Son of a Witch, la recensione del roguelike col titolo malizioso

By |giugno 9th, 2018|Categories: RECENSIONE|Tags: |
Con quale approccio ci si può avvicinare a un titolo che si chiama Son of a Witch e che, secondo il suo stesso sviluppatore, ha l’aspetto di un ”gioco mobile economico”? Per fortuna le apparenze ingannano e, nonostante queste premesse totalmente improbabili, quello che abbiamo avuto l’occasione di provare è stato un roguelike piacevole e spesso soddisfacente.

My Mom is a Witch
Per dirla tutta, il nome originale di Son of a Witch era ”My Mom is a Witch”, tanto per ribadire come l’idea dello sviluppatore Bigosaur fosse proprio quella di attirare l’attenzione con un titolo malizioso. Non lasciatevi influenzare da questi particolari, però: quello che abbiamo davanti è un roguelike da giocare in singolo o in compagnia di altri tre giocatori (online e in locale) che ha caratteristiche che possono interessare gli appassionati del genere e, addirittura, anche i giocatori causal. Partiamo dalla narrativa: ci troviamo in un classico contesto fantasy in cui la strega di cui si parla nel titolo è la madre del protagonista del gioco, improvvisamente chiamata a corte dal re. Il problema è che qualche losco figuro ha rubato un manufatto goblin e minaccia la pace della foresta. Il giocatore dovrà partire alla ricerca dalla madre ma, nel suo tragitto, troverà tutta una serie di nemici pronti a fargli la pelle, oltre che aiutanti e altri personaggi strambi. Abbiamo sintetizzato al massimo la narrativa perché vogliamo parlare diffusamente del gameplay e anche perché, tutto sommato, il plot non è il lato migliore di Son of a Witch, che propone una storia buona solo a legare assieme le sette aree di cui si compone l’avventura. In questa sede appare molto più interessante sottolineare, allora, le modalità di gioco, visto che il titolo propone una esperienza classica da roguelike, ma anche una versione casual, sfide speciali sbloccabili solo dopo aver finito il gioco e un’arena PvP in cui scontrarsi con altri giocatori. Nella modalità classica i giocatori dovranno esplorare il mondo di gioco, creato in maniera procedurale, oltre che gestire armi e pozioni, aiutare personaggi incontrati durante il proprio cammino, affrontare minigiochi e sconfiggere i vari boss di fine livello. Nella versione casual, invece, scompare la componente esplorativa a favore di un’esperienza side-scrolling molto semplificata e che, nelle nostre prove, ha portato via circa 30 minuti per essere completata, anche se va detto che anche in questo caso la variabilità data dalla componente procedurale può cambiare l’esperienza. Vale la pena sottolineare, infine, la presenza anche delle sfide giornaliere, uguali per tutti i giocatori, che propongono un percorso generato casualmente cui è collegata una leaderboard continuamente aggiornata.

Un gioco più serio di quanto voglia apparire
L’impressione che abbiamo avuto andando avanti nelle nostre prove di Son of a Witch è che il gioco voglia apparire più scherzoso e leggero di quanto in realtà non sia. Sotto la grafica colorata e semplice, infatti, si nasconde un gameplay piuttosto profondo e un livello di difficoltà abbastanza complesso e che contempla la permadeath, motivo per il quale ogni mossa dovrà essere studiata per bene. La sensazione che il gioco sia più profondo di quanto non sembri la si ha nel momento in cui è necessario scegliere il proprio personaggio: il gioco, infatti, propone sette differenti classi, sbloccabili però solo dopo aver completato delle quest secondarie. Per questo motivo la prima run dovrà essere effettuata obbligatoriamente con il cavaliere o lo stregone, che differiscono tra di loro per capacità offensive e difensive. Le altre classi, come druido, piromante, arciere, barbaro e ranger, propongono allo stesso modo delle interessanti caratteristiche che vanno veramente a incidere sul gameplay. Gli arcieri, ad esempio, hanno spazio supplementare nell’inventario ed eccellono nelle armi a distanza, mentre il piromante è immune al fuoco. Ma non basta: una volta iniziato il gioco, ci si renderà conto che la natura procedurale della sfida introduce quell’elemento di casualità che, in effetti, potrebbe non fare felici tutti. La disposizione degli scenari della mappa, le armi “droppate” dai nemici, così come le pozioni raccoglibili, cambiano di partita in partita, rendendo praticamente unica ogni run. La possibilità di tornare indietro sui propri passi, magari per incontrare un NPC e completare così una missione secondaria, introduce ulteriori elementi di complessità per un titolo che, a detta dello sviluppatore, attinge ai concept di gioco di Rampage Knights e The Binding of Isaac, più che di titoli come Castle Crashers.

