C’è qualcosa di strano nel modo in cui l’industria dei videogiochi ha iniziato a gestire il tempo. Non il tempo dello sviluppo (quello è sempre stato lungo, complicato, spesso imprevedibile) ma il tempo della comunicazione.
L’annuncio, un tempo momento culminante di un percorso ormai avviato, oggi è diventato l’inizio di un’attesa che può durare anche un decennio.
E quando succede, quando un gioco viene mostrato al mondo e poi scompare per anni senza lasciare tracce concrete, la domanda diventa inevitabile: perché annunciare videogiochi se poi spariscono?
Chi l'ha visto?
La questione è tornata ciclicamente a galla negli ultimi anni, ma pochi casi sono diventati simbolici quanto quello di The Elder Scrolls VI. Durante l’E3 2018, Bethesda decise di chiudere la propria conferenza con un teaser di pochi secondi: una carrellata su un paesaggio fantasy, un titolo gigantesco e una promessa di eccellenza (e vorrei ben vedere).
Non c’erano personaggi, non c’era gameplay, non c’era nemmeno una finestra di uscita. Era, sostanzialmente, un modo per dire al pubblico: sì, lo sappiamo che lo volete, prima o poi arriverà.
All’epoca sembrò quasi un gesto di trasparenza. Dopotutto la serie era ferma dal 2011, anno di uscita di The Elder Scrolls V: Skyrim (che trovate oltre lo scontato a questo indirizzo), uno di quei titoli destinati a trasformarsi in fenomeno culturale oltre che commerciale. Dopo anni di porting, remaster e versioni per qualsiasi piattaforma esistente, la domanda era diventata inevitabile: che fine ha fatto il prossimo capitolo?
Bethesda rispose con un teaser. Il problema è che, a distanza di anni, quel teaser rimane praticamente l’unica cosa concreta che abbiamo.
Nel frattempo è uscito Starfield, l’industria è cambiata radicalmente, le acquisizioni miliardarie hanno ridisegnato gli equilibri del mercato e il ciclo tecnologico delle console si è allungato come non era mai successo prima. Eppure The Elder Scrolls VI continua a esistere quasi esclusivamente come concetto. Una promessa sospesa. Ed è proprio qui che si inserisce il problema più grande: l’annuncio anticipato non è più un’eccezione, è diventato la norma.
Non è difficile capire perché succeda. L’industria dei videogiochi vive sempre più di percezione. Gli studi devono rassicurare gli investitori, i publisher devono dimostrare di avere un futuro ricco di progetti e le piattaforme devono convincere il pubblico che il loro ecosistema avrà sempre qualcosa di grande all’orizzonte.
In questo contesto, annunciare un gioco diventa una forma di assicurazione: una promessa che serve a stabilizzare l’immaginario dei giocatori.
Quando Bethesda mostrò The Elder Scrolls VI, lo fece esattamente con questo obiettivo. La community aveva iniziato a temere che la serie fosse stata messa in pausa indefinitamente per concentrarsi su altri progetti. Bastò un logo su uno sfondo montuoso per dissipare quei dubbi. Il messaggio era semplice: la saga non è morta.
Il problema non è solo Bethesda, ovviamente. Basta guardarsi intorno per accorgersi che l’industria è piena di giochi annunciati e poi inghiottiti da lunghi silenzi. Beyond Good & Evil 2 è diventato quasi una leggenda metropolitana dopo la sua resurrezione durante l’E3 2017 da parte di Ubisoft.
Metroid Prime 4 è stato annunciato da Nintendo con un semplice logo prima di essere completamente riavviato nello sviluppo. E potremmo continuare con esempi che attraversano intere generazioni di console.
Quello che colpisce non è tanto il fatto che i videogiochi richiedano anni per essere completati, è sempre stato così. Quello che colpisce è la distanza crescente tra il momento dell’annuncio e quello della reale esistenza pubblica del progetto.
Una volta, quando un gioco veniva mostrato, significava che lo sviluppo aveva raggiunto una certa stabilità. Oggi, spesso, significa semplicemente che qualcuno ha deciso che è il momento giusto per parlarne.
La conseguenza è una sorta di limbo comunicativo in cui i titoli esistono ufficialmente ma non esistono davvero. Non vengono cancellati, non vengono aggiornati, non vengono mostrati. Rimangono lì, sospesi tra una promessa passata e un futuro indefinito.
Questo fenomeno ha effetti curiosi anche sulla percezione del pubblico. Nei primi mesi dopo un annuncio l’entusiasmo è sempre altissimo. Si analizzano i trailer fotogramma per fotogramma, si costruiscono teorie, si immaginano meccaniche di gioco. Ma se il silenzio dura troppo a lungo, quell’entusiasmo si trasforma lentamente in scetticismo.
Non è rabbia, e no, non è nemmeno frustrazione. È una specie di stanchezza. Perché ogni volta che l’industria annuncia qualcosa troppo presto, chiede ai giocatori di investire attenzione su un oggetto che potrebbe non materializzarsi per anni. E in un mercato saturo di informazioni, trailer e promesse, l’attenzione è una risorsa sempre più fragile.
Il paradosso è che questa strategia nasce spesso con l’intenzione opposta: mantenere viva la conversazione. Ma quando il silenzio si allunga troppo, l’effetto diventa esattamente il contrario. L’assenza di aggiornamenti non alimenta l’hype, lo consuma lentamente.
Il caso di The Elder Scrolls VI è emblematico proprio per questo. Non perché sia l’unico progetto in sviluppo da molti anni, ma perché rappresenta una delle saghe più amate e longeve di sempre. Quando un titolo con un peso storico simile viene annunciato e poi lasciato in sospeso per così tanto tempo, inevitabilmente diventa il simbolo di una dinamica più ampia.
E a quel punto la domanda iniziale torna a farsi sentire con ancora più forza: che senso ha annunciare qualcosa così presto? La risposta, probabilmente, è che per le aziende ha molto senso. Gli annunci creano aspettativa, stabiliscono una roadmap mentale per il pubblico e permettono ai publisher di occupare spazio nel ciclo mediatico dell’industria. In altre parole, servono a dimostrare che il futuro esiste. Ma il rischio è che quel futuro diventi troppo lontano per essere credibile.
Quale soluzione?
Negli ultimi anni alcuni studi hanno iniziato a muoversi nella direzione opposta. Rockstar Games, per esempio, ha trasformato la comunicazione dei suoi titoli in un evento rarissimo ma potentissimo, riducendo al minimo la distanza tra annuncio e uscita effettiva. Quando finalmente ha mostrato Grand Theft Auto VI, lo ha fatto con un trailer capace di monopolizzare la conversazione globale nel giro di poche ore.
Forse non è un modello replicabile da tutti (anzi, da nessuno), ma suggerisce una direzione interessante. In un’epoca in cui l’industria comunica costantemente, il vero valore potrebbe tornare a essere la rarità. Annunciare meno. Mostrare di più.
Perché ogni volta che un gioco viene rivelato con troppi anni di anticipo, si crea una crepa nella relazione tra chi sviluppa e chi aspetta. Una crepa piccola, spesso invisibile, ma destinata ad allargarsi se il silenzio diventa la regola.
E allora torniamo al punto di partenza. Non c’è niente di sbagliato nel voler dire al pubblico che un progetto esiste. I videogiochi sono opere enormi, complesse, e a volte è comprensibile voler condividere il percorso fin dalle prime fasi. Ma se quell’annuncio diventa l’unico momento concreto per anni, rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso da una promessa. Rischia di diventare un ricordo.
E in un’industria che vive di entusiasmo, hype e attesa condivisa (specie sui social), non c’è niente di più pericoloso di un gioco che smette di essere atteso e inizia semplicemente a essere dimenticato.