C’è un momento preciso, nella vita di ogni appassionato di soulslike, in cui il genere smette di essere una semplice categoria e diventa una questione personale. Succede quando ti rendi conto che non stai più cercando “un gioco difficile”, ma quel tipo di difficoltà: quella che non ti umilia, ma ti mette alla prova; che non ti punisce per sadismo, ma per insegnarti qualcosa su te stesso, sul tuo approccio, sulla tua pazienza.
Nioh 3 (che ho recensito a questo indirizzo) è esattamente questo: disciplina, studio, tecnica. E se stai aspettando Nioh 3 (già in vendita qui) come si aspetta il ritorno di un maestro che ha ancora qualcosa da insegnarti, la buona notizia è che il panorama attuale offre diverse esperienze capaci di parlare la stessa lingua.
Non bieche e semplici imitazioni, ma opere che hanno capito cosa rende Nioh quello che è: il combattimento come linguaggio, non come ostacolo.
Poco sotto trovate quindi dieci giochi che, ognuno a modo suo, possono avvicinarsi al titolo di Team Ninja, nel caso non ne abbiate abbastanza.
Wo Long: Fallen Dynasty è il punto di partenza obbligato, quasi scontato, ma sarebbe disonesto far finta che non sia così. Team Ninja, ancora loro, che prendono la struttura di Nioh e la spogliano fino all’osso per ricostruirla attorno a un concetto diverso: la deflessione. Wo Long (che trovate scontato qui) non ti chiede di memorizzare mille stance, ma di leggere il nemico, anticiparlo, rispondergli con tempismo chirurgico. È più immediato, più aggressivo, meno stratificato, ma conserva quella sensazione tipica dei giochi Team Ninja: la sconfitta è sempre colpa tua, e lo sai. Non è un Nioh 3, ma è un laboratorio di idee che probabilmente confluiranno lì.
Stranger of Paradise: Final Fantasy Origin è il paradosso perfetto. Un gioco (che se volete recuperare trovate a due spicci qui) che molti hanno liquidato per il tono sopra le righe e la narrativa dissonante, ma che nasconde uno dei sistemi di combattimento più interessanti dell’era post-Nioh. Job system profondo, ritmo serrato, loot compulsivo e una gestione delle abilità che premia la sperimentazione. È caotico, sì, ma è anche sorprendentemente tecnico. E quando smetti di ridere di Jack Garland e inizi a capirlo, il gioco ti prende e non ti molla più.
Lies of P è la dimostrazione che si può prendere l’anima soulslike e declinarla con eleganza, personalità e coraggio. Non è Nioh per ritmo, ma lo è per rigore. Il combattimento è esigente, il sistema delle armi modulabili introduce una profondità quasi “artigianale”, e la gestione della guardia perfetta ricorda quella tensione costante che solo i migliori action sanno creare. È più lento, più teatrale, ma pretende la stessa concentrazione assoluta (se vi va di recuperarlo anche questo costa davvero pochissimo).
Thymesia è uno di quei giochi che non fanno rumore. Piccolo, compatto, feroce (e in sconto qui). Qui non c’è spazio per l’indecisione: attacchi, schivate, parry. Tutto avviene a una velocità che ricorda più Sekiro che Nioh, ma la sensazione di “danza mortale” è la stessa. È un soulslike che vive di ritmo, e quando lo trovi, il gioco diventa quasi musicale.
Mortal Shell (sempre a pochi euro qui) merita di essere citato non tanto per ciò che fa, ma per come lo fa. Il sistema delle “shell”, corpi da indossare come stili di combattimento, è una reinterpretazione interessante del concetto di build. È più rigido, più lento, ma estremamente consapevole. Non ti dà molte opzioni, ma ti chiede di padroneggiare quelle che hai. Ed è una lezione che Nioh conosce bene.
Steelrising è imperfetto, a tratti goffo, ma ha il coraggio di tentare qualcosa di diverso. Il combat system non raggiunge la raffinatezza di Nioh, ma l’idea di legare il personaggio a una meccanica di “surriscaldamento” e gestione del rischio è interessante. È un soulslike che cerca una propria identità, e questo, oggi, è già un merito (oltre al fatto che costa pochissimo, nel caso vogliate recuperarlo).
Code Vein 2, spesso relegato al ruolo di “souls anime”, in realtà nasconde una profondità sistemica sorprendente. Il sistema di gioco permette di cambiare build al volo (come e più del predecessore), sperimentare senza punizioni permanenti, e affrontare le sfide con una flessibilità che ricorda molto l’approccio di Nioh alle armi e alle stance. È più permissivo, ma non per questo superficiale (ed è già in offerta, tra le altre cose).
The Surge 2 è un caso emblematico di come il soulslike possa funzionare anche lontano dal medioevo decadente. Il sistema di targeting degli arti, la progressione basata sul rischio, il combattimento tecnico e ragionato: tutto concorre a creare un’esperienza che richiede attenzione costante. È meno elegante, più brutale, ma profondamente coerente (e scontato non è male).
Sekiro: Shadows Die Twice non ha bisogno di presentazioni, ma va citato per onestà intellettuale. Non è Nioh, non vuole esserlo, ma condivide quell’idea di combattimento come dialogo. Qui non esistono build salvifiche: esisti tu, la tua capacità di leggere il nemico, e il tuo tempismo. È una prova di purezza ludica che ogni amante di Nioh dovrebbe affrontare almeno una volta (e lo trovate nella sua edizione più bella qui).
Infine, Rise of the Ronin, ancora una volta Team Ninja, ancora una volta quella sensazione familiare. Non è un soulslike puro, ma un action RPG che porta con sé il DNA di Nioh in ogni fibra. Meno punitivo, più aperto, ma con un sistema di combattimento che sa essere tecnico, profondo e soddisfacente (e lo potete fare vostro qui).
Il punto, però, non è trovare un sostituto. Nioh non si sostituisce. Questi giochi non sono copie, ma variazioni sul tema. Modi diversi di affrontare la stessa domanda: quanto sei disposto a migliorare per andare avanti? Forse la risposta la sai già, e dopotutto va benissimo così.