Obiettivo: togliere di mezzo qualsiasi cosa si muova
Abbiamo detto che in Son of a Witch è possibile dilettarsi con minigiochi e missioni secondarie, ma non abbiamo approfondito maggiormente il gameplay. Diciamo che l’attività maggiore richiesta al giocatore è sostanzialmente far fuori tutti i nemici presenti all’interno della schermata di gioco. Una volta fatto ciò si aprirà la via che porta alla porzione di mappa successiva. All’interno della mappa sono presenti inoltre venditori e boss di fine livello che, una volta sconfitti, daranno modo di avanzare al livello seguente. Se il “cosa” fare è piuttosto semplice, il “come” farlo presenta degli elementi di interesse. Il gioco, infatti, può essere approcciato utilizzando armi da mischia, bastoni magici o armi a lunga distanza e da lancio. A seconda della propria scelta l’esperienza cambia in maniera abbastanza evidente, anche se è vero che nella modalità classica è possibile portare con sé più armi e scegliere quella che meglio si addice alla situazione che si sta affrontando. Molto interessante, inoltre, è la gestione delle pozioni, del mana e della rabbia. Le prime permettono di ottenere vantaggi permanenti o temporanei, aumentando ad esempio la resistenza elementale; il mana, evidentemente, permette di lanciare incantesimi e sfruttare le abilità speciali delle proprie armi, mentre la rabbia aumenta l’efficacia dei colpi. È un sistema di gioco che ci è sembrato spesso ben strutturato, sebbene non privo di sbilanciamenti. Le armi a distanza, specialmente i bastoni magici, sembrano fin troppo efficaci contro la maggior parte dei nemici, e c’è da dire anche che la casualità delle pozioni e delle rune, anch’esse necessarie per migliorare le proprie abilità, possono facilitare fin troppo l’esperienza. Nella nostra prima run in modalità casual, ad esempio, avevamo raccolto talmente tante rune e pozioni che il nostro personaggio era praticamente invulnerabile agli attacchi di fuoco e velenosi, e possedeva inoltre un bastone magico che faceva sembrare semplice qualsiasi boss di fine livello. La casualità degli elementi collezionabili, pertanto, forse rappresenta uno degli elementi deboli di un gameplay che, altrimenti, risulta molto godibile, soprattutto se condiviso con un gruppo di amici. Grazie alle varie specializzazioni dei personaggi, infatti, è possibile dividersi i compiti e fare in modo che ci siano figure offensive, difensive e di supporto.

Omini graziosi e goblin carini
Dal punto di vista grafico Son of a Witch propone, in effetti, una grafica bidimensionale che fa molto gioco mobile, come peraltro ammesso dallo sviluppatore in questa discussione su Steam. È pur vero che l’aspetto estetico del titolo risulta piuttosto grazioso e piacevole, e non si può certo dire che non svolga il suo compito. Dal punto di vista del sonoro, invece, segnaliamo la presenza di musica di sottofondo per nulla malvagia (anche se di qualità tecnica non eccelsa), mentre gli effetti audio non si segnalano per particolari pregi o difetti. Passando al lato tecnico, segnaliamo che il gioco si rivela – e sarebbe stato clamoroso il contrario – veramente molto leggero, ridimensionabile e con un impatto minimo su CPU e RAM. Il sistema di controllo ideale ci è parso essere il joypad, anche a causa della piacevole meccanica di utilizzo dei bastoni magici, il cui funzionamento è delegato alla levetta analogica destra.


Requisiti minimi:

Sistema operativo: Windows XP or newer
Processore: Core2Duo 1.0 GHz
Memoria: 2048 MB di RAM
Scheda video: 512MB Video RAM, OpenGL 1.1+
DirectX: Versione 9.0
Memoria: 600 MB di spazio disponibile


– Tante modalità di gioco
– Gameplay piuttosto strutturato
– Rigiocabilità garantita dalla creazione procedurale delle mappe


– Troppa casualità nella distribuzione di pozioni e armi può sbilanciare il livello di difficoltà
– I bastoni magici sono fin troppo efficaci


7.0

Son of a Witch, tralasciando il nome, è una piacevole sorpresa. Il roguelike in questione presenta tante modalità di gioco e una longevità piuttosto elevata, garantita dal carattere casuale della disposizione di pozioni e armi, nonché dalla creazione procedurale delle mappe. Certo, tutta questa variabilità può creare a volte situazioni un po’ sbilanciate dal punto di vista della difficoltà, ed è pur vero che l’efficacia delle armi ci sembra squilibrata verso i bastoni magici. In complesso, però, il titolo propone una sfida non banale e in cui, considerata la permadeath, bisognerà sempre agire con criterio.