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Pro
- Una quantità enorme di contenuti.
- L'intera Saga Xehanort raccolta in un unico pacchetto.
- Il modo più semplice per arrivare preparati a Kingdom Hearts IV.
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Contro
- Novità limitate rispetto alle precedenti edizioni.
- Upgrade tecnico poco incisivo.
- Poco conveniente per chi possiede già le Collection precedenti.
Il Verdetto di SpazioGames
Immaginate recensire oggi Kingdom Hearts. Non tanto perché siano passati quasi venticinque anni dal primo capitolo, quanto perché nel frattempo la saga è stata riproposta così tante volte da rendere quasi impossibile stabilire quale sia, esattamente, il modo "definitivo" per giocarla.
La risposta di Square Enix, a quanto pare, è stata una sola: facciamo un'altra compilation di classici. Kingdom Hearts I-III Collection arriva infatti con un compito molto preciso, ossia mettere nelle mani di chiunque voglia avvicinarsi alla serie tutto il necessario per ripercorrere la Saga Xehanort prima di affrontare il prossimo grande capitolo.
Il pacchetto riunisce infatti Kingdom Hearts -HD 1.5+2.5 ReMIX-, Kingdom Hearts HD 2.8 Final Chapter Prologue e Kingdom Hearts III + Re Mind. Il prezzo ufficiale è di 79,99 euro.
È difficile pensare a un biglietto d'ingresso più completo. Ed è altrettanto difficile pensare a una Collection meno necessaria per chi quel biglietto lo ha già comprato in passato.
Si torna sempre dove si è stati bene
Partiamo da un dato che nessuno può contestare, ovvero che Kingdom Hearts I-III Collection è un pacchetto gigantesco. Dentro ci sono alcuni dei capitoli più importanti della storia della serie, le versioni Final Mix, gli episodi che collegano una storia all'altra e persino quei capitoli che Square Enix ha scelto di trasformare in filmati invece di riproporre come giochi completi. La raccolta 1.5+2.5, per esempio, comprende Kingdom Hearts Final Mix, Re:Chain of Memories, Kingdom Hearts II Final Mix, i filmati di 358/2 Days, Birth by Sleep Final Mix e Re:coded.
La 2.8 aggiunge Dream Drop Distance HD, χ Back Cover e 0.2 Birth by Sleep – A fragmentary passage, mentre il terzo blocco porta con sé Kingdom Hearts III e Re Mind. Non è una di quelle raccolte nelle quali bisogna cercare il contenuto per giustificare il prezzo. È l'esatto contrario: qui bisogna chiedersi quando, realisticamente, si riuscirà a trovare il tempo per giocare tutto.
Ed è proprio per questo che la prima domanda che mi sono posto iniziando questa recensione non è stata "quanto è bella questa Collection?". È stata un'altra: quanto è ancora necessario ripubblicare Kingdom Hearts?
La risposta, dopo aver ripercorso la saga, è meno cinica di quanto potrebbe sembrare. Perché basta tornare al primo Kingdom Hearts per ricordarsi immediatamente perché questa serie sia diventata quello che è.
Nonostante sia un gioco del 2002 e porti addosso tutti i segni del tempo, il primo viaggio di Sora conserva una magia che le produzioni successive, spesso molto più ambiziose, hanno faticato a replicare. C'è qualcosa di estremamente affascinante nella semplicità con cui quel gioco mette insieme Disney, Square Enix e un'idea sorprendentemente malinconica dell'amicizia.
Il primo Kingdom Hearts non è perfetto. Il level design mostra inevitabilmente la sua età, alcune scelte risultano poco intuitive e il combattimento non possiede ancora quella fluidità che avrebbe raggiunto successivamente. Ma possiede una cosa che non si può ottenere con una rimasterizzazione: un'identità ancora intatta.
Il salto a Kingdom Hearts II Final Mix rimane invece impressionante anche oggi. È probabilmente il capitolo che meglio rappresenta ciò che la serie avrebbe potuto diventare se fosse riuscita a mantenere sempre lo stesso equilibrio. Il combattimento diventa spettacolare senza perdere immediatezza, i mondi Disney sono più grandi, le possibilità offerte al giocatore aumentano e la progressione restituisce quella sensazione di crescita che rende difficile staccarsi dal controller.
Ma soprattutto, Kingdom Hearts II riesce a essere complesso senza diventare incomprensibile. È una distinzione importante, perché giocando nuovamente l'intera saga emerge con chiarezza quanto il franchise sia cambiato. Da una parte c'è una serie che ha sempre avuto il coraggio di costruire una mitologia enorme; dall'altra c'è un punto in cui quella stessa mitologia ha cominciato a divorare la semplicità che aveva reso speciale l'originale.
Gli episodi che non potevano più essere "secondari"
Ed è qui che entrano in gioco gli altri capitoli. Chain of Memories, Birth by Sleep e Dream Drop Distance non sono semplici deviazioni. Sono diventati parti indispensabili di una storia che, capitolo dopo capitolo, ha smesso di distinguere davvero tra "episodio principale" e "spin-off".
Birth by Sleep è probabilmente il caso più riuscito. La struttura a tre protagonisti funziona, Terra, Aqua e Ventus sono ancora oggi tra i personaggi più interessanti della saga e il sistema dei Comandi rappresentava una soluzione intelligente per adattare l'esperienza a PSP.
