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Pro
- Ambizione narrativa e tematica evidente.
- Sistema di combattimento profondo e flessibile.
- Identità visiva coerente e riconoscibile.
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Contro
- Narrazione spesso ridondante.
- Combat system non sempre rifinito.
- Level design troppo prudente.
Il Verdetto di SpazioGames
Lo dico subito, a scanso di equivoci: Bandai Namco non si è limitata a rifare il compitino. Code Vein 2 è un titolo che parte con una convinzione chiara, ossia che il primo capitolo non era abbastanza.
Non abbastanza profondo, non abbastanza narrativo, non abbastanza ambizioso. Il risultato è un sequel che prende tutto ciò che c’era prima e lo carica di significati, sistemi, stratificazioni. A volte funziona. A volte no.
Ed è questo continuo oscillare tra lucidità e confusione a definire l’esperienza. Code Vein 2 non è infatti né un semplice passo avanti né un’occasione sprecata, ma qualcosa di più complicato: un gioco che vuole disperatamente essere più grande di ciò che riesce a controllare.
Se ci riesce (e quanto ci riesce) ve lo spiego a chiare lettere nell'analisi del gioco che trovate poco sotto.
Un viaggio nel tempo
La storia è il primo segnale di questa nuova direzione. Code Vein 2 non ha alcuna intenzione di rimanere sullo sfondo. Vuole che tu capisca cosa sta succedendo e, soprattutto, perché. L’idea delle due linee temporali, del presente devastato e di un passato che ritorna come una ferita mai rimarginata, è una scelta che cambia radicalmente il tono del racconto.
Il giocatore veste i panni di un Revenant Hunter, una figura che nasce già stanca, già segnata, chiamata a impedire la Rinascita: un evento apocalittico che minaccia di cancellare ciò che resta di un mondo già devastato oltre ogni possibilità di redenzione.
L’innesco emotivo dell’avventura arriva presto, con l’incontro di Lou MagMell, giovane Rediviva capace di un gesto tanto estremo quanto simbolico: riportare in vita il protagonista donandogli il proprio cuore. È da qui che Code Vein 2 smette di essere solo un action RPG e prova a raccontare qualcosa di più intimo, legando la sopravvivenza del protagonista a un sacrificio che pesa, anche quando il gioco non lo sottolinea apertamente.
Grazie all’abilità di Lou di viaggiare nel tempo, la missione del Revenant Hunter si trasforma in una corsa contro il destino stesso, un viaggio nel passato con l’obiettivo di riscrivere eventi già accaduti e alterare un futuro che sembra condannato.
È una struttura narrativa ambiziosa, che permette al racconto di muoversi tra presente e passato senza limitarsi a un semplice espediente scenico, ma usando il tempo come tema centrale: memoria, colpa, e la possibilità (o l’illusione) di poter davvero salvare l’umanità correggendo i propri errori.
Questo approccio ha un pregio evidente: rende l’universo di gioco più accessibile, più leggibile. I personaggi non sono archetipi muti, ma individui che parlano e, soprattutto, sbagliano. I legami che costruisci con loro non sono decorativi, ma centrali.
Il gioco vuole che tu ti affezioni, che tu ti senta coinvolto, e spesso ci riesce grazie a una scrittura che, pur indulgendo talvolta in un melodramma fin troppo consapevole di sé, riesce a colpire quando abbassa la voce.
Il problema è che non sempre sa quando farlo. Ci sono momenti in cui Code Vein 2 sembra innamorato delle proprie idee al punto da non volerle mai lasciare andare. Dialoghi che si allungano, spiegazioni che si ripetono, scene che avrebbero beneficiato di un taglio netto. È una narrazione che avrebbe bisogno di più fiducia nel giocatore e meno paura del silenzio.
Il cuore dell’esperienza resta comunque il combattimento, ed è qui che il gioco mostra sia il suo lato migliore sia le sue fragilità più evidenti. Il sistema è ricco, complesso, a tratti quasi sovraccarico. Le armi sono tante, le possibilità di personalizzazione enormi, le Formae permettono di costruire build estremamente flessibili. Non sei mai incatenato a una scelta definitiva, ed è una libertà che invita alla sperimentazione.
