Ubisoft ha annunciato ufficialmente la cancellazione del remake di Prince of Persia: Le Sabbie del Tempo, uno dei progetti più travagliati e simbolici degli ultimi anni della casa francese. La decisione rientra in una più ampia e profonda ristrutturazione aziendale, legata all’accordo da 1,25 miliardi di dollari con Tencent, che prevede la riorganizzazione interna del publisher in nuovi studi focalizzati su brand e IP specifiche.
Il remake del primo Prince of Persia a 128-bit era stato annunciato nel lontano 2020, con un’uscita inizialmente prevista per il 2021. Da lì in poi, il progetto è sprofondato in un vero e proprio inferno produttivo: rinvii multipli, critiche feroci alla prima presentazione, cambio di studi di sviluppo da Ubisoft Pune e Mumbai a Ubisoft Montréal, e un reboot completo dei lavori. Nonostante una timida riapparizione al Summer Game Fest 2024 e una nuova finestra di lancio fissata al 2026, il gioco non vedrà mai la luce.
Secondo quanto comunicato da Ubisoft, la revisione della pipeline produttiva avvenuta tra dicembre e gennaio ha portato alla cancellazione di sei giochi in sviluppo e al rinvio di altri sette titoli. Tra questi ultimi, secondo indiscrezioni, figurerebbe anche il remake di Assassin’s Creed IV: Black Flag, già al centro di rumor negli scorsi mesi.
Nel comunicato ufficiale, l’azienda parla di una “decisione strategica” volta a rifocalizzare il portfolio, riallocare le risorse e rivedere completamente la roadmap dei prossimi tre anni. Una dichiarazione fredda, quasi burocratica, che però certifica la fine definitiva di un progetto diventato emblema delle difficoltà creative e gestionali di Ubisoft nell’ultimo decennio.
Ma no, non basta chiamarla “decisione strategica”. La cancellazione di Prince of Persia: Le Sabbie del Tempo Remake è il certificato di morte di una visione, non di un singolo progetto. È l’ennesima prova di una Ubisoft che da anni rincorre sé stessa, incapace di capire cosa farsene del proprio passato se non trasformarlo in una voce di bilancio da tagliare quando diventa scomoda.
Qui non è fallito un remake: è fallita l’idea che basti riesumare un nome storico per riconquistare credibilità. Anni di silenzi, rinvii, reboot interni e comunicazione confusa hanno logorato tutto, prima ancora del pubblico. E quando un gioco diventa più famoso per il suo development hell che per ciò che promette, allora la cancellazione è quasi una liberazione. Amara, sì, ma inevitabile.