Il problema emerge quando si prova a chiedere qualcosa in più al gioco. Il completismo può diventare ripetitivo e affrontare tre volte percorsi che condividono buona parte della struttura non è esattamente il modo migliore per mantenere alta la tensione.
Dream Drop Distance è invece il momento in cui la serie comincia a mostrare senza più nasconderli i propri problemi narrativi. Il gioco è vivace, introduce meccaniche interessanti e porta finalmente Sora e Riku verso un passaggio fondamentale per la saga. Ma, contemporaneamente, comincia a essere evidente che ogni risposta genera almeno altre due domande.
E quando arrivi alla fine di Dream Drop Distance, capisci che per affrontare davvero Kingdom Hearts III non basta aver giocato i due capitoli numerati, devi aver studiato.
Il grande paradosso di Kingdom Hearts III
Ed è forse per questo che rigiocare oggi Kingdom Hearts III è un'esperienza più interessante di quanto ricordassi. Il gioco resta spettacolare. I mondi Disney raggiungono una qualità visiva che i precedenti episodi non potevano nemmeno immaginare e il sistema di combattimento è ancora capace di regalare momenti di puro spettacolo. Quando tutto funziona, Kingdom Hearts III sembra esattamente il gigantesco finale che i fan aspettavano da anni.
Il problema è che il gioco deve contemporaneamente chiudere una storia iniziata nel 2002, dare una risposta a una quantità enorme di personaggi e preparare il futuro della saga. È troppo.
La sensazione, ancora oggi, è che Square Enix abbia costruito un enorme palcoscenico per una conclusione che avrebbe avuto bisogno di molto più spazio per respirare. Alcuni personaggi arrivano tardi, alcune risoluzioni sembrano accelerate e una parte considerevole della storia sembra volerci ricordare continuamente qualcosa che, probabilmente, avremmo preferito vivere invece di sentirci raccontare.
Re Mind migliora sensibilmente l'esperienza, soprattutto per chi cerca una sfida più impegnativa. È anche un'aggiunta importante dal punto di vista narrativo, ma arriva inevitabilmente dopo che il gioco base aveva già lasciato una parte del pubblico con più di qualche dubbio.
Rigiocarlo oggi significa quindi accettare il suo compromesso: è uno dei Kingdom Hearts più belli da vedere e uno dei meno convincenti nel modo in cui racconta ciò che vuole raccontare.
Finalmente tutto in prospettiva
Ed è questo, paradossalmente, il valore più interessante della nuova raccolta. Non tanto la possibilità di giocare tutto, quanto quella di vedere l'evoluzione della saga senza interruzioni.
Si parte da una favola semplice e si arriva a una mitologia gigantesca. Si passa da un gioco che raccontava l'amicizia tra tre ragazzi a un universo nel quale identità, memoria, cuore, corpo e tempo diventano elementi intercambiabili di una storia che sembra non voler mai chiudere una porta.
Per chi conosce già Kingdom Hearts, è quasi un esperimento archeologico. Per chi non lo conosce, invece, può essere una vera e propria immersione totale. Ed è qui che la Collection acquista senso. Perché tecnicamente, diciamolo, la situazione è molto meno eccitante.
La nuova edizione PlayStation 5 (ossia quella da me analizzata) non riparte da zero. Riunisce le precedenti raccolte e Kingdom Hearts III + Re Mind in un unico prodotto. Non ci troviamo quindi davanti a una nuova operazione di restauro della serie, né a una rivisitazione grafica capace di trasformare radicalmente i vecchi episodi.
I vantaggi della piattaforma sono soprattutto legati all'esperienza d'uso: caricamenti più rapidi e una resa generale più pulita. Il risultato è piacevole, ma non sufficiente per parlare di un salto generazionale vero e proprio.
È un aspetto particolarmente importante per chi arriva da PlayStation 4. Le precedenti versioni hanno già fatto il grosso del lavoro di recupero dei vecchi giochi. Questa Collection non deve quindi essere considerata come l'occasione per riscoprire una saga tecnicamente rifatta da cima a fondo. È, più semplicemente, il contenitore definitivo di ciò che era già disponibile.
Serviva un'altra Collection?
La risposta, dopo averla giocata, è contemporaneamente sì e no. Sì, perché Kingdom Hearts I-III Collection è probabilmente il modo più comodo per consegnare la saga a una nuova generazione di giocatori. È completa, enorme e permette di recuperare un pezzo importantissimo della storia videoludica degli ultimi vent'anni.
No, perché il giocatore storico non riceve praticamente una ragione sufficiente per ricomprare quello che possiede già. La nuova versione non aggiunge una quantità di contenuti tale da trasformare l'esperienza e non rappresenta quel trattamento definitivo che molti fan avrebbero probabilmente desiderato dopo così tante edizioni.
È una Collection che arriva soprattutto per preparare il terreno a Kingdom Hearts IV. E, da questo punto di vista, funziona perfettamente. Se non avete mai giocato la saga, questo è il momento migliore per recuperarla. Se invece avete già attraversato tutti i mondi Disney, combattuto contro l'Organizzazione XIII, perso la pazienza davanti alla timeline di Nomura e possedete già le precedenti Collection, potete tranquillamente aspettare.
Perché il vero miracolo di Kingdom Hearts non è che Square Enix continui a ripubblicarlo, ma che dopo tutto questo tempo continuiamo ancora ad avere voglia di tornarci dentro.