Atelier Ryza Ever Darkness & the Secret Hideout – Recensione

Chi risica, rosica

Recensione
A cura di Gianluca Arena - 12 Novembre 2019 - 10:50

Giunti al ventunesimo titolo nella longeva saga degli Atelier, si potrebbe pensare che un fisiologico senso di ripetitività e di appagamento siano più che normali: ed invece, contro ogni aspettative, Atelier Ryza Ever Darkness & the Secret Hideout (da ora in poi solo Atelier Ryza) si dimostra uno dei titoli più coraggiosi dell’ultima decade in casa Gust, tanto da portare una ventata di aria fresca nel franchise.
Scopriamolo nella nostra recensione della versione PS4.

Provincia soffocante

La tranquillità della provincia, si sa, è un’arma a doppio taglio: chi ci sguazza, apprezzandone i ritmi rilassati, il silenzio e lo stile di vita semplice e poco stressante, e chi, invece, ne rifugge, spaventato dalla mancanza dei servizi e delle comodità associate alla vita cittadina. Ryza, una ragazza sveglia ed estroversa, appartiene decisamente alla seconda categoria di persone, ma, per sua sventura, è nata su una minuscola isola, le cui principali fonti di sostentamento sono l’allevamento e l’agricoltura. La sincera amicizia di Tao, occhialuto studioso di magia, e Lent, aspirante cavaliere tutto muscoli, aiuta la nostra a rendere meno monotone le sue giornate, ma la voglia di avventura si fa sentire eccome.

Atelier Ryza Ever Darkness & the Secret Hideout – Recensione

Presto, questa avrà modo di sfogarsi in maniera sorprendente, in seguito al fortuito incontro con l’alchimista Klaudia, tratta d’impaccio dai nostri tre intrepidi avventurieri. Seguendo il consueto stile slice of life che ha sempre caratterizzato il franchise, Atelier Ryza si accontenta di fornire un cast buffo e ben caratterizzato e una serie di siparietti che difficilmente non strapperanno un sorriso, piuttosto che mettere in piedi una trama complessa e matura.

Da questo punto di vista, diversamente dal gameplay e dalla direzione artistica, quest’ultima fatica di Gust non taglia i ponti con il passato, confermando, anzi, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l’attenzione dello sviluppatore nipponico è tutta sulle meccaniche di gioco.
Difficilmente, insomma, giocherete Atelier Ryza per la profondità del suo plot, ma forse è anche questo approccio naive e scanzonato allo storytelling ad aver sancito le fortune della saga, tremendamente popolare nel Sol Levante e capace di discreti numeri anche in occidente.

Atelier Ryza Ever Darkness & the Secret Hideout – Recensione

Frenesia inattesa

Una delle novità più succulente – e più inattese – è rappresentata dall’approccio ai combattimenti, che dopo due decine di titoli rigorosamente a turni, si spostano verso un modello più simile a quello di molti Final Fantasy che furono, con una sorta di Active Time Battle a dettare ritmi decisamente più elevati rispetto alla media del franchise.

Una barra nel lato sinistro dello schermo gestisce l’ordine dei turni, e tentennare eccessivamente riguardo al da farsi significa prendere più botte del necessario da parte dei nemici, che, nondimeno, rimangono, come da tradizione per la serie, decisamente malleabili. Se a questo si accoppia la possibilità di muoversi liberamente in lungo ed in largo per il campo di battaglia, ecco che gli insipidi combattimenti che avevano caratterizzato gli episodi più tradizionalisti del franchise lasciano spazio a scontri frizzanti e molto più rapidi, che non appesantiscono minimamente le fasi di esplorazione.

Atelier Ryza Ever Darkness & the Secret Hideout – Recensione

Attaccando si accumulano punti abilità, utili ad eseguire mosse particolari e skill peculiari per ognuno dei personaggi, discretamente diversificati gli uni dagli altri, a partire dai già citati Tao e Lent, i primi due ad unirsi alla nostra eroina in erba.
Parte del rinnovato interesse nei confronti di questo battle system viene smorzato dall’eccessiva semplicità di tutti i combattimenti al di fuori delle boss fight – motivo per cui, per apprezzare al meglio il lavoro del team di sviluppo, consigliamo a tutti tranne i neofiti di iniziare già dalla prima partita a selezionare il livello massimo di difficoltà, che costringe ad una pianificazione più attenta e rende perlopiù inutile il semplice button mashing.

