Lavora in Naughty Dog per 18 anni, poi il licenziamento: «è come aver perso il proprio scopo»

Santiago Gutierrez, artista che ha lavorato a lungo per Naughty Dog, ha affidato a una lettera i suoi pensieri dopo il licenziamento: vogliamo tradurvela.

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a cura di Stefania Sperandio

Editor-in-chief

Proprio nei giorni scorsi, abbiamo dato notizia di una nuova sfilza di licenziamenti che hanno colpito l'industria dei videogiochi, coinvolgendo nomi come Electronic Arts, Supermassive Games, Deck Nine e soprattutto PlayStation. I team del gigante giapponese colpiti dai circa 900 addii sono numerosi e vedono coinvolta anche Naughty Dog.

Dal momento che i videogiochi che tanto amiamo sono possibili solo perché ci sono persone che li rendono tali - persone in carne e ossa, non semplicemente il nome algido di un'azienda e il suo logo - vogliamo condividere e tradurre i pensieri condivisi da Santiago Gutierrez sul suo profilo LinkedIn.

Per diciotto anni, Gutierrez ha lavorato come artista presso Naughty Dog, prima di essere colpito dai recenti licenziamenti.

Tra le sue righe, ha spiegato il senso di smarrimento in cui si è ritrovato, considerando che con un periodo così lungo sotto Naughty Dog l'azienda è diventata a tutti gli effetti parte di metà della sua vita.

«Dopo due giorni, trovo le forze di scrivere qualche parola. Credetemi, ci ho provato almeno cento volte. Non è facile, quando guardi i tuoi bambini e ti chiedi 'ho sbagliato in qualcosa?'.

Quasi diciotto anni fa ho cominciato il mio cammino in Naughty Dog... fino a oggi.

Se devo essere onesto, non so da dove cominciare, ma ho bisogno di liberare i miei pensieri.

Per me, avendo dedicato anni della mia vita alla compagnia, l'improvviso termine del mio contratto è suonato come un crudele cambio delle sorti. Facce che erano diventate familiari tra allenamenti, pranzi, passeggiate intorno all'ufficio, feste, chiacchierate, scherzi e... lunghe, luuuuuuunghe sessioni di lavoro insieme, di sofferenza, di volontà di alzare l'asticella con ogni singolo gioco che abbiamo fatto, attraverso infinite peripezie e trionfi, sono finite in pezzi, si lasciano dietro un vuoto che nessuna mail di addio potrebbe esprimere adeguatamente. Sì, il mio cuore è a pezzi. Perché a me importa dell'azienda in cui lavoro. Il mio impegno è a lungo termine.

L'ufficio, un tempo un posto dove si compiva la magia, ora è un punto nella strada che devo percorrere per accompagnare a scuola i miei bambini.

Le pareti, dentro lo studio, sono piene di disegni dei miei figli, sono testimoni di quando erano piccoli, di quando facevano i compiti, di quando giocavano, di quando si divertivano. Queste pareti sono state testimoni di metà della mia vita, mentre lavoravo a progetti meravigliosi e condividevo tutto quello che sapevo con i miei colleghi, aiutandoli nei momenti peggiori e facendoli sorridere sempre quando ce n'era bisogno. Perché è così che si costruiscono i team forti.

La routine un tempo familiare di passeggiate quotidiane, buongiorno e portare con sé un sorriso sono ora rimpiazzate dal compito gravoso di cercare un lavoro in un mercato che sembra inondato da persone dal talento fantastico, con tantissime capacità, dove tutti meritano di avere un'opportunità.

La tristezza nei due giorni trascorsi dal mio licenziamento non riguarda semplicemente l'aver perso un lavoro, ma più l'aver perso uno scopo. Una comunità, un team che amo con tutto il mio cuore. Una routine che era intrecciata con il tessuto della vita quotidiana. Ti lascia con un profondo senso di disorientamento e con una pervasiva tristezza che si è fatta avanti appena hanno tagliato la connessione, perché nemmeno in questo momento ti è consentito dire addio di persona... dopo diciotto anni, che danni avrei mai potuto arrecare?

Steve Jobs venne licenziato da Apple, quindi...».

La dolorosa lettera condivisa da Gutierrez si conclude però con un accenno di speranza, dal momento che l'artista è ora in cerca di nuove opportunità e vuole mettersi in gioco con nuove realtà che gliene daranno la possibilità.

«Venire licenziato è diventato non solo la porta verso nuovi studi, ma anche il passaggio verso un viaggio di trasformazione» ha scritto, «dove la ricchezza dell'esperienza fatta trova nuove tele su cui dipingere. La porta un tempo chiusa simbolizza non la fine ma l'inizio di un'avventura imprevedibile».

Non possiamo che augurare a Gutierrez, e con lui a tutti i professionisti e le professioniste dell'industria che vorranno continuare a occuparsi di videogiochi, di trovare presto un nuovo posto nella game industry in cui esprimere il loro talento. Perché, dicevamo, i videogiochi sono firmati da compagnie. Ma le compagnie sono fatte da persone, troppo spesso ridotte a una mera statistica in un elenco puntato.

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