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Pro
- Combat system ricco e frenetico.
- Dualismo Samurai/Ninja interessante.
- Profondità dei sistemi e build.
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Contro
- Sbilanciamento tra stili di combattimento.
- Complessità a volte eccessiva.
- Esplorazione dispersiva.
Il Verdetto di SpazioGames
Eppure, non tutto funziona alla perfezione: alcuni sbilanciamenti tra stili e la marea di sistemi rischiano di confondere più che arricchire. L’esplorazione è ambiziosa, ma a volte dispersiva, con aree che brillano e altre che sembrano vuote. La difficoltà è alta, come da tradizione, e premia la precisione, ma può risultare alienante per chi non ha tempo di studiare ogni meccanica. Nonostante i difetti, il gioco ha un’energia unica, un cuore pulsante che ti spinge a tornare in battaglia ancora e ancora. È caotico, ma vivo. E alla fine, ti lascia la sensazione di aver affrontato qualcosa di speciale, se pur non perfetta.
Disponibile su: PS5
Informazioni sul prodotto
Quando si parla di Nioh, è come se si evocasse automaticamente un pantheon di guerrieri leggendari e mostruosità soprannaturali, un’idea di azione spietata e precisione tecnica che poche saghe di videogiochi hanno saputo rendere con la stessa intensità e personalità.
Il primo Nioh fu un soulslike che si prese le distanze dall'essere una mera imitazione di Dark Souls grazie alla sua giocabilità meno meccanica, a una gestione delle parate e a un setting storico-fantastico incredibilmente ricco. Il secondo capitolo affilò ancora di più queste armi: più profondo, più bilanciato, più Nioh. Forse anche troppo, vista la chiara sensazione da capitolo copia-incolla.
Nioh 3, che trovate tra le altre cose già in sconto, arriva in un momento in cui la serie sembra aver bisogno non tanto di evolvere, quanto di definire se stessa. E la risposta di Team Ninja è tanto audace quanto caotica.
Anche dalla prima prova con la demo, abbiamo avuto la sensazione dominante che Nioh 3 non vuole essere solo “il prossimo capitolo”, ma piuttosto una piattaforma di idee, sistemazioni e rivisitazioni spinte al massimo. Team Ninja ha deciso di rompere gli argini, di spingere il sistema verso un’espressione più ampia e, in certi frangenti, più disordinata. Poco sotto vi espongo i motivi.
Giappone caotico
L’etichetta di “caos” non è un’esagerazione, ma la sintesi più efficace di ciò che si prova giocandolo: una lunga sequenza di frenesia, numeri che si accavallano, situazioni che si accendono e si spengono in un lampo di azione pura.
Risulta chiaro che Nioh 3 non si accontenta di replicare la formula dei suoi predecessori. Il combat system, pur conservando il cuore pulsante di Nioh (gestione del Ki, timing, parate e schivate chirurgiche), introduce elementi che rischiano di frammentare l’esperienza: quantità industriali di numeri, sistemi che si intrecciano e si influenzano a vicenda, e una sensazione costante che tutto stia succedendo troppo in fretta.
Una delle novità più intriganti e, allo stesso tempo, controverse introdotte da Nioh 3 è il sistema di combattimento duale, basato su due stili distinti: Samurai e Ninja. Su carta, sembra un’idea d’oro, un modo per offrire vari approcci e rinnovare profondamente la struttura del gameplay della serie.
E per certi aspetti lo è. La possibilità di passare istantaneamente da uno stile all’altro in mezzo a una combo o durante un combattimento intenso apre prospettive tattiche affascinanti, soprattutto quando le situazioni diventano davvero disperate.
Il problema, però, è che questo potenziale non sempre si traduce in un’esperienza effettiva bilanciata. Lo stile Ninja emerge come di gran lunga dominante: più veloce, più reattivo, più direttamente gratificante nel risultato immediato. Questo porta a un paradosso curioso: una meccanica pensata per espandere la varietà degli approcci finisce per spingerti a usarne uno solo, scadendo talvolta nel puro button mashing più che nella riflessione tattica.
Il Samurai, invece, rimane fedele alla filosofia classica di Nioh: attacchi più lenti ma ponderati, parate perfette che premiano la tempistica perfetta, gestione accurata del ritmo di combattimento. Questi due stili conversano spesso e volentieri in modo epico, generando quella sinergia di cui la serie ha bisogno per fare il definitivo salto di qualità. Anche se, talvolta, la sensazione è di un sistema in parte incompiuto, in cui il Ninja domina la scena e il Samurai sembra relegato a ruoli di secondo piano.
