come eroi che non hanno abbandonato la nave".
Il caso isolato della redenzione virtuosa si è così trasformato in una strategia sistemica. La patch correttiva del primo giorno non è più una rete di salvataggio d'emergenza per piccoli errori sfuggiti al controllo qualità, ma la prima pietra di una lunga opera di ristrutturazione che il cliente finale è chiamato a finanziare di tasca propria.
Prima ancora che il giocatore abbia potuto toccare con mano le fondamenta del sistema di combattimento o verificare la tenuta della narrazione, i publisher mostrano orgogliosi colorati diagrammi temporali che promettono contenuti per i successivi due anni: nuove mappe in arrivo a sei mesi dal lancio, personaggi aggiuntivi nel quarto trimestre, modalità inedite previste per l'anno successivo e riscritture dell'interfaccia distribuite gradualmente.
La roadmap è la versione patinata e aziendale del "lavori in corso". È uno strumento ipnotico progettato per spostare costantemente l'asticella della soddisfazione del cliente un metro più in là. Se il gioco al lancio vi sembra spoglio, ripetitivo o privo di un endgame dignitoso, la colpa viene implicitamente rinfacciata all'impazienza dell'utente: basta guardare la Roadmap per capire che il vero gioco comincerà solo tra sei mesi.
Questo meccanismo ha contagiato anche produzioni che non nascono dichiaratamente come giochi di servizio. L'etichetta dell'Accesso Anticipato (il famoso Early Access), un tempo ristretta al panorama indipendente per permettere a piccoli studi senza budget di sopravvivere grazie al sostegno della community, è diventata una comoda foglia di fico concettuale usata anche da grandi produzioni per giustificare carenze strutturali, mancanze di bilanciamento e vuoti di contenuti che un tempo avrebbero decretato il fallimento commerciale immediato dell'opera.
Ci troviamo nella paradossale situazione per cui chi acquista un videogioco al momento del suo debutto riceve l'esperienza peggiore possibile al prezzo più alto possibile, mentre chi decide di aspettare due anni recupera la versione perfetta, rifinita, arricchita di contenuti e spesso scontata del settanta percento.
La psicologia del FOMO e l'alibi del supporto a lungo termine
Se la ragione economica ci suggerisce chiaramente che acquistare un gioco al Day One è oggi un'operazione irrazionale, qual è la molla psicologica che continua a spingere milioni di persone a cadere nella trappola della promessa?
La risposta risiede nella manipolazione della Fear Of Missing Out (FOMO), ovvero la paura viscerale di essere tagliati fuori dal discorso collettivo nel momento esatto in cui avviene. I social network, le piattaforme di streaming come Twitch e i forum dedicati trasformano la prima settimana di lancio di un grande titolo in un evento culturale imperdibile. Vogliamo esserci, vogliamo dire la nostra, vogliamo vivere l'esperienza insieme alla community nel momento di massima risonanza mediatica.
I publisher fanno leva su questa urgenza sociale per vendere un prodotto che non è ancora pronto. Ci convincono che far parte della "viaggio" di sviluppo, vedere il gioco evolversi patch dopo patch e interagire con i forum di feedback ci renda parte attiva della creazione del titolo.
Ci vendono l'illusione di essere co-autori di un'opera, quando in realtà stiamo semplicemente svolgendo gratuitamente il lavoro di garanzia della qualità che un tempo veniva affidato a reparti interni di professionisti retribuiti.
Inoltre, si è creata una strana forma di empatia tossica verso le grandi aziende. Giustifichiamo la pigrizia o la fretta dei lanci dicendo a noi stessi che "i giochi moderni sono troppo complessi da sviluppare", dimenticando che quella complessità e quelle scadenze insostenibili sono decisioni strategiche prese dalle dirigenze, non incidenti inevitabili della natura.
Riconquistare il valore del presente
Continuare ad accettare la logica della promessa significa condannare il medium videoludico a una perenne mediocrità d'ingresso. Fintanto che i bilanci aziendali mostreranno che i picchi di vendite si registrano nei primi tre giorni di lancio sulla base di trailer patinati e promesse di supporto futuro, non ci sarà alcun incentivo industriale a consegnare software completi, puliti e ricchi al momento dell'uscita.
È tempo di esercitare il potere più grande in nostro possesso come consumatori e come appassionati: l'esercizio del senso critico nel presente.
Un videogioco deve essere giudicato, valutato e sborsato esclusivamente per quello che offre nel momento in cui il codice viene scaricato sui nostri SSD o il disco entra nella console. Non per le dichiarazioni d'intenti del direttore creativo, non per le tabelle di marcia pubblicate su X, non per la speranza che una patch futura sistemi un sistema di illuminazione che fa crollare i fotogrammi a ogni scontro a fuoco.
Smettere di finanziare il futuro significa prenderci cura del presente e in parte significa premiare gli studi di sviluppo che hanno il coraggio di rimandare un titolo di un anno pur di consegnare un'opera finita e impeccabile; significa riscoprire la bellezza dei giochi che non pretendono di occupare la nostra vita per i prossimi tre anni con contenuti diluiti, ma che ci regalano un'esperienza memorabile dal primo all'ultimo minuto fin dal giorno del loro debutto.
La prossima volta che vi troverete di fronte alla tentazione di effettuare il pre-ordine di un titolo promettente ma visibilmente zoppicante, fate un passo indietro. Lasciate che la promessa si trasformi in realtà, lasciate che gli sviluppatori completino il loro lavoro e che il tempo galantuomo dimostri la bontà del progetto, altrimenti c'è il rischio che finisca come un certo Enotria.
Perché il nostro tempo e il nostro denaro sono risorse reali e presenti; ed è decisamente giunto il momento di smettere di barattarle per il miraggio di un futuro che potrebbe non arrivare mai.