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Shinsekai: Into the Depths, il metroidvania Capcom per Nintendo Switch – Recensione

Disponibile da novembre su Apple Arcade, il metroidvania di Capcom arriva su Nintendo Switch con alcune novità: ecco come se l'è cavata

L’homo ludens ha spesso fantasticato fuori dai confini della Terra, viaggiando per mondi sconosciuti e nelle condizioni (climatiche e non) più avverse, ma ha spesso visto la sua curiosità trovare conforto sopra o sotto la propria dimensione: come insegna BioShock, l’idea di una città tra le nuvole o negli abissi più profondi ci ha sempre solleticato, e dato il là a miraggi dalle architetture complesse e dalle ambiziose dinamiche sociali.

Shinsekai: Into the Depths

Piattaforma:
SWITCH
Genere:
piattaforme
Data di uscita:
26 Marzo 2020
Sviluppatore:
Capcom
Distributore:

Similmente al primo titolo della trilogia di 2K Games, Shinsekai: Into the Depths, metroidvania firmato Capcom che è arrivato la scorsa settimana su Nintendo Switch dopo un periodo di esclusività per Apple Arcade, esplora gli anfratti più nascosti del mare, rivelando una civiltà nascosta agli occhi dei comuni mortali, incroci tra umano e macchina, e temibili divinità. Lo abbiamo esplorato in lungo e in largo per darvi il nostro parere sulla bontà di questa nuova utopia.

Che gioco è?

Shinsekai è un gioco fortemente incentrato sull’esplorazione, di un tipo piuttosto particolare: il nostro personaggio è un Acquanauta, ovvero un esploratore dell’ignoto come inteso per l’universo, soltanto per il mare. Il suo obiettivo è trovare tracce di vita umana negli angoli più reconditi del globo, in un tempo e in un luogo che si è dimostrato non più ospitale nei confronti dell’umanità per ragioni sconosciute.

Non sono soltanto le premesse narrative, però, a rendere questo sforzo esplorativo qualcosa di peculiare: i movimenti dell’Acquanauta sono infatti pesanti e impacciati, sfociando nel goffo quando inciampa o si trova completamente ribaltato quando prova ad accelerare le operazioni di nuoto più spedito.

Non si tratta di dettagli superficiali, dal momento che il piccolo team assemblato da Capcom per questa produzione si è concentrato sul rendere quanto più realistica possibile l’esperienza “da sub” di Into the Depths. Ci sono bolle d’aria, ad esempio, in cui possiamo infilarci per recuperare ossigeno e non incidere sulle nostre bombole.

Possiamo scollegare e collegare a piacimento un lungo cavo che ci tiene uniti alla nostra “astronave” per non consumarne affatto; i punti di salvataggio sono delle boe, ancora, e nel momento in cui non ne trovassimo potremmo semplicemente piazzare delle cassette (in stile Resident Evil, se vogliamo citare un altro prodotto iconico della casa giapponese) per abilitarli; e così via, per quello che è un microcosmo, quando non propriamente realistico, quantomeno credibile in ogni suo aspetto.

Un’esplorazione che sa essere dura nel momento in cui sfocia nella speleologia: saremo spesso chiamati a cercare risorse e passaggi in cunicoli stretti e labirinti, che da un lato rivelano la natura di metroidvania leggero (più del previsto) del gioco, con il backtracking e l’apertura di “porte” dopo i lunghi giri che ci aspetteremmo di fare per la mappa; dall’altro evidenziano il suo piacere nel risultare probante – deducibile anche dalla nuova modalità survival introdotta in questa edizione e della quale parleremo più avanti – in particolare nella gestione delle risorse, in più di una circostanza carenti in termini di quantità.

Per quanto quest’esplorazione sia spesso ridotta a qualche leggero puzzle ambientale e al reperimento di altre risorse, sovente già in nostro possesso e dunque inutilizzabili allorché non connesse al prosieguo nella storia, il gioco offre di tanto in tanto delle ricompense gradevoli: degli oggetti che ricordino la natura umana degli esseri che popolavano un tempo quel mondo, o sorprendentemente delle gigantesche e mostruose creature. Ancora più sorprendente sarà quando queste creature sceglieranno di non attaccarci.

Se l’obiettivo di creare un contesto credibile è stato raggiunto, questo è stato possibile anche a scapito dell’immediatezza e della comprensibilità di Shinsekai: quello di Capcom è un gioco molto criptico nell’intento, al punto che nella prima manciata di ore faticherete a comprendere a fondo cosa dobbiate fare – reperire determinate risorse speciali in modo da estendere le porzioni di oceano la cui pressione il vostro scafandro potrà reggere – per semplicemente mandarne avanti la storia.

Ciò è dovuto al fatto che l’interfaccia sia mostrata per simboli e nel linguaggio nativo dell’Acquanauta, al di della localizzazione italiana completa; per intenderci, gli arpioni non verranno mai chiamati così, e neanche un certo tipo di risorsa, ma il titolo ci mostrerà direttamente la relativa icona.

È come se il gioco stesse comunicando con noi anch’esso da decine di leghe sotto i mari, non potendo esprimersi a voce ma soltanto a gesti; la cosa è oltremodo affascinante ma ha come contro un scarsa decifrabilità del suo messaggio, sia che parliamo di gameplay, sia che discutiamo di narrazione – quest’ultima ancora più frammentata e depotenziata nell’efficacia da tale modus operandi.

