Non troppi anni fa, Phil Spencer e la sua divisione Xbox pensavano di aver trovato il Santo Graal, "un'arma" capace di azzerare decenni di guerre tra console: il Game Pass. Eravamo tutti estasiati di fronte a quello che, con una pigrizia giornalistica che oggi fa sorridere, avevamo ribattezzato "il Netflix dei videogiochi". Per una manciata di euro al mese, avevamo le chiavi di una libreria sterminata, il brivido delle esclusive al Day One e la sensazione inebriante di aver finalmente "fregato" il sistema.
Oggi, nella primavera del 2026, l'euforia è un po' svanita, sostituita da una strisciante consapevolezza. Quel paese dei balocchi democratico sta mostrando evidenti crepe strutturali, e la narrazione idilliaca di Microsoft si sta scontrando con la dura, spietata realtà dell'economia e no, non parliamo di pura sostenibilità.
Vorrei essere onesto e senza mezzi termini: se Xbox non inverte diametralmente la propria rotta commerciale, l'Xbox Game Pass è destinato a morire. E il sicario che lo sta uccidendo non è la concorrenza di Sony, né la presunta mancanza di grandi capolavori o giochi (questi ci sono eccome), ma da Redmond stessa.
La trappola della soglia psicologica
Il problema centrale attorno a cui ruota l'intera crisi del Game Pass è un numero, una barriera invisibile contro cui si sta schiantando la fiducia dell'utenza. L'abbonamento Ultimate, la punta di diamante dell'offerta Microsoft, ha sfondato la soglia psicologica dei venti euro mensili.
I dirigenti vi diranno, fogli di calcolo alla mano, che l'offerta è ancora straordinariamente conveniente. Vi faranno notare che all'interno dell'Ultimate ci sono il catalogo EA Play, l'accesso ai server per il multiplayer online, il cloud gaming per giocare su smartphone, le esclusive al lancio e una libreria dal valore complessivo di migliaia di euro.
Venti euro al mese, ovvero oltre duecentoquaranta euro l'anno, non sono più un acquisto d'impulso. Non sono più "il costo di due caffè alla settimana". Venti euro al mese sono di fatto una bolletta: una tassa fissa che si va a sommare a un panorama di abbonamenti (dal caro vita, alle piattaforme di streaming video, fino alla musica) che sta letteralmente dissanguando la classe media.
Quando un abbonamento supera quella soglia, il consumatore smette di tenerlo attivo per inerzia e inizia a farsi una domanda letale: "Lo sto sfruttando davvero?". La risposta, per la stragrande maggioranza dei giocatori adulti con un lavoro, una famiglia e poco tempo libero, è un inesorabile no.
Abbiamo sviluppato, nostro malgrado, quella che potremmo definire la sindrome del buffet "all-you-can-eat". Quando paghi a caro prezzo l'ingresso in un ristorante che ti offre centinaia di portate, ma il nostro stomaco (o in questo caso, il nostro tempo libero) ci permette di mangiare solo un piatto di pasta e un'insalata, la sensazione finale non è certamente quella di appagamento.
L'utenza media non gioca a quindici titoli contemporaneamente. Spesso, si focalizza su un grande Tripla A per mesi interi, o passa le proprie serate sull'eterno multiplayer di turno, che sia Call of Duty, Fortnite o Sea of Thieves. Costringere questo tipo di utente a pagare oltre venti euro per finanziare un ecosistema di cui sfrutta a malapena il cinque per cento è una strategia profondamente senza senso.
Il Game Pass Ultimate è diventato una sorta di monolite insostenibile perché Microsoft ha deciso di infilarci dentro qualsiasi cosa pur di giustificare i continui rincari necessari a ripagare le faraoniche acquisizioni di Bethesda e Activision Blizzard.
Un giocatore console che vuole solo godersi il nuovo capitolo di Gears of War in santa pace, si ritrova a dover sussidiare indirettamente i costi dei server per il cloud gaming che non userà mai, il catalogo PC che non gli interessa e i giochi di EA che magari detesta. Questa non è convenienza; è una tassa di lusso impostata su un servizio che era nato per essere popolare.
L'unica salvezza: destrutturare il monolite
Di fronte a questa emorragia di abbonati, che si attivano solo per il mese in cui esce la grande esclusiva per poi disdire immediatamente il rinnovo automatico (il cosiddetto "churn rate" che terrorizza gli investitori), l'unica vera, concreta soluzione per salvare l'ecosistema è agire di machete.