La gestione dell’Ichor e dei Punti Legame aggiunge una dimensione strategica interessante, soprattutto perché intrecciata al sistema dei compagni. Non sono semplici alleati controllati dall’IA, ma risorse vive, da sfruttare, da assorbire, da sacrificare. È una meccanica che, nei suoi momenti migliori, riesce davvero a distinguere Code Vein 2 da altri soulslike più derivativi.
Eppure, anche qui, l’esecuzione non è sempre all’altezza dell’idea. Alcuni scontri mancano di quella pulizia che rende il fallimento “giusto”. A volte muori e sai esattamente perché. Altre volte muori e resta solo un vago senso di frustrazione, come se il gioco non fosse stato del tutto onesto.
Animazioni non sempre leggibilissime, collisioni imprecise, un feeling dei colpi che non restituisce sempre il peso che dovrebbe. Sono difetti che non rovinano l’esperienza, ma la incrinano.
L’intelligenza artificiale dei nemici segue lo stesso andamento. Ci sono situazioni in cui il sistema di squadra funziona in modo sorprendentemente elegante, e altre in cui l’IA sembra improvvisamente dimenticare le regole del gioco. È una discontinuità che spezza il ritmo e che, in un titolo che punta molto sulla tensione, pesa più di quanto dovrebbe.
Non è tanto una questione di linearità, quanto di mancanza di rischio. Il gioco sembra sempre voler tenere il giocatore sotto controllo, come se temesse di perderlo. Ma così facendo perde qualcosa lui: quel senso di scoperta, di smarrimento, di pericolo che rende memorabile l’esplorazione in questo genere. Ci sono aree che sembrano progettate più per accompagnarti che per metterti alla prova.
È un peccato, perché l’universo di Code Vein 2 avrebbe meritato spazi più audaci, più aperti all’interpretazione, più disposti a premiare la curiosità. Invece resta spesso confinato in una struttura che fa il suo dovere senza mai davvero sorprendere.
Dove il gioco riesce a mantenere una coerenza quasi totale è sul piano stilistico. L’estetica anime dark è portata avanti con sicurezza, senza mai scivolare nell’eccesso gratuito. I personaggi hanno personalità, le ambientazioni raccontano una decadenza credibile, e la direzione artistica riesce a dare un’identità precisa al mondo di gioco. Non è originale in senso assoluto, ma è riconoscibile. E poco non è.
Anche il comparto sonoro accompagna l’esperienza con discrezione. Non ci sono picchi memorabili, ma una solida base che sostiene il tono generale senza distrarre. È un lavoro funzionale, coerente, che non cerca di rubare la scena.
Sbagliando si impara
Arrivati alla fine, Code Vein 2 lascia una sensazione complessa. È un gioco che fa molte cose giuste, che dimostra una crescita evidente rispetto al passato, che osa più di quanto fosse lecito aspettarsi. Ma è anche un titolo che soffre di una certa mancanza di controllo, di una difficoltà nel limare, nel scegliere, nel rinunciare.
È un’esperienza che chiede molto al giocatore e che, nella maggior parte dei casi, restituisce abbastanza da giustificare l’impegno. Non sempre, però, riesce a essere all’altezza delle proprie ambizioni. Ed è proprio questo a renderlo interessante e, allo stesso tempo, frustrante.
Code Vein 2 non è un capolavoro mancato, né un successo pienamente compiuto. È un gioco di mezzo, nel senso più nobile del termine: un titolo che prova a crescere, che inciampa, che si rialza, che lascia intravedere qualcosa di più grande dietro le sue imperfezioni.
E forse è proprio per questo che, alla fine della fiera, non resta l’amaro in bocca. Resta piuttosto quella sensazione tipica delle opere irrisolte ma sincere: la consapevolezza di aver giocato qualcosa che, pur con tutti i suoi limiti, aveva davvero qualcosa da dire.