Into the Depths è un titolo dalle dimensioni raccolte, come d’altra parte suggerito dall’onesto prezzo di €19,99, che affonda un proporzionato tasso di sfida nella gestione delle risorse più che nei combattimenti e nelle boss fight; questi ci sono e sono anche piuttosto piacevoli, ma non rappresentano un ostacolo particolare dall’inizio alla fine della storia, diversamente da altri metroidvania in senso stretto come il recente Ori and the Will of the Wisps.

I combattimenti sono però sempre abbastanza rischiosi e richiedono un certo grado di pazienza, dal momento che i nemici possono caricare i propri colpi e causare un danno molto elevato; l’unico neo può essere rappresentato dalla tendenza del protagonista ad aggrapparsi alle pareti e rallentare i suoi movimenti proprio nei momenti cruciali, ma questo aspetto lo considereremmo più un cavillo dello zelante motore fisico.

Le boss fight sono allo stesso modo alquanto articolate, presentando avversari unici progettati ad hoc per i quali dovremo capire che tipo di azione eseguire per individuarne ed esporne i maggiori punti deboli. La comprensione di questi punti deboli è fondamentale perché, quand’anche i boss non riuscissero a buttarci giù coi loro attacchi (ci sono instakill in alcuni casi), dilungarsi troppo in questi speciali scontri potrebbe determinare l’esaurimento dell’ossigeno.

Le caratteristiche (e le novità) della versione per Nintendo Switch

Capcom si è presentata all’appuntamento con la versione per Nintendo Switch, pubblicata con uno shadow drop di altri tempi, portando in dote diverse novità – disponibili tramite aggiornamento gratuito per gli abbonati ad Apple Arcade, che introduce anche una maggiore funzionalità del Drone (ora capace di fornire suggerimenti su come procedere) -, tra cui ben due modalità: la prima, Jukebox, altro non è che una voce nel menu tramite la quale potremo ascoltare in tutta rilassatezza le musiche della colonna sonora, scegliendo se farlo con le tracce originali oppure quelle riviste con l’audio “subacqueo”, ovvero con un effetto ovattato.

La seconda è qualcosa di più complesso: Immersione è infatti una vera e propria componente survival aggiunta a Shinsekai, una sfida in cui dovremo rimanere in vita quanto più tempo possibile procacciandoci le risorse necessarie alla sopravvivenza mentre il cronometro segnerà i minuti (o, per i meno inclini, i secondi).

Nelle prime battute siamo arrivati ai quattro minuti, ma c’è margine di miglioramento: memorizzando una mappa mentale ci si può dirigere rapidamente nei punti che sbloccano le altre aree esplorabili, dove trovare più risorse con cui tenerci ben alimentati quanto a bombole d’ossigeno (o le già citate, ma fugaci, bolle d’aria) e mandare avanti il cronometro. L’elemento iterativo è forse quello più interessante e vicino per certi versi al tratto ludico dei roguelike; fatto sta che, completandola, avrete accesso al livello di difficoltà Hardcore che alzerà ulteriormente l’asticella.

Questa modalità risulterà particolarmente gradita per quei giocatori che abbiano trovato riuscito e apprezzato l’elemento survival del titolo principale; in termini produttivi, rappresenta nient’altro che un rimpasto di quanto il gioco aveva già dentro di sé a livello di design e dinamiche di gameplay, e per il tipo di sfida a tempo che propone pare indicata soprattutto per chi utilizzi Switch in mobilità (o sugli smartphone con iOS, appunto). Se non rientrate in queste due categorie, evidentemente, non riceverete un grande incentivo dall’idea di inoltrarvici.

Sotto il profilo tecnico, il metroidvania di Capcom denota spesso la sua natura di produzione mobile: di tanto in tanto si avverte un riciclo di texture per le ambientazioni, nonché una loro definizione lontana dai canoni cui siamo stati abituati in ambito console; tuttavia, non mancano le sorprese, con fasci di luce che in qualche caso si proiettano sulla mappa producendo un quadro piacevole.

Nella modalità portatile di Switch la visibilità non è chiarissima, abbastanza paradossalmente se consideriamo che il gioco nasce su smartphone e tablet; l’impressione che abbiamo avuto è che, per nitidezza, Into the Depths dia il meglio sul televisore di casa, dal momento che spesso saremo chiamati a trovare percorsi alquanto celati alla vista e, dunque, perdere concentrazione su questo aspetto per riversarlo sulla comprensione dell’azione su schermo non è l’ideale.

Curiosamente, rispetto a iOS sono stati mantenuti gli achievement interni – una piccola grande novità per la platea di Nintendo Switch che ancora non dispone di un sistema unificato – ma è stato stralciato il supporto al touch, sparito del tutto, che si tratti dell’azione del gioco o più semplicemente i menu iniziali.

+ Esplorazione credibile
+ Gestione delle risorse scrupolosa
+ Combattimenti approfonditi
– Componente metroidvania poco approfondita
– Dimensioni ridotte

7.8

Il port da Apple Arcade non riserva particolari sorprese o salti di qualità ma è, se non altro, coadiuvato dall’introduzione di due nuove modalità collaterali alla storia principale, la cui longevità – ci abbiamo impiegato circa dodici ore, dilungandoci parecchio nella scoperta delle location – può solo ringraziare. Uno scopo più chiaro e valori produttivi superiori potrebbero consegnarci un’IP interessante; così com’è, Shinsekai: Into the Depths è un prodotto dalle dimensioni raccolte, ambizioso per quanto riguarda l’aspetto esplorativo ma meno focalizzato, come invece avremmo sperato, sulla componente metroidvania.