Forse uno degli aspetti più discutibili di Nioh 3 è la sua ambizione riguardo l’esplorazione. Lasciando alle spalle le mappe relativamente lineari dei precedenti capitoli, il gioco abbraccia un formato open-field che promette libertà, sorprese e una maggiore sensazione di vastità. In teoria, l’idea di un mondo più fluido e interconnesso è eccitante: villaggi sospetti, campagne devastate e incontri casuali con Yokai potenti offrono un ritmo narrativo e ludico più dinamico.
In pratica, però, il risultato si trova in una sorta di limbo. La vastità dei territori dà effettivamente un senso di esplorazione più ampio, ma spesso questo si traduce in una dispersione su cosa fare e dove. Alcune aree appaiono vuote o poco incisive, e la presenza di eventi dinamici o segreti da scovare non compensa sempre la mancanza di una direzione narrativa più definita.
Il mondo di Nioh 3 è grande, affollato di pericoli reali e potenziali, ma a volte quella grandezza somiglia più a un’arena in cui si corre da una parte all’altra senza un vero centro di gravità.
Una bestia che non si addomestica
Chi ha amato Nioh e Nioh 2 sa bene a cosa va incontro: un livello di sfida crudo, esigente, che premia l’attenzione ma non fa sconti. Nioh 3 non tradisce questa tradizione, e anzi sembra voler alzare ulteriormente l’asticella. Il gioco mantiene un’unica difficoltà, senza opzioni “facili”, perché la soddisfazione del giocatore deriva proprio dal superare ostacoli apparentemente insormontabili.
Da un lato, questa filosofia conserva l’identità originale della serie; dall’altro, rischia di alienare parte del pubblico desideroso di esplorare le nuove idee senza dover scalare montagne di difficoltà smisurate.
Non si può parlare di Nioh 3 senza affrontare la questione centrale: la quantità schiacciante di sistemi, statistiche e interazioni che permeano ogni aspetto del gioco. Ogni arma, ogni spirito guida, ogni set di armature è accompagnato da una moltitudine di numeri, percentuali e statistiche varie che richiedono tempo, attenzione e dedizione per essere compresi a fondo.
Per gli amanti delle build complesse e delle ottimizzazioni su larga scala, questo è un paradiso. Per chi cerca una curva di apprendimento più accessibile, può essere un labirinto.
E qui si innesta una delle critiche più difficili da ignorare: Nioh 3 è "troppo" per se stesso. Il desiderio di offrire profondità e opzioni ha portato a una stratificazione di sistemi che, pur singolarmente interessanti, collettivamente sfociano in una complessità difficile da padroneggiare senza ricorrere a guide, tabelle o riferimenti esterni.
Questo non è necessariamente un male (dopotutto stiamo parlando di un gioco che si rivolge a un pubblico esigente) ma a volte la sensazione è quella di un campo di battaglia intasato di elementi che finiscono per oscurare piuttosto che arricchire l’esperienza complessiva.
Tra ambizione e identità
Con Nioh 3 la sensazione che prevale è quella di una promessa enorme (forse troppo) per il modo in cui viene concretamente realizzata. Il titolo pulsa di idee grandiose, di momenti di azione incredibilmente soddisfacenti e di un potenziale narrativo e ludico che potrebbe definire una nuova era per la serie. Ma la sua esecuzione, è un mosaico di luci e ombre: brillante, a tratti folgorante, ma anche disordinato, sbilanciato e talvolta incostante.
È un gioco che deve ancora trovare pienamente se stesso, che oscilla tra la volontà di innovare e il rischio di perderne l’essenza. Team Ninja ha scommesso su un’evoluzione significativa, e in molti aspetti questa scommessa paga: la fluidità dei combattimenti, la varietà di stile, la profondità dei sistemi, tutto parla di un titolo maturo, ambizioso e che vuole lasciare una traccia.
Ma quella stessa ambizione è anche il suo tallone d’Achille, perché in alcuni momenti sembra che Nioh 3 voglia gridare troppo forte, senza dare al giocatore il tempo di ascoltare davvero ciò che ha da dire.
Alla fine, Nioh 3 resta un’esperienza che ti cattura per la sua frenesia, per la sua brutalità, per la sua capacità di farti sentire vivo in battaglia, ma che lascia anche un retrogusto di “cosa avrebbe potuto essere se”.
Una tensione continua tra grandezza progettuale e realizzazione pratica, tra caos controllato e armonia ludica, tra l’idea di un capolavoro e la concretezza di un gioco estremamente solido ma non sempre perfettamente bilanciato.
E forse è proprio questa tensione, paradossalmente, il vero cuore di Nioh 3: un’opera che non chiede al giocatore solo di vincere, ma di convivere con la sua visione, con i suoi difetti e con la sua ambizione. Impressionante nella sua vastità, che merita di essere vissuto, con tutti i suoi segnali contrastanti, perché è raro, oggi come oggi, vedere un titolo che osa così tanto pur mantenendo la propria identità.