La gestione degli altri due membri del party è affidata ad una discreta intelligenza artificiale, e, anche se è possibile impostarne l’atteggiamento tra aggressivo e difensivo, ci sarebbe piaciuto vedere qualcosa di simile al Gambit System introdotto da Final Fantasy XII, così da gestire al meglio i nostri alleati; probabilmente, però, chiediamo troppo ad una produzione indirizzata ad una specifica nicchia, che, mai come stavolta, Gust sembra voler allargare a dismisura.

Atelier Ryza Ever Darkness & the Secret Hideout – Recensione

L’altra faccia della medaglia, com’era lecito attendersi da un titolo della serie Atelier, è rappresentata dalle sezioni alchemiche, semplificate da un lato, con un abbassamento sostanzioso della possibilità di sbagliare ricetta e rimetterci tutti gli ingredienti, ma ampliate per numero di ricette e di ingredienti selezionabili e rinvenibili in giro per il mondo di gioco.
Questa maggiore accondiscendenza del sistema, unitamente all’aumento vertiginoso delle ricette alchemiche ed a menu più gradevoli e comprensibili che in passato, rende assai più attraenti le fasi di creazione degli oggetti, non sempre impeccabili negli episodi meno riusciti del franchise.

Tempere e pastelli

Sarà la scelta di colori, con tinte pastello calde ed accoglienti, sarà la direzione artistica, un po’ più coraggiosa rispetto agli standard della serie, ma Atelier Ryza riesce a colpire favorevolmente lo spettatore anche dal punto di vista visivo, sebbene un occhio più attento possa comunque notare qualche texture in bassa risoluzione e qualche tentennamento del framerate nei frangenti più concitati.
L’isola su cui è ambientato il gioco riesce inoltre a fornire biomi sufficientemente differenziati per non annoiare lungo le circa venticinque ore necessarie e vedere i titoli di coda per la prima volta.

Atelier Ryza Ever Darkness & the Secret Hideout – Recensione

Il lavoro di svecchiamento del set di animazioni, riciclato da troppi episodi prima di questo, e di altri aspetti come la mimica facciale dei protagonisti, la quantità di dettagli e la pulizia dell’immagine nel complesso risultano soddisfacenti, e concorrono a dare al prodotto un aspetto decisamente gradevole.
Non stiamo ancora parlando di un aspirante game of the year, sia ben chiaro, ma pensiamo di poter dichiarare senza tema di smentita di essere dinanzi all’episodio più bello dell’ultraventennale storia del brand.

Qualcuno tra i nostri lettori più oltranzisti potrebbe storcere il naso alla notizia della totale assenza della lingua italiana, ma tant’è: il doppiaggio è disponibile nel solo giapponese, ed i sottotitoli sono in inglese.
A discolpa del prodotto, però, va detto che non solo la serie è sempre stata caratterizzata dall’assenza del nostro idioma, ma anche che l’intreccio, affatto ingarbugliato come visto più sopra nel paragrafo dedicato alla narrativa, si presta ad essere compreso anche da quanti posseggano una conoscenza solo scolastica della lingua della Regina Elisabetta.

+ Overhaul grafico benvenuto
+ Combat system mai così dinamico
+ Alchimia semplificata ed ampliata
+ Probabilmente il miglior episodio del franchise
- Narrativamente ancora sotto tono
- Troppo facile

8.0

Con Atelier Ryza, Gust si è presa qualche rischio, mischiando le carte in tavola su due degli aspetti più importanti della serie Atelier, ovvero il sistema alchemico e quello di combattimento: siamo felici di constatare che il coraggio del team nipponico sia stato ripagato. Nonostante sia ancora segnato da una narrativa abbastanza debole e da un livello di sfida tarato verso il basso, questo è di sicuro l’episodio più convincente che il ventennale franchise pubblicato da Koei Tecmo abbia visto fin qui, e, come tale, ne consigliamo l’acquisto sia ai neofiti della serie sia ai veterani.




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