L'unico modo per migliorare il servizio, per quanto possa sembrare controintuitivo a un azionista, è creare dei "tier" di abbonamento meno costosi. Microsoft deve ingoiare l'orgoglio, smettere di spingere a tutti i costi il feticcio dell'Ultimate, e destrutturare l'offerta.
Immaginiamo un livello di abbonamento "Game Pass Indie", proposto alla cifra irrisoria di 4,99 euro al mese. Nessun Tripla A al Day One, nessun gioco sportivo, niente cloud, ma l'accesso garantito a un catalogo sterminato di produzioni indipendenti, le vere perle che spesso tengono in piedi le ore di gioco della community.
Immaginiamo un "Game Pass Retro", a 6,99 euro, che includa solo i giochi usciti da più di due anni, rivolto a chi non soffre della nevrosi dell'acquisto al Day One ma vuole solo un catalogo sterminato a cui attingere con calma.
Oppure, pensiamo a un vero e proprio abbonamento "Base" scorporato dal multiplayer online (una tassa antiquata che andrebbe abolita, ma questo è un altro discorso).
Dobbiamo poter scegliere cosa pagare. L'industria videoludica sta disperatamente cercando di copiare il modello televisivo, ma si sta dimenticando che persino Sky o Netflix offrono pacchetti base economici a cui aggiungere, se e solo se lo si desidera, pacchetti premium come lo sport o il 4K. Xbox sta invece cercando di forzare tutti a viaggiare in prima classe, ignorando che la stragrande maggioranza dei passeggeri vuole solo un biglietto in economy per arrivare a destinazione senza svenarsi.
Questo ostinarsi a mantenere prezzi premium solleva un ulteriore polverone su quella che è da sempre la sacra reliquia della filosofia Game Pass: i first party al lancio. Inserire titoli da duecento milioni di dollari di budget all'interno del servizio il primo giorno di commercializzazione è una mossa che inevitabilmente brucia capitale a una velocità spaventosa.
Per sostenere questo modello, come abbiamo visto, bisogna alzare costantemente il prezzo dell'abbonamento. Ma alzando il prezzo dell'abbonamento oltre i venti euro, lo si rende di fatto indigesto alla massa critica necessaria per coprire proprio quei costi di sviluppo monumentali. È un cortocircuito logico perfetto, un cane che si morde la coda.
Ovviamente nessuno qui sta giudicando la qualità generale del servizio che rimane incredibile. Un hardcore gamer (che quindi supera le centinaia di ore di giochi in un mese) rimane ancora un servizio quasi imprescindibile. Ma sappiamo anche che gli hardcore gamer non sono la maggioranza in questo mercato.
Una conclusione amara ma necessaria
Game Pass è diventato un servizio troppo grosso, troppo pesante, troppo pieno di roba che non abbiamo chiesto e che ci viene messa in conto a fine mese.
Le polemiche che si leggono in giro non sono i capricci di una community pretenziosa, ma l'allarme di un mercato che ha raggiunto il suo limite di saturazione e di spesa. Seppur Asha Sharma sia riuscita a far abbassare il costo rimuovendo Call of Duty al day one, superare i venti euro mensili ha comunque spezzato l'incantesimo.
Microsoft si trova di fronte a un bivio: può scegliere di ignorare i segnali, continuare a giustificare i rincari sbandierando il valore fittizio del catalogo e guardare la propria base di abbonati stagnare, invecchiare e progressivamente sfaldarsi. Oppure può avere il coraggio di ammettere che la strategia del "pacchetto onnicomprensivo" ha fallito il suo scopo espansionistico e puntare su tier più diversificati e meno costosi.
La soluzione non è aggiungere l'ennesimo studio di sviluppo al portfolio per rendere l'Ultimate apparentemente più ghiotto. La soluzione è scendere dal piedistallo, sporcarsi le mani e offrire ai giocatori piani tariffari frammentati, economici e su misura.
Abbassare i prezzi, creare livelli di accesso a cinque o dieci euro rinunciando a qualcosa, è l'unico defibrillatore in grado di rianimare un servizio che sta soffocando sotto il peso della sua stessa, sregolata qualità.
Se Xbox non lo capisce, e in fretta, il Game Pass è inesorabilmente destinato a diventare la più grande e costosa occasione sprecata nella storia dei